di Filippo Grendene
Negli ultimi tre giorni, in pieno periodo di ripresa scolastica, Giorgia Meloni ha ritirato fuori il tema del tetto del 30% agli alunni stranieri per classe. Il tetto tanto declamato, in realtà, è una formula già presente, che vede però prevalere il diritto all’istruzione; ogni volta che si supera questa percentuale l’istituto va in deroga. Il clima da campagna elettorale, come sempre, offre l’occasione di dar voce a proposte inutili, irrealizzabili e soprattutto razziste, ma ci permette anche di intavolare un discorso serio sul tema sollevato, che fa parte della quotidianità di molti quartieri e città.
Quando si parla di stranieri a scuola si intende studenti che non hanno la cittadinanza italiana. È importante notare che, in classe, i docenti solitamente non sanno quale sia la cittadinanza dei propri studenti. Possono saperlo, informandosi presso la segreteria, ma nei fatti non lo fanno. Molti studenti che potrebbero apparire stranieri, infatti, posseggono la cittadinanza italiana, mentre molti studenti che a prescindere dal nome potrebbero sembrare italiani in realtà hanno diversa origine. Ciò non toglie che la questione demografica sia importante: il rapporto Istat del 2024 afferma che le nascite di coppie miste e coppie di stranieri rimangono stabili, mentre i figli di italiani sono sempre meno, secondo un trend che dura da vent’anni. I figli di coppie in cui almeno un genitore è straniero sono il 21,8% del totale dei nati. Allo stesso modo, a Padova il numero dei nati con cittadinanza straniera resta stabile da vent’anni, attestandosi attorno alle 300 unità, mentre i nati totali subiscono un calo. La stessa dinamica si può vedere a livello provinciale – qui i dati della città metropolitana di Venezia.
La questione della scuola e dei figli degli stranieri sarà dunque al centro del dibattito per l’istruzione nei prossimi decenni, e merita letture chiare.
Gli italiani scelgono la scuola dei propri figli
Statisticamente, i genitori italiani sono più propensi a scegliere la scuola dei propri figli rispetto ai genitori stranieri che si affidano piuttosto a criteri di vicinanza. La conoscenza del territorio, la propria storia scolastica, un’infinita rete di discorsi che fanno della scuola uno dei grandi temi di dibattito in Italia, spinge i genitori italiani a valutare con maggiore attenzione la scelta anche per scuole dell’età infantile o delle medie. È a questi ordini di scuola, infatti, che si fa riferimento quando si parla di scuole ghetto.
(La ghettizzazione delle scuole superiori, invece, risiede già nelle scelte effettuate dai ragazzi al termine delle medie. Gli stranieri, diciamo per propria scelta, si concentrano negli istituti professionali e in parte nei tecnici; naturalmente tale scelta è l’effetto di una struttura sociale che, al netto di qualsiasi riflessione più o meno buonista, nei fatti spinge i figli degli stranieri verso studi brevi – vedi anche la riforma dei tecnici – e carriere lavorative non specializzate.)
Perché scelgono le scuole con meno migranti?
Spesso, affrontando questi temi, si sente deplorare la scelta di chi opta per istituti dove il numero di stranieri è minore. Esistono in alcuni casi elementi di razzismo che vanno riconosciuti e resi palesi, prima di tutto a sé stessi. Vanno considerati, però, anche altri elementi: esistono forme di imitazione, per cui un genitore si accorda con gli amici genitori per iscrivere i figli nella stessa scuola; esistono i nomi che le singole scuole si sono fatte in un quartiere; ad essere determinante, infine, non è tanto la paura degli stranieri in classe, che sono poi i compagni di calcio, di atletica, di giochi al parco nel pomeriggio, ma è la paura dei “livelli”. La paura cioè di una scuola in cui i docenti siano obbligati a soffermarsi su tanti bisogni educativi speciali, “rallentando” e “tagliando” i contenuti del “programma”.
È vero che c’è un problema di livelli?
Ora con la necessità di alcune precisazioni, e con i casi singoli che contrastano con la statistica, va detto che questa lettura è sostanzialmente vera. È vera perché, sempre statisticamente, gli studenti stranieri fanno più “fatica”. Perché c’è una questione di classe, per cui gli stranieri sono mediamente più poveri e meno istruiti degli italiani. È vera perché la famiglia è il primo agente di riproduzione sociale e crescere in una casa in cui non ci sono libri e nessuno può spiegarmi, non aiuta a diventare bravo a scuola. È vera perché le famiglie straniere a volte hanno più figli e non hanno la possibilità di distribuire il lavoro di cura su nonni e parenti, e dunque il tempo disponibile per ciascun ragazzo è poco e dare un cellulare in mano al bimbo è una soluzione facile quando si è stanchi. È vera perché a casa si parla anche un’altra lingua e si va a scuola dopo – non si fa il nido, magari nemmeno l’infanzia.
Ma soprattutto: è vera perché, per ragioni politiche, in Italia l’immigrazione non è mai stata accettata come un dato di fatto, ma sempre affrontata in termini emergenziali. Affrontare l’immigrazione in termini emergenziali significa, per quanto riguarda la scuola, non prevedere un cambiamento dell’istituzione in base al mutamento dell’utenza, ma fingere che sia possibile fare scuola con gli stessi mezzi, con lo stesso personale, con le stesse strutture che erano la norma cinquant’anni fa – che è l’età media degli edifici scolastici. In Veneto, una delle regioni con la più alta e storica densità migratoria, solo da due anni e solo in alcune scuole esistono dei docenti di italiano per stranieri, che non sono di ruolo e il cui numero rimane insufficiente. Ed è qui che sta il nocciolo della questione: il livello nelle cosiddette “scuole ghetto” diminuisce perchè l’istituzione deve far fronte a situazioni di maggiore complessità senza che vi sia un reale aumento delle risorse a disposizione.
Le scuole ghetto sono le scuole dove gli italiani non iscrivono i figli, non quelle dove ci sono tanti stranieri
Le scuole ghetto, dunque, quantomeno nelle grandi città della regione, non sono le scuole dove ci sono tanti stranieri. Sono le scuole dove ci sono pochi italiani. Basta guardare ai numeri: se consideriamo il bacino di utenza di ciascuna scuola – concetto astratto perché in Italia, al contrario di altri paesi come la Francia, è possibile scegliere la scuola dei propri figli – è rarissimo, quasi unico, il caso in cui la percentuale di nati vada all’80% di stranieri; mentre esistono classi, plessi, istituti dove gli stranieri si avvicinano a questi numeri. Ci sono pochi italiani perché, ad un certo punto, si crea una reazione a catena per cui gli italiani non iscrivono più i propri figli in una determinata scuola.
Quando i governanti di turno, l’ultima Giorgia Meloni, propongono il tetto agli alunni stranieri, come si fa da decenni, si sceglie di affrontare un tema reale con strumenti propagandistici e inverosimili. Se si scegliesse di affrontare realmente la questione, guardando al futuro degli studenti, che volenti o nolenti sono non solo gli italiani di domani, ma anche gli italiani di oggi, è proprio sui livelli che bisogna ragionare. Bisogna, cioè, ragionare sulla scuola, non sulla contrapposizione fra italiani e stranieri; che è lo sporco giochetto della destra.
Ragioniamo sui livelli, non accettiamo il giochetto della destra
Cosa significa? Bisogna mettere le scuole in grado, indipendentemente dalla loro collocazione geografica, che sia in centro o in periferia, in paese o in città, di garantire un livello medio accettabile e coerente. Per fare questo, servono risorse, non tagli. Ma serve anche accettare che gli studenti stranieri vivranno, con estrema probabilità, la propria vita nel nostro paese, e che continuare a chiamarli stranieri è inutile e fuorviante. Se le scuole fossero in grado di garantire un livello mediamente buono per i propri studenti non si verificherebbe la fuga dei genitori italiani e si arginerebbe il fenomeno delle cosiddette scuole ghetto. Anche i liberali, che concepiscono la scuola all’interno di un meccanismo di domanda, offerta, pubblicità e customer satisfaction, sarebbero così contenti. Ma questa sarebbe solo la ricaduta secondaria di un obiettivo ben più importante, la creazione di una scuola che funzioni come vero agente di realizzazione e costruzione del sé per tutti i propri studenti.
