Su PFAS. Veneto avvelenato di Gianni Poggi
di Filippo Gobbo
Se avete vissuto in Veneto tra il 2013 e oggi vi sarete interessati almeno una volta di PFAS e del caso MitEni, l’azienda di Trissino (in provincia di Vicenza) responsabile di uno dei più gravi inquinamenti del territorio della storia recente. Che sia per aver intravisto un titolo in prima pagina di un quotidiano locale, per aver intercettato una notizia sul telegiornale regionale o un servizio su quotidiani o tv nazionali, almeno una volta vi sarete chiesti che cosa fossero i PFAS, cosa fosse la MitEni e, soprattutto, come sarebbe finita la vicenda giudiziaria iniziata nel 2013. Se le prime di queste domande trovavano già una risposta adeguata nei libri di Alberto Peruffo (Non torneranno i prati. Storie e cronache esplosive di PFAS e Spannoveneti, 2021) e Giuseppe Ungherese (PFAS. Gli inquinanti eterni e invisibili nell’acqua. Storia di diritti negati e cittadinanza attiva, 2024), l’ultima – legata alla vicenda giudiziaria – è stata approfondita da due pubblicazioni recenti, nate in seguito alla conclusione del processo di primo grado sul caso MitEni (26 giugno 2025). Mi riferisco al libro di Laura Fazzini, Pfas. Un disastro annunciato (uscito nel febbraio 2026 e che recensiremo nelle prossime settimane) e a PFAS. Veneto avvelenato di Gianni Poggi, uscito da poche settimane per la casa editrice Ronzani Editore. Entrambi questi libri hanno il merito di offrire una prima completa ricostruzione del caso PFAS fino a giungere alle sentenze di primo grado, sebbene – come vedremo – con stili e modi differenti. Prima di partire con la recensione, è forse bene riepilogare alcuni aspetti di questa vicenda.
Un breve recap. Cosa sono i PFAS?
I PFAS sono una famiglia di composti chimici artificiali (sono oltre 10.000), costituiti da legami carbonio-fluoro, sviluppati prima della Seconda guerra mondiale dall’azienda americana DuPont. In base alla lunghezza della catena di carbonio fluorurato si possono distinguere PFAS a catena corta (quindi con meno atomi di carbonio fluorurato, come il PFBA, il PFBS o il PFPeA) o lunga (con più di otto atomi di carbonio, come il PFOA, e più resistenti).

Sebbene siano composti particolarmente apprezzati per la loro estrema resistenza a calore, acqua e olio (tanto da essere impiegati in un’ampia gamma di prodotti quotidiani come padelle antiaderenti, tessuti, elettronica, pesticidi, dispositivi medici), oggi sono noti soprattutto per l’inquinamento ambientale che hanno causato. La loro elevata stabilità sia termica sia chimica, infatti, li rende quasi immuni ai normali processi di degradazione naturale. In buona sostanza: sono quasi impossibili da smaltire. Accumulandosi nell’ambiente, successivamente si depositano anche nell’organismo dove, in concentrazione elevate, hanno effetti tossici (c’è, ad esempio, una correlazione certa tra grandi quantità di PFAS nell’organismo e i tumori al rene o ai testicoli).
Come arrivano in Veneto?
Questa famiglia di composti chimici arriva in Veneto grazie a un’altra famiglia, quella dei Marzotto. Originari di Valdagno e celebri soprattutto nell’industria tessile, i Marzotto, nella persona di Giannino Marzotto, fondano nel 1965 la futura MitEni, ossia la RiMar (Ricerche Marzotto), un centro di ricerca e stabilimento chimico che si specializzerà proprio nella produzione di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS, appunto).

I problemi di gestione sono evidenti fin da subito: ad un anno dall’apertura, nel 1966, la fuoriuscita di una nuvola di acido fluoridrico fa rinsecchire il fianco delle colline di Trissino, tanto che lo stabilimento verrà spostato pochi chilometri più in basso, in pianura, in prossimità del torrente Poscola (serve molta acqua per raffreddare i macchinari e la lavorazione dei prodotti) e al di sopra di una delle falde acquifere più grandi d’Europa (una scelta che si rivelerà dannosa per la contaminazione del terreno). Fino agli anni Novanta la RiMar scaricherà i PFAS direttamente nel Poscola e quindi nella falda acquifera sottostante, senza autorizzazioni specifiche, ma anche senza violare alcuna norma (i valori limite per litro d’acqua delle singole sostanze verranno stabiliti soltanto nel 2014 dall’Istituto Superiore di Sanità e successivamente acquisiti dalla Regione Veneto con delibera nello stesso anno). Nonostante gli evidenti problemi di inquinamento (nel 1977 si scopre che l’acqua di molti comuni nelle vicinanze è contaminata), il mercato della chimica fine durante gli anni Ottanta è particolarmente florido. Lo dimostra l’interesse nei confronti dello stabilimento di Trissino espresso dalle grandi multinazionali, in particolare dalla EniChem (l’azienda petrolchimica del gruppo Eni) e la giapponese Mitsubishi, le quali andranno ad acquistare le quote dei Marzotto, comprando lo stabilimento. Nasce così la MitEni che, nel corso del decennio successivo, diverrà di proprietà quasi esclusiva della giapponese Mitsubishi. Alcune figure di rilievo dell’azienda giapponese e della MitEni, pur avendo consapevolezza di una contaminazione persistente e diffusa, scelsero deliberatamente di non bonificare né autodenunciarsi, continuando imperterriti nella produzione di PFAS.
Almeno fino al 2009, quando la MitEni passerà sotto il controllo dell’International Chemical Investors Group (ICIG). Il caso PFAS diverrà un caso soltanto a partire dal 2013. E più andranno avanti le indagini più lo scenario assumerà tinte fosche: ictus, infertilità, aborti e diverse forme di tumori sono alcuni dei gravi problemi di salute che sembrano essere correlati all’inquinamento da PFAS.
Come raccontare un disastro ambientale.
Ad oggi 150 km2 di territorio veneto risultano inquinati (o a rischio inquinamento), 90.000 veneti sono costretti a monitorare periodicamente le proprie condizioni di salute, circa 350.000 cittadini risultano contaminati, 800.000 sono a rischio (stiamo parlando di circa un quarto della popolazione veneta). Il libro di Gianni Poggi si apre così, con una serie di dati che aiutano il lettore a quantificare le dimensioni del disastro. Sono dati, questi, che seguono una prefazione che sembra orientata a coinvolgere fin da subito emotivamente il lettore attraverso il montaggio di citazioni di uomini e donne che hanno avuto un ruolo nella vicenda PFAS: dal relatore speciale per le Nazioni Unite («sono seriamente preoccupato dall’entità dell’inquinamento da PFAS»), a quella di un geologo della società di consulenza ambientale che era stato contattato dalla MitEni («Ci chiesero [la MitEni, ndr] di distruggere i risultati delle analisi sulla presenza di PFOA nell’acqua di falda»); dalle affermazioni del già citato Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, che denuncia l’inerzia istituzionale della regione («è una storia inaccettabile, anche alla luce delle dichiarazioni delle istituzioni regionali, che affermano di aver fatto tutto il possibile per proteggere la cittadinanza dall’inquinamento»), seguita per contrasto da quella dell’allora Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia («Quella dei PFAS è una tragedia di portata nazionale e chi inquina deve pagare»).
Tuttavia, l’impostazione sensazionalista si ferma qui, a queste prime pagine. Il resto del libro è un’attenta ricostruzione dei singoli aspetti da cui si può affrontare la vicenda. A essere chiamata all’appello è quindi la testa del lettore. Ognuno dei diciannove capitoli del libro permette al lettore di accedere con relativa facilità a informazioni che nel corso di questi ultimi anni sono state pubblicate nelle seconde e terze pagine della cronaca locale. Il primo merito del lavoro di Poggi è proprio questo: ricostruire una storia o, meglio, una cronistoria del caso MitEni. Ad esempio, chi volesse approfondire come la MitEni abbia potuto non essere bloccata prima può leggersi il sesto capitolo – Le normative sui PFAS – per capire la complessità del caso in ambito giurisdizionale; chi volesse scoprire la casualità con cui fu scoperto l’inquinamento da PFAS (con il lavoro importante di medici come Vincenzo Cardiano ed Enzo Meller) può leggersi il relativo capitolo. Il libro di Poggi, più che un’inchiesta (così recita la copertina del libro), si potrebbe definire un’opera di archiviazione e ricatalogazione del Mare magnum rappresentato dal caso MitEni. Questo costituisce il grande pregio, ma anche il grande limite del libro di Poggi. Per due ragioni: la prima è che la natura stessa del libro (capitoli isolati per tematiche e sviluppati cronologicamente) crea delle spiacevoli ripetizioni letterali anche di interi paragrafi (questo accade solo una volta, a onor del vero); la seconda ragione è che a volte il materiale grezzo (estratti di delibere, stralci di interviste o dichiarazioni, pezzi di leggi) viene lungamente riportato su testo senza un lavoro di rielaborazione che accompagni il lettore a comprendere alcuni aspetti meno accessibili della vicenda, soprattutto normativa e giudiziaria. Mi riferisco in particolar modo ai capitoli in cui si affronta il ruolo della Regione Veneto, oppure a quello in cui vengono presentate le indagini della magistratura e, soprattutto, il processo ai dirigenti della MitEni. In questi casi, l’assecondare l’andamento cronachistico con il susseguirsi di date ed eventi slegati tra loro, rischia di spiazzare il lettore meno smaliziato. Un esempio recuperato dal capitolo dedicato al processo.
Il 20 marzo 2025 due gestori idrici presentano le proprie istanze di risarcimento: Viacque 21 milioni e Acquevenete 8. Nove comuni vicentini chiedono 3.000 euro ciascuno e l’avvocato Roberto Pelloso, in proprio e per cinque familiari, 100.000 euro a testa.
Quarantaquattro Mamme no PFAS presentano istanza di risarcimento per 140.000 euro ciascuna, Legambiente e i comitati collegati per 330.000.
Il 27 marzo […] 129 cittadini residenti nella Zona Rossa richiedono risarcimenti per 120.000 euro ciascuno.
(p.126)
Anche alla luce di quanto detto, nei capitoli finali, il libro di Poggi appare meno divulgativo di quanto suggerirebbe la copertina. Non è per forza un aspetto negativo: per chiunque voglia iniziare un lavoro di ricerca su uno degli aspetti trattati da Poggi, il libro è uno strumento da cui partire.
(Croni)storia
Poggi da questo punto di vista ci offre un libro ibrido, a metà tra cronistoria e storia, a seconda degli argomenti. In alcuni casi, la cronistoria – con la sua esposizione puramente descrittiva – prevale. In altri casi, per fortuna maggioritari, la cronistoria lascia lo spazio a un tentativo maggiore di selezionare, collegare e interpretare i fatti. Lascia lo spazio alla storia. Ciò appare nei capitoli dedicati alla nascita del movimento NO PFAS e alla lotta dei lavoratori contro la MitEni (argomento su cui Poggi probabilmente ha una specializzazione e una conoscenza maggiore, come dimostra il documentario PFAS. Lavoro avvelenato girato in collaborazione con la CGIL di Vicenza).
Proprio per questo, arrivati all’ultima pagina, resta una sensazione di incompiutezza. Da un libro che si propone di raccontare uno dei più gravi disastri ambientali della storia recente ci si sarebbe aspettati uno sforzo interpretativo più deciso. Il caso MitEni solleva domande che meriterebbero uno sguardo maggiormente ermeneutico, che ragioni sul rapporto tra sviluppo industriale e territorio nel Veneto del Secondo Dopoguerra, che indaghi il ruolo delle istituzioni di controllo (come l’ARPAV), la prassi di una coscienza ambientale dal basso.
È anche vero che i tempi non sono ancora maturi. La storia ha bisogno di distanza e la vicenda PFAS è tutt’altro che chiusa (la sentenza del 26 giugno è soltanto di primo grado, la bonifica del sito di Trissino è ancora un cantiere aperto, e le conseguenze sulla salute dei cittadini verranno studiate per ancora molti anni). In questo senso, il carattere di cronistoria del libro di Poggi è anche il riflesso di una storia che si sta ancora scrivendo.
