di Antonio Sciuto
Ormai è sicuro, a Porto Marghera passano armi, armi per Israele. Non è più solo un sospetto, ma una certezza. Come raccontato da Linda Maggiori nel suo Dossier appena pubblicato su Altreconomia dal titolo “La flotta del genocidio”, almeno per due volte quest’anno sono stati individuati dei carichi diretti ad aziende del complesso militare israeliano che sono passati dal porto veneziano.
Il primo caso è quello della Contship Era, una nave cargo che ha fatto scalo a Venezia e Ravenna tra il 21 e il 22 agosto 2025 con due container di nitrato di ammonio, miscela usata dall’esercito israeliano per radere al suolo gli edifici a Gaza. Il nitrato di ammonio è un composto chimico che ha anche degli utilizzi civili, è anche venduto come fertilizzante: per questo, come raccontato da Elisa Brunelli su Altreconomia, riesce ad eludere la normativa sull’esportazione di armi.
Nel secondo caso, il 13 novembre 2025, sulla Marla Bull veniva caricato un container diretto alla Elbit System Cyclone Aviation a Karmiel, Israele. Il carico proveniva dalla Syensqo, uno spin-off del gruppo Solvay, un’azienda del settore chimico, specializzata nella produzione di materiali compositi per droni e in particolare per l’Hermes 450 della Elbit.
I droni Hermes e in particolare l’Hermes 450 sono strumenti essenziali per perpetrare il genocidio in corso a Gaza: il velivolo è utilizzato da decenni per la sorveglianza dello spazio aereo di Gaza (è però in dotazione, tra gli altri, anche alla polizia di frontiera americana), ma è stato ripetutamente utilizzato per condurre attacchi “di precisione” contro la popolazione civile palestinese.
Non sono armi italiane, è vero; ma senza i nostri scali quelle armi non arriverebbero così facilmente a destinazione, ed è chiaro che Porto Marghera sia un asset fondamentale, visto che qui non c’è mai stata un’opposizione interna forte come a Genova, Livorno e, più recentemente, Ancona e Ravenna.
Eppure qualcosa è cambiato rispetto a quando abbiamo pubblicato il nostro primo articolo. Il collettivo irlandese di giornalismo d’inchiesta The Ditch ha dimostrato quello che pensavamo: Marghera fa parte di una rotta nell’Adriatico verso Israele, assieme a Ravenna e Koper.
Come riportato sempre da Linda Maggiori sull’edizione del 25 agosto scorso, tra i principali vascelli di questa rotta c’era proprio la Zim New Zealand, nave che era stata oggetto di una richiesta di accesso agli atti fatta sia da Potere al Popolo che da USB Veneto ancora l’anno scorso e che avevamo fotografato sempre su queste pagine.
A quell’accesso agli atti aveva risposto la Prefettura di Venezia dicendo che non era in atto alcun traffico di armamenti non solo attraverso le navi dirette verso Israele, ma più in generale attraverso quelle che sostavano a Porto Marghera.
Ma adesso non ci sono più dubbi: da Venezia ad Haifa e Ashdod c’è una rotta per il genocidio. Quello che è stato scoperto finora è solo una piccola parte del traffico che probabilmente si cela in questo scalo: le rotte da e verso Israele sono una costante. Offrire l’infrastruttura vuol dire rendere possibile quelle spedizioni, non basta dire che non siamo noi a mandarle quelle armi: offrire la possibilità di caricare, ma anche solo di sostare e fare rifornimento, con la totale copertura delle istituzioni che negano, omettono, stanno in silenzio, rappresenta una garanzia fondamentali per la buona riuscita della spedizione.
Venezia, come già ipotizzavamo nei nostri precedenti articoli, si trova in una posizione ottimale, tanto per i trasporti provenienti dalla Germania e dal Nord Europa, che per i successivi carichi ad est; ed è sempre stata meno in vista.
Il 22 settembre 2025 però in occasione dello sciopero generale oltre 20 mila persone hanno bloccato per ore l’ingresso del porto, fronteggiando la repressione di uno stato che ha ormai deciso persino di disapplicare le leggi che si è dato. Ma la coscienza pubblica si è risvegliata e da mesi ormai, sulla scorta delle parole dei portuali del Calp, chiede a gran voce un embargo totale verso Israele, un embargo che è stato portato avanti anche dal basso coi blocchi e gli scioperi delle ultime settimane. Un embargo che pure dovrebbe essere già attivo, viste le norme che regolano l’esportazione delle armi in questo paese.
La legge n. 185/1990 prevede infatti un divieto esplicito di esportazione di armi verso paesi che sono colpevoli di violazioni dei diritti umani, e questo divieto riguarda anche il transito di queste merci. Merci che sono un rischio anche per i lavoratori del porto e gli abitanti della città – ci sono carichi esplosivi e munizioni in quei container – e che sono morte certa per migliaia di civili innocenti al di là del Mediterraneo.
Il nostro territorio non può e non deve essere uno scalo per il genocidio, ed esistono delle leggi nazionali e internazionali, che impongono alle istituzioni del nostro paese di fermare tutto questo. Non possono più sfuggire alle proprie responsabilità: porto Marghera deve essere un molo di pace e non un supporto per guerra e genocidio.
