Di Valentina Lazzara
Essere persone migranti in Europa non è facile; che le procedure per accedere alla protezione e, se necessario, all’accoglienza siano piene di ostacoli burocratici, è cosa nota, tanto che l’arrivo in Europa, e nello specifico in Italia, si rivela quasi sempre l’inizio di una nuova odissea.
Lo sanno molto bene le persone che quotidianamente si svegliano alle 3 di mattina per mettersi in fila davanti alla Questura della propria città, con la speranza di ricevere un appuntamento per il permesso di soggiorno; corpi in fila, invisibili, per quella che molto spesso sembra essere più una concessione che la manifestazione concreta di un diritto.
Le due class action e la formalizzazione della richiesta di asilo
Nel marzo del 2025 è iniziata una Class Action nei confronti delle Questure di Vicenza e di Venezia, avviata dagli avvocati di ASGI e a cui hanno aderito numerose organizzazioni e realtà del territorio veneto. Alle due Questure si contesta il sistematico ritardo riscontrato nell’accesso alla formalizzazione della domanda di asilo.
La decisione di agire in questo modo è stata presa a seguito delle rilevazioni effettuate con un monitoraggio nazionale ASGI, nel quale si chiedeva ai propri iscritti quali prassi illegittime le persone migranti si trovassero ad affrontare quotidianamente negli uffici statali. I principali problemi emersi riguardavano l’accesso alla richiesta di protezione, quindi la possibilità di formalizzare la domanda e il rispetto dei tempi che tale formalizzazione prevede; l’accesso all’accoglienza, se garantita o meno e con quali criteri; i tempi di rilascio dei permessi di soggiorno ordinari.
E’ sul primo problema che gli avvocati ASGI hanno deciso di focalizzarsi, riconoscendolo come un problema centrale, madre di tutti gli altri: non poter depositare la richiesta di asilo significa essere irregolari agli occhi dello Stato, se non invisibili.
La formalizzazione è, infatti, la pratica di deposizione della domanda di asilo presso la Polizia di frontiera o la Questura; la pratica, insomma, che concretizza la manifestazione di volontà, ossia la volontà di richiedere la protezione, e che consente alle persone straniere di vivere regolarmente in Italia. La formalizzazione per legge deve essere effettuata entro tre giorni dalla manifestazione di volontà, con un cuscinetto di 10 giorni in caso di situazioni emergenziali, e prevede il rilascio di una ricevuta, il cedolino, successivamente sostituita dal primo permesso di soggiorno temporaneo, al quale seguirà la convocazione in Commissione e la valutazione dell’idoneità o meno della richiesta.
Il monitoraggio svolto da ASGI ha portato alla luce la realtà di tempi di attesa per l’accesso al servizio ben più lunghi: a Venezia il tempo medio per poter formalizzare la propria domanda di asilo è di 90 giorni, a Vicenza di 8 mesi.
Il problema non è solo veneto, ma nazionale: ad agosto 2025 il Tribunale di Torino ha condannato la Questura di Torino per discriminazione, sostenendo che “L’accesso al servizio pubblico erogato dalla Questura di Torino non solo non assicura il risultato preteso dalla legge (la formalizzazione della domanda entro il termine previsto dall’art. 26 d.lgs. n. 25/2008), ma impone anche mortificanti condizioni per gli aspiranti richiedenti asilo che non sono imposte dalle necessità prospettate (la necessità di identificare gli aspiranti richiedenti protezione internazionale)” (https://www.asgi.it/antidiscriminazione/richiedenti-asilo-il-tribunale-di-torino-condanna-la-questura-per-discriminazione/)
A Venezia e Vicenza le persone richiedenti si trovano di fronte a una doppia violazione: oltre ai tempi di accesso dilatati, vi è anche la difficoltà di accesso agli stessi sportelli. La Questura, per poter dare un appuntamento, prevede infatti l’invio della richiesta tramite una PEC, per la quale però sono necessari dei dati, come il codice fiscale, che non si hanno senza aver formalizzato la domanda e ricevuto un primo permesso. Ne consegue un’ulteriore discriminazione: tra chi è in accoglienza e chi invece è sul territorio senza un appoggio esterno. A chi è inserito in un progetto di accoglienza è garantito il supporto di un operatore legale, che tramite la PEC della Cooperativa accogliente, si occupa di seguire tutto il procedimento di richiesta asilo. Esistono anche sportelli informali, gestiti da associazioni e collettivi che forniscono supporto legale, ma che non riescono a raggiungere effettivamente tutte le persone che avrebbero bisogno di un aiuto.
Come se non bastasse, la stessa PEC non garantisce un accorciamento dei tempi di attesa, che rimangono lunghissimi anche avendo gli strumenti necessari.
E’ da sottolineare, inoltre, che la norma per la richiesta prevede un sistema di libero accesso agli uffici della Questura, e tale norma è ampiamente non rispettata: ne è un esempio Venezia, in cui le persone per giorni si mettono in fila davanti alla Questura, la quale esperisce sì e no 7 domande al giorno. Queste illegittimità spesso portano alla necessità di richiedere l’assistenza di un CAF o di un avvocato per una pratica che non dovrebbe avere questo tipo di mediazione.
Ma cosa comporta concretamente non poter formalizzare la propria domanda di asilo?
Il mancato rilascio di un primo documento di soggiorno temporaneo comporta l’assenza di un codice fiscale e di conseguenza di una tessera sanitaria, che garantirebbe alle persone una copertura sanitaria. Inoltre, impedisce di potersi iscrivere anagraficamente nel Comune di residenza e di conseguenza di avere una carta di identità e un conto bancario, necessario per poter lavorare regolarmente.
Restare sul territorio senza un permesso di soggiorno espone al rischio di essere espulsi e a una situazione di generale ed estrema precarietà. Impedisce l’inizio di un processo di integrazione, di accedere a bonus sociali, di poter richiedere l’invalidità se la propria condizione di salute lo richiede. Oltre al fatto che, come ci spiegano molto bene le operatrici di Casa Amadou, che operano a Marghera da oltre 10 anni, sottrarre un diritto a una persona comporta delle conseguenze per tutta la comunità: le persone finiscono per usufruire di progetti pensati e istituiti per un altro tipo di utenza e che non nascono per sopperire a delle scelte di Questura e Prefettura contro il diritto della persona, come per esempio accade nell’asilo notturno della Caritas.
Perchè una class action?
La dimensione strutturale e nazionale del problema ha evidenziato la necessità di affrontarlo collettivamente: lo strumento della Class Action, infatti, permette di includere tutte le casistiche e di puntare il dito contro scelte eminentemente politiche. La soluzione di tale pratica legale è a beneficio di tutti ed è nata a partire da casi concreti; da Casa Amadou veniamo a conoscenza, per esempio, del caso di una donna vittima di tratta che per un anno intero ha provato ad accedere allo sportello per formalizzare la domanda, nella totale impossibilità di dialogare con l’istituzione. Si è reso necessario quindi l’intervento di un soggetto terzo, il TAR, per poter garantire un diritto altrimenti negato.
Quale risposta?
L’Avvocatura dello Stato si è difesa sostenendo che la realtà fosse diversa e che gli appuntamenti rilasciati fossero numerosi, soprattutto per le persone in accoglienza; elemento, questo, che conferma la doppia discriminazione verso chi non è accolto in un progetto.
All’udienza che c’è stata a settembre il TAR ha emesso un’ordinanza istruttoria, riconoscendo, dopo aver esaminato le memorie del ricorso e dell’avvocatura, un evidente ritardo e una violazione dei termini di legge da parte delle due Questure. A questa violazione il Ministero ha, ora, l’obbligo di rispondere raccogliendo e presentando sia le iniziative messe in campo per ridurre i tempi di attesa sia quelle relative a una presa in carico più strutturale delle inefficienze: le Questure dispongono di abbastanza risorse economiche? Se sì, come sono state investite? Sono state adottate delle iniziative adeguate per porre un argine al problema?
Vero è che, dopo la diffida della Class Action, le due Questure abbiano iniziato ad adeguarsi, per un primo tempo, alle tempistiche previste da legge, segno che, se lo si vuole, le risorse ci sono e possono essere stanziate.
Attualmente, nonostante i primi, timidi, interventi, la situazione rimane invariata: l’attesa per formalizzare la domanda è ancora lunga, a dimostrazione di quanto le Class Action, come quelle avviate in Veneto e in altre Regioni, siano iniziative fondamentali per poter difendere un diritto, quello all’asilo, continuamente eroso da politiche miopi e tagli alle risorse, che impediscono alle persone in arrivo di poter costruire un percorso di vita dignitoso.
