Una recensione a Dipende dalla classe di Michele Arena
di Elena Marigo
Poco dopo aver iniziato l’università un ragazzo mi disse che, nonostante i miei studi, sarei pur sempre rimasta una “signora Bovary”. Una “voria ma no posso”, direbbe mia nonna. C’è stato un prima e un dopo quella frase da cui mi sono fatta scavare e che continua ad esercitare un enorme potere ogni volta che prendo parola su questioni “tecniche” in contesti in cui ci sono altre persone che hanno studiato le mie stesse cose, molte delle quali sono spesso pure amiche. Eppure, anche in spazi di confronto sicuri, torna quella vocina ingombrante. Porta sicuramente un suo fondamento di verità: sono una persona nata e cresciuta in provincia (“luogo” che adesso si può rivendicare con orgoglio perché la provincia è diventata anche in campo accademico qualcosa di cool) da persone nate e cresciute in provincia che non possono annoverare studi e lavori socialmente prestigiosi, ho fatto il liceo, sì, ma non il classico, e anche questo in provincia, e ho frequentato l’università da pendolare. Racconto questo aneddoto perché quel giudizio, in una studentessa che sfiorava i vent’anni, ha agito e continua a farlo. Quel commento ben rappresenta, infatti, il classismo di chi ha il privilegio culturale e ci tiene a marcare le distanze.
Ho imparato a reggerlo sulle spalle: un po’ perché è impossibile da rimuovere, un po’ perché, per il lavoro che faccio (l’insegnante in provincia), ho bisogno di ricordarmi con quanta potenza agisca lo sguardo di chi ha più potere di noi. È difficile esercitare potere senza far agire i propri privilegi. E io stessa ne ho molti: sono bianca, sono eterosessuale, ho un contratto a tempo indeterminato e, se vado in banca, un mutuo dovrebbero farmelo.
Michele Arena parte da qui, dalla necessità di riconoscere i propri privilegi di classe quando a scuola si entra da insegnanti provando a non replicare, nello spazio in cui abbiamo margine di azione, lo stato delle cose. Sono coraggiosi i libri intelligenti che provano a dire agli insegnanti che stanno sbagliando qualcosa: siamo una categoria estremamente permalosa e il rischio di sollevare un vespaio al posto di stimolare una presa di coscienza e messa in discussione è sempre molto alto. Ha sicuramente a che fare con il poco riconoscimento sociale, la frustrazione quotidiana che nasce dal non avere spesso i mezzi per sistemare le cose.

Posizionamenti, meriti e catene
Eppure, come dicevo, Arena compie una mossa concettuale non scontata. Chiede agli insegnanti di provare a esercitare l’arte della decostruzione. Non solo sugli studenti che hanno di fronte, ma anche su se stessi. Dipende dalla classe parte, infatti, da un presupposto semplice, quanto efficace: così come concordiamo sul fatto che l’appartenenza a una certa classe, a un genere, a un’etnia, ecc. influenzi il rendimento dei nostri studenti, perché non riflettiamo su quanto la nostra appartenenza sociale influenzi anche il nostro insegnare? In certi casi, la stessa possibilità di insegnare non deriva forse da un “privilegio” di classe?
Davanti a queste prime riflessioni è evidente come nel ragionamento di Arena venga a cadere una delle grandi ideologie del mondo scolastico e universitario recente: quella del merito. Nel primo capitolo, Fare chiarezza, questo mito viene smontato, dati e ricerche alla mano. È un’ovvietà? Sì. C’era bisogno di ripeterlo? Sì. Dopo aver passato le prime pagine la sensazione è di sapere già tutto e allo stesso tempo di aver comunque introiettato un sistema linguistico e atteggiamenti classisti. “Dipende dalla classe” ci smaschera e ci mostra che spesso siamo ciò che non vorremmo essere.
È difficile resistere all’egemonia del merito, perché abbiamo introiettato un’idea di ciò che è “meritevole” che, guarda caso, coincide quasi sempre con ciò che abbiamo fatto noi. È difficile resistere soprattutto nei consigli di classe, il luogo in cui a scuola tutto questo trova la sua sintesi più brutale. I “ma la famiglia non fa niente?”, “ma non possono seguirla?”, “più di dirgli di studiare, non so cosa posso fare!” finiscono per appiccicarsi addosso anche quando non li condividiamo. Se va bene, in ogni consiglio di classe c’è qualcuno che prova a riportare la discussione su un piano materiale, strutturale; se va male, la scuola si trasforma davvero in quell’ospedale che “cura i sani e respinge i malati”.
Che fare, dunque? Arena prova a rispondere nell’ultimo capitolo, Condividere potere, e tutte le strade che indica hanno un filo comune: combattere la solitudine che ci rende impotenti. La solitudine dell’insegnante chiuso nella propria aula, quella dei ragazzi lasciati soli davanti a richieste che non tengono conto delle loro condizioni di partenza, quella di una scuola che fatica a pensarsi come comunità. Condividere potere significa, prima di tutto, prendere coscienza del proprio privilegio e avere il coraggio di portare questa riflessione anche in classe; significa costruire alleanze con gli studenti e tra insegnanti, alimentare la speranza come pratica concreta e non come parola vuota.
Speranza e azione
Speranza, quindi. Il concetto, così isolato all’interno di una citazione, potrebbe suggerire l’ingenuità della proposta di Arena a chi non avesse letto il libro. D’altronde, quando sentiamo parlare di speranza, abbiamo spesso un senso di affettazione retorica che ci fa storcere il naso. Dato il periodo natalizio, potremmo dire che è una parola che serve più a vendere panettoni che a indicare qualcosa dotato di una reale consistenza semantica. Eppure Arena la sottrae a questa deriva consolatoria e la restituisce al suo significato politico e materiale, appoggiandosi a Ernst Bloch:
«L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera avere successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’avere paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare allarga gli uomini invece che restringerli […]».
È una speranza che non consola, ma spinge ad agire; che non nega i rapporti di potere, ma prova a incrinarli. È dentro questo orizzonte che si collocano le proposte più concrete del libro: la costruzione di équipe educative, la supervisione, la creazione di spazi strutturati di confronto che vadano oltre il rituale spesso sterile dei consigli di classe. È paradossale che chi lavora quotidianamente con persone e relazioni abbia così pochi luoghi in cui pensare collettivamente il proprio lavoro.
E, soprattutto, condividere potere significa restituire parola ai ragazzi: assemblee di classe, pratiche di cooperazione educativa, dispositivi che spostino — anche solo di poco — il baricentro dell’azione educativa. Non soluzioni miracolose, ma tentativi necessari per smettere di riprodurre automaticamente ciò che già c’è. Perché la classe non è acqua: non prende semplicemente la forma del contenitore in cui la metti. Può, se lo vogliamo, cambiare direzione.
