di Filippo Grendene
La nuova giunta guidata da Stefani sta iniziando a muovere i primi passi concreti. Il settore dell’Edilizia Residenziale Pubblica è terreno di caccia ideologico da dare in pasto all’elettorato: sette anni fa nelle case popolari vivevano i furbetti, oggi come vedremo i parassiti, poco cambia. Ora c’è di nuovo movimento attorno alle ATER, alla legge regionale 39/2017 e a un piano dai dettagli ancora fumosi a partire dal nome, “Generazione casa”: proviamo a capire cosa sta accadendo.
Veneto first
Veneto first. Da decenni la Lega con tutte le sue componenti composite ha abbandonato l’obbiettivo secessionista e, fermentando nelle passioni tristi che muovono il suo elettorato e il nostro tempo, si è trasformata in partito di governo. I due decenni di dogato leghista a Venezia hanno declinato il fervore adolescenziale, Pontida, l’acqua del Po, i “terroni di merda” e i “L’orda no” degli albanesi in strumenti di governo volti a declinare una priorità al popolo veneto.
La legge 39/2017, che fornisce il quadro dell’Edilizia Residenziale Pubblica in regione, di cui avevamo contestato gli effetti in una delle prime analisi pubblicate su Seizethetime, va in questa direzione. In particolare è previsto, nell’assegnazione dei punteggi delle case popolari, il requisito della residenza anagrafica in Veneto da almeno 5 anni, e una premialità per chi risiede da 10, 20, 30 anni in regione. Ecco una degli innumerevoli tentativi di traduzione normativa del veneto first, sostituto adulto delle rivendicazioni autonomiste degli anni Novanta.
Di nuovo, una legge quadro sull’ERP
Questo quadro ideologico, che è quello di una parte maggioritaria della Lega, ci permette di interpretare le mosse che la giunta Stefani sta ponendo in atto rispetto al diritto ad abitare. Il ragionamento leghista riusciva ad anteporre teoricamente l’identità regionale agli altri, mentre nei fatti continua il definanziamento dell’Edilizia Residenziale Pubblica a partire dalla sua assegnazione alle regioni, decisa dal governo Berlusconi 2 (Bossi ministro delle Riforme Istituzionali e devoluzione, Maroni ministro delle Politiche sociali). Che bisogno c’era di rimettere mano alla questione quindi?
Il tutto viene messo in discussione da una contestazione fatta da ASGI, Razzismo Stop, Sunia di Padova assieme a singoli cittadini nel 2024 contro il criterio dei 5 anni di residenza come conditio sine qua non per l’accesso all’ERP in Veneto. Rimandando agli ottimi articoli dell’ASGI (qui e qui) per l’approfondimento della vicenda, si giunge all’esito: la corte costituzionale dichiara inammissibile il criterio, in quanto il diritto all’abitare quale diritto fondamentale non può essere condizionato da criteri altri, quali appunto la residenza. La vicenda, che insegna molto su cosa possa significare lottare per i diritti, e su quali conseguenze si possano ottenere, mette in dubbio l’impianto complessivo della legge, non tanto per il requisito ma per l’esigenza della Lega regionale di ricostruire un impianto ideologico coerente con le proprie radici venetiste. O almeno che vada in una direzione spendibile.
“Specifiche categorie di veneti”
Data la mancanza di dati certi, bisogna ragionare su ciò che si ha. Le tre giunte Zaia non hanno investito nulla nelle ATER, limitandosi alla revisione del piano normativo con la 39/2917, incostituzionale. Anche questo comprensibile: dal loro punto di vista, casa popolare significa immigrati.
Ora invece abbiamo lo storno di 50 milioni da progetti PNRR già finanziati (per progetti già avviati o comunque previsti dai comuni del territorio, anche rispetto a parchi e ciclabili: la coperta è corta) verso l’ERP: a livello europeo questa possibilità di storno, subito colta. A cosa serviranno?
Si parla vagamente di recupero e ristrutturazione dell’esistente, cioè – a rigor di logica – degli 8800 appartamenti circa a disposizione delle ATER regionali ma in realtà necessitanti interventi più o meno radicali.
Nessuna opposizione al finanziamento dell’ERP: infatti in Consiglio Comunale la proposta è passata con l’astensione delle opposizioni, e con qualche interrogazione in merito ai progetti già avviati. La novità riguarda i beneficiari. Il ragionamento di Riccardo Barbisan, capogruppo della Liga in Consiglio, è cristallino: “Vogliamo che il patrimonio edilizio sia utilizzato da chi ha un progetto di vita nella nostra regione, non da chi è un parassita”.
Ecco qui la questione: dare casa a chi lavora ma sul libero mercato non trova case a un prezzo accessibile. Se vogliamo entrare nello specifico di chi sia “chi lavora” facciamo fatica, come sempre quando si parla di case popolari, a trovare dati concreti. Si parla dei lavoratori della sanità, così preziosi in questo momento; altrove si chiacchiera dei 280.000 lavoratori di cui la regione avrebbe bisogno ma non troverebbe per le spese eccessive.
Come leggere la proposta?
La proposta potrebbe essere concreta ma a noi non è dato sapere: o in regione devono ancora seriamente pensarci, o hanno paura delle ricadute. Intanto i 50 milioni sono stati destinati. Si possono comunque evidenziare alcune linee:
1. Il rifinanziamento dell’edilizia pubblica regionale era un passo necessario, questo lo sapevano anche i leghisti, pena il completo collasso del già traballante sistema. Questo lo sapevano meglio di noi i leghisti, che agiscono in pesante ritardo. Vediamo dunque la spinta non procrastinabile della necessità dietro a questa scelta.
2. Dato che non si parla né di costruire nuovi edifici né di acquisirne di esistenti, la casa per chi lavora deve essere necessariamente sottratta ai parassiti. Con la scusa della necessaria revisione della 39/2017, è stato detto che si andrà a sottrarre un certo numero di case alle graduatorie dell’ERP legata ai parametri ISEE: «La modifica consentirà di svincolare una parte degli alloggi oggi bloccati nelle graduatorie Erp, destinandoli a categorie specifiche di cittadini veneti».
3. L’impiego del verbo bloccati è un tic linguistico rivelatore della lotta di classe contro i ceti popolari che presiede a questo impianto normativo che si sta delineando
4. Per i lavoratori si parla di social housing: i contratti saranno cioè svincolati dall’ISEE ma calmierati rispetto al libero mercato. Si tratta di una concezione meritocratica, per cui chi svolge alcune tipologie di lavoro (da più parti si parla della sanità) meriterebbe la casa.
Le difficoltà materiali in cui i lavoratori della sanità ma anche del privato si trovano, reali e palpabili, nel reperire un’abitazione per sé e per la propria famiglia hanno obbligato anche i leghisti a porsi il problema della casa in Veneto, su cui Seizethetime ha battuto negli ultimi quattro anni segnalando un assordante silenzio da parte di Zaia e delle sue giunte, troppo impegnate a coprire lo spreco di soldi della Pedemontana e delle olimpiadi.
(I soliti conti della serva: se con 50 milioni si affronta il problema, con i 12 miliardi che abbiamo pagato per la Pedemontana, cioè 240 volte tanto, cosa si sarebbe potuto fare?).
Una volta riconosciuto il problema, la soluzione sembra essere sistemare un po’ di case tolte alle graduatorie cui si accede per criteri basati innanzitutto sull’ISEE e darli a chi ha uno stipendio comunque troppo basso per affittarsi una casa, ma abbastanza alto per pagare un affitto calmierato.
Gli elefanti nella stanza sono tre: gli stipendi in Italia, di cui non si può parlare né in merito al pubblico né tantomeno rispetto al privato; la speculazione immobiliare, ormai entrata in una bolla autoalimentantesi e inserita in portafogli e asset sempre più distanti da noi, sempre meno controllabili; la speculazione sugli affitti turistici e in generale la completa deregolamentazione del settore. Di tali questioni non si deve parlare; ci si nasconde dietro iniziative che potrebbero parere interessanti e rivolte al sociale ma non fanno altro che alimentare la guerra fra poveri e, per i miseri numeri su cui ragionano, anche se messe in atto saranno destinate a una incisività meno che nulla.
Padova
A Padova si sperimenta anche in un’altra direzione. Ha fatto scalpore la notizia, che ha guadagnato le prime pagine dei quotidiani locali circa un mese fa, per cui l’ATER di Padova guidata da Tiberio Businaro sarebbe in procinto di rendere fruibili 668 appartamenti, la maggior parte nel capoluogo.
Cos’è successo? Con la delibera 106 del 25 febbraio 2026 la Giunta Regionale concede ad ATER Padova di procedere alle ristrutturazioni di 660 alloggi circa grazie ai capitali accumulati dalle alienazioni degli anni precedenti: un piano vendite, non ancora concluso, che inizialmente prevedeva 500 case, a cui ne sono state aggiunte a metà 2024 altre 303, per un totale di 803. Vendiamo 800 case per sistemarne 668.
Piuttosto che niente, si dirà, meglio piuttosto. Ma è davvero così? E come si coniuga questa svendita del patrimonio pubblico con il rifinanziamento per le ristrutturazioni che sta arrivando dalla regione? Dov’è la pianificazione nell’uso delle risorse pubbliche di cui tanto si parla? Anche se sono tutti dello stesso partito, pare viaggino su binari diversi.
In città, inoltre, da qualche tempo gli inquilini delle case ATER con contratto calmierato (lavoratori che non possono pagare un affitto di mercato, ma uno calmierato sì: non tanto diversi da quelli che sembrerebbe avere in mente Stefani), pare circa150 famiglie, hanno iniziato a ricevere delle lettere di sfratto. Molti sono stranieri, molti altri anziani: valgono meno degli infermieri? Le loro case sono fra quelle che saranno ristrutturate con fondi regionali? Sono dedicate al nuovo social housing? Saranno invece ristrutturate attraverso il piano padovano di Businaro?
Molte di queste case sono in quartiere Palestro; gli inquilini assieme a Quadrato Meticcio e Unione Inquilini si sono mossi, hanno interloquito con Francesca Benciolini ed Elena Ostanel, che ha anche scritto una lettera a Stefani, ovviamente senza alcuna risposta in merito.
