Di Valentina Lazzara
“I tempi di formalizzazione delle domande di protezione internazionale presso le Questure di Venezia e Vicenza hanno superato in modo significativo e reiterato il termine di legge, ragion per cui si configura una disfunzione organizzativa non occasionale, bensì strutturale. E sono le scelte organizzative interne all’Amministrazione ad aver determinato tale qualificata inefficienza.“
Con due importantissime sentenze del 18 marzo, la nr. 616 e la nr. 617, il TAR del Veneto ha ufficialmente condannato l’inadempienza delle Questure di Vicenza e Venezia, accusate di non soddisfare i requisiti normativi fissati per la formalizzazione delle domande di asilo e di protezione internazionale.
Le Class Action depositate il 7 marzo 2025 da ASGI, CADUS, EMERGENCY e Lungo la Rotta Balcanica, in collaborazione con associazioni del territorio, quali La Casa di Amadou, Oxfam Italia e Spazi Circolari, hanno contribuito a mettere nero su bianco la sistemica discriminazione che le persone migranti subiscono quotidianamente nell’accesso a un diritto fondamentale, quello dell’asilo. Come abbiamo raccontato nel nostro precedente articolo (https://www.seizethetime.it/class-action-contro-le-questure-di-venezia-e-vicenza-quando-lasilo-non-e-piu-un-diritto-ma-una-concessione/), i ritardi e gli ostacoli di accesso contestati alle due Questure erano consistenti: a Venezia il tempo medio per formalizzare la propria domanda di asilo è di 90 giorni, a Vicenza di 8 mesi, contro la normativa che prevede l’espletamento della pratica entro 3 giorni dal momento della manifestazione di volontà, estendibili a 10 giorni in caso di situazioni emergenziali. Le violazioni di Venezia, conclamatissime, e di Vicenza non si limitavano, però, solo al mancato rispetto dei tempi per l’ottenimento di un appuntamento; a emergere erano anche la discrezionalità con cui le persone venivano lasciate fuori dalla Questura e l’illegittima richiesta di una copia della denuncia del passaporto per chi non lo aveva con sé; qualsiasi prassi, insomma, che potesse rendere più complesso l’accesso agli uffici.
In termini concreti, la mancata formalizzazione della domanda di asilo e protezione internazionale significa non avere accesso a una serie di pratiche e documenti fondamentali per la vita sul territorio: al rilascio del permesso di soggiorno corrisponde l’assegnazione del codice fiscale, necessario per ottenere una tessera sanitaria e un medico di base; inoltre, non è possibile avere una residenza, una carta di identità e aprire un conto Postepay, necessari per poter lavorare. In poche parole a definirsi è la più assoluta precarietà esistenziale.
Nelle settimane successive al deposito della Class Action, la prima in ambito di asilo (in passato era stata presentata solo quella sulle emersioni) la Questura di Vicenza aveva aperto uno sportello due volte a settimana per far fronte ai disagi, dimostrando che il mancato dispiegamento di risorse era una scelta e che non si trattava di problemi organizzativi; nemmeno lo sportello però permetteva di rispettare il dettato normativo; la violazione insomma ha continuato a persistere fino ad oggi, evidenziando la necessità di un maggiore impegno per migliorare il servizio.
Le risposte fornite dalle Questure a giustificazione dei ritardi sono state ritenute insufficienti e prive di fondamento dal TAR, portando alla condanna di queste ultime; lo stesso Ministero dell’Interno è stato chiamato in causa,con la richiesta di delucidazioni in merito alle risorse presenti e alla situazione in cui versano le Questure nelle altre regioni. La risposta? Il silenzio: non è stato fornito alcun dato comparativo delle condizioni in cui versano le Questure italiane nella gestione dei medesimi procedimenti. Un silenzio che non sorprende, a fronte della direzione del Governo in tema immigrazione. Sono le stesse istituzioni, infatti, a creare le premesse funzionali alle retoriche securitarie e violente: impedendo l’accesso alla regolarizzazione del territorio a essere messi in una condizione di in-sicurezza sono le stesse persone accusate di esserne la causa. Un cortocircuito in cui a perdere sono non solo le persone a cui vengono negati dei diritti fondamentali, ma l’intera comunità.
I ritardi riconosciuti alle Questure di Venezia e Vicenza rappresentano un precedente importante, monito per tutte le Questure che si trovano nella stessa situazione: se non rispettate i tempi di legge potete essere contestate. Confrontandoci con le operatrici di Casa Amadou è emerso come, prima di procedere con le Class Action, i tentativi di dialogo con le Questure fossero stati molteplici ma tutti caduti nel vuoto. L’unico strumento rimasto, insomma, era quello della procedura legale. L’idea di percorrere la strada dei ricorsi collettivi è nata dalla necessità di mettere in connessione tutte le storie raccolte, a dimostrazione che il problema è sistemico e non occasionale; inoltre, è la prima volta che una Class Action non viene presentata da singoli cittadini, ma da Associazioni, che sono state riconosciute ufficialmente dal giudice come portatrici di interesse della comunità straniera.
Il lavoro svolto dalle Associazioni è stato preziosissimo: accompagnamenti di fronte alle Questure, osservazioni, supporto alla persona hanno contribuito a creare un quadro completo della lesività dell’operato delle Questure. L’importanza della fase preparatoria è stata sottolineata dalle stesse operatrici, che hanno accompagnato le persone a capire lo strumento che si stava mettendo loro in mano e quali fossero le violazioni perpetrate dalle Questure.
Le azioni provvisorie messe in campo dalla Questura di Vicenza a seguito del deposito della diffida hanno consentito di guardare al problema con una lente diversa: le cose non funzionano non perché non ci siano le risorse, ma per scelte politiche ben precise. Per alcune delle persone coinvolte, riconoscere che le prassi messe in atto dalle Questure fossero illegittime è stato quasi un sollievo e ha rappresentato una vera e propria presa di coscienza. Le Class Action non avrebbe avuto un effetto immediato sulle loro vite, almeno nelle prime fasi: l’attesa, la frustrazione, la rabbia e lo sconforto di un presente e un futuro incerti non venivano e non vengono cancellate, ma unirsi e portare la propria storia e il proprio vissuto a testimonianza può significare lottare perché nessun’altro debba vivere quello che si è vissuto sulla propria pelle.
Nella sostanza, per ora, non c’è stato un cambio vero e proprio, per vederlo bisognerà aspettare il 12 giugno: il Tribunale ha fissato a 90 giorni il termine per attuare le migliorie e sopperire alle carenze denunciate, ripristinando la procedura amministrativa con una gestione efficiente. È un atto obbligatorio e se non rispettato le due Questure ne dovranno risponderne davanti al giudice. Nel frattempo le attività di monitoraggio da parte delle Associazioni continuano.
