di Cecilia Beretta
Una cosa vicina di Loris G. Nese è un colpo di pistola nella notte, una notte in cui ogni persona, oggetto, voce, luce ha un nome. E un cognome.
La pellicola del regista, presentata alle Giornate degli Autori all’82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è un’opera in cui la visione è concetto, ma anche sangue e carne allo stesso tempo.
Loris ha perso il padre di morte violenta quando aveva sei anni e nessuno gli ha mai raccontato perché. Fin da adolescente ha subito la fascinazione dei gangster movie, della violenza del mondo rap, ha provato esaltazione nei confronti del male ed è sempre stato rispettato da tutti nella Z.O, la famigerata zona occidentale di Salerno (“Quando avevo quindici anni le cose pericolose mi facevano stare bene, perché mi facevano sentire parte di qualcosa”, recita una voce fuori campo nel cortometraggio Z.O. presentato a Locarno nel 2023).
Tutti conoscevano la storia della sua famiglia. Tranne lui che, diventato adulto, decide attraverso la macchina da presa di scavare nel suo passato per fare i conti con un’eredità oscura: il rapporto tra la sua famiglia e la criminalità organizzata campana.

Quando la prima volta il protagonista ha digitato il nome del padre online ha scoperto una verità molto diversa da quella che ritrovava nelle foto dei compleanni e delle vacanze a Disneyland; non a caso il luogo dove l’impossibile apparentemente diventa possibile, ma anche il luogo, come insegna The Florida Project di Sean Baker, dove i sogni non possono diventare realtà. Ha scoperto una storia di sangue e violenza e ha deciso di restituirla al pubblico con un tono molto distante da quello al quale siamo stati abituati a sentire raccontare, da Gomorra in poi, la camorra.
A partire dalla consapevolezza che il primo contatto reale con la propria storia privata fosse avvenuto per Loris adolescente con i materiali pubblici, è stato inevitabile tentare la mediazione del cinema per esorcizzare le immagini del suo passato. Una cosa vicina è un film ibrido, metà documentario autobiografico, metà diario terapeutico con il quale il regista sembra cercare una soluzione alla difficoltà di raccontare la propria storia con obiettività facendolo attraverso un obiettivo. Forse è impossibile guardarsi dall’esterno, ma il miracolo sta nel tentativo.
Tentativo raccolto con maestria nei bellissimi primi piani della madre del regista che rivolta nervosamente un cencio mentre lo rammenda, metafora luminosa di quello che il regista tenta di fare con la propria vita: ricucire insieme i pezzi in quello che lui stesso definisce un faticoso percorso emotivo che parte dall’infanzia e arriva “alla necessità adulta di cercare una verità più complessa, fuori dalla retorica della cronaca e dalla narrazione dominante”.
Un cinema spurio e crudo che viene in soccorso laddove i mezzi tradizionali si arrestano. Un cinema sofferto che tenta di restituire ai protagonisti la capacità di sentire nel profumo dei fiori l’odore di primavera invece che quello di cimitero, in cui la maggior parte degli uomini della famiglia hanno trovato prematuramente la loro fine.

Il protagonista del racconto e il regista si sovrappongono, ma la sua figura adulta ci è celata. Possiamo avere accesso solo alle immagini sgranate degli anni Novanta di lui bambino, al mare, in spalla ad un uomo magro, o ad un riflesso sfocato nello specchio, difeso dalla macchina da presa, e sentiamo la sua voce, apparentemente distaccata mentre, tra silenzi e risposte laconiche, intervista la madre, la zia e gli amici di infanzia. Anche la sagoma del padre, quasi simile ad un bersaglio del poligono, sfugge in continuazione, vicina eppure sempre più lontana, nel tempo e nelle scelte di vita.
Il documentario si configura come un’indagine di scavo, uno sguardo inquieto che si aggira alla ricerca di prove nella casa di infanzia, simile ad una casa delle bambole o ad un diorama, in una sorta di lettura degli incubi da conscio.

La casa è un recinto, una scena del delitto con inquadrature da film dell’orrore, ma anche un luogo infuso di luce non appena le tapparelle si alzano e un raggio di sole invade la stanza e si posa sui cuscini sprimacciati. Sul letto matrimoniale della camera dei genitori, sempre vuoto, in un fotogramma ricorrente sono disposti degli oggetti in maniera apparentemente istintiva, quasi come elementi di un linguaggio della sofferenza psichica probabilmente inesprimibile con le parole. Quello che resta è un quadro o una visione, il film, che poi va letto e interpretato.
A tratti mi è sembrato una versione in celluloide della Sand Play Therapy, ideata dall’allieva di Jung Dora Maria Kalff, un metodo terapeutico all’interno del quale si crea, attraverso la selezione casuale di oggetti e al loro posizionamento in un quadrato di sabbia, uno spazio libero ma protetto, un recinto archetipico, in cui possono essere riunite tutte le parti scisse della personalità per intuire una nuova dimensione di sé grazie al racconto.
Da questa intenzione deriva la volontà di intervistare amici e familiari, in un luogo intimo come solo una cucina può esserlo, per ascoltare direttamente da chi ha vissuto sulla propria pelle i fatti le multiple sfaccettature di una vicenda tragica che il protagonista era troppo piccolo per ricordare nella sua interezza.
La madre, figura centrale per ovvie ragioni della pellicola, ricorda per alcuni versi Valeria Golino in Per amor vostro di Giuseppe Gaudino, in cui la protagonista si racconta, forse mentendo a se stessa, le proprie scelte drammatiche come atto di amore nei confronti dei figli, ed è al contempo forte e fragilissima nel suo tentativo di lottare contro una metaforica muffa: un pongo che ricopre e ingloba gli oggetti, intacca i mobili e tappa le serrature, cambiando il volto degli oggetti.

Il racconto ambivalente e pieno d’amore sofferto alterna animazione, riprese e video d’archivio ed è quasi come se il gioco di materiali diversi, montato magistralmente da Chiara Marotta (pongo, acqua, tessuti, sangue, rocce, VHS, foto di famiglia, mappe geografiche e pixel) venisse in aiuto al protagonista e autore per raccontare ciò che non (gli) è mai stato raccontato.
Grazie al materiale di archivio di AAMOD, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio Democratico, oggi minacciato dal taglio di fondi imponente decretato dal Ministro Giuli, dell’Archivio Luce e delle Teche Rai il regista sembra dare vita e corpo alla realtà psicanalitica più profonda: la mediazione dell’altro per giungere alla scoperta di sé, e arrivare, apparentemente da molto lontano, alla cosa più vicina.
Lunedì 20 aprile alle 20.30 al cinema Multiastra di Padova sarà proiettato il film. In sala il regista Loris G. Nese e la montatrice Chiara Marotta. L’evento è organizzato in collaborazione con Libera Padova.

