di Francesco Casari e Laura Ferro
Questo articolo è il terzo di una serie sul tema Tav firmata Seize The Time. Nasce da una necessità stringente: comprendere le implicazioni del passaggio dell’Alta Velocità a Vicenza. L’unico modo per farlo era parlarne con realtà, associazioni, comitati e spazi politici che si sono riuniti in difesa della propria città e, in particolar modo, dei boschi Lanerossi e Ca’ Alte.
Se non hai letto i due precedenti articoli a tema Tav, clicca qui per leggere «Il progetto Tav a Vicenza parte 1 – Introduzione» e qui per «Il progetto Tav a Vicenza parte 2 – finanziamenti e appalti».
Intervistiamo Marco Zilio, attivista No Tav di Vicenza e membro dell’Assemblea I Boschi che resistono.
F- Prima di andare sulle ultime notizie e sulle questioni più tecniche vorrei chiederti di ricomporre alcuni tasselli. Come si articola l’opposizione al Tav a Vicenza? Adesso il Boscodromo è stato sgomberato, ma vorrei capire meglio il passaggio da Bocciodromo a Boscodromo.
M- Allora, c’è stato un gioco di parole che abbiamo cominciato ad utilizzare ad un certo punto: dal climate camp che abbiamo organizzato nel settembre 2024. Il Bocciodromo era situato ai Ferrovieri che è uno dei quartieri più interessati dal TAV. Il Bocciodromo doveva essere demolito per far posto a questa strada, via dell’arsenale, per quindici anni abbiamo fatto attività in quel posto vedendo crescere il bosco Lanerossi di fianco.
A un certo punto ci siamo resi conto che l’Assemblea dei Boschi era una comunità, coinvolgeva persone eterogenee: ambientalisti, cattolici, gente che fatto mobilitazioni contro la guerra, o che non ne aveva mai fatte prima, qualcun altro viene dal mondo scout e da quest’incontro sono venute fuori cose nuove. C’era una continuità tra i boschi e il Bocciodromo – che veniva anche utilizzato come posto dove stare al coperto quando volevi venire al bosco ma pioveva, per fare un esempio, e così è avvenuta la metamorfosi da Centro Sociale a presidio No Tav un posto dove vengono persone che – fino a che non c’era la questione dell’occupazione di questi boschi per evitare i cantieri – non sarebbero mai venute dentro il centro sociale.
A settembre di questo anno ci siamo accorti che stavamo arrivando al dunque sulla questione cantiere e demolizione. Una volta sgomberato il Bocciodromo, che è l’unico spazio sociale in città, non c’è un altro posto dove potersi organizzare, dove poter discutere delle mobilitazioni sulla guerra, di antifascismo, dove organizzare concerti ecc… rischiavamo che l’esperienza che avevamo portato avanti per quindici anni si interrompesse. Quindi è stato occupato un nuovo spazio in Viale Trento, per fare lì le attività che avremmo sempre fatto al centro sociale. In via Rossi 198 invece, che è sempre stato il centro sociale della città per 15 anni poi diventato Boscodormo, abbiamo resistito insieme per mostrare quanto quest’opera sia una follia e allargare questa lotta.
A difendere il Boscodromo c’era tanta gente diversa, ognuno partecipava a modo suo: c’era chi non se la sentiva di sedersi davanti e stava di fianco a dare una mano dal punto di vista della comunicazione, magari qualcuno saliva sul tetto… Sicuramente facendo queste discussioni insieme si è abbassato il livello di scontro nella pratica di difesa di quel posto, in modo che fosse una pratica comprensibile e accettabile da tutte le persone che hanno fatto parte dell’assemblea dei boschi, che hanno difeso Ca’ Alte e che hanno fatto le assemblee con noi in quello che era diventato Boscodromo… Ognuno poteva sentirsi a proprio agio a vari livelli. Questa cosa qua credo che, rispetto a quello che sta per succedere in città, ci dia degli strumenti e degli spunti per contestare in maniera sempre diversa, fantasiosa, locale a modo suo, i cantieri del tav; in una maniera che venga capita anche a Vicenza, dove il contesto sociale non è quello della val Susa. Qui resiste tuttora, sebbene sia completamente fallita da un punto di vista pratico, l’idea del veneto produttivo, del costruire, del fare. Sembra che sia ancora l’unico modo per andare avanti in questa società. Anche se è un po’ il contrario in realtà.
F- sempre su questo tema qui: hai menzionato il nuovo posto occupato per il centro sociale, e il campo di calcio di via Corridoni invece? Che ruolo gioca?
M- Il centro sociale Bocciodromo (abbiamo tenuto lo stesso nome proprio per dare l’idea della continuità anche se non è più un bocciodromo) adesso è in via Trento, in quella che era un’ex scuola privata. Abbandonata da anni, lo stabile si trovava in uno stato di decadenza. Lì ci sono le varie attività del centro sociale: questo fine settimana è aperto, il mercoledì si fa l’assemblea…
Quello che è successo dopo lo sgombero del Boscodromo, presidio NO TAV, dove ci trovavamo per organizzare la lotta ai cantieri è stato dire: RFI ci ha portato via un posto dove organizzarci, incontrarci, fare le nostre attività. Noi ci prendiamo un altro posto di RFI. Qua nel quartiere dove abito io, che si chiama i ferrovieri, è fondamentalmente tutto di RFI, anche l’argine del fiume qua fuori è di RFI, Ca’ Alte è di RFI. C’è un campo da calcio dove ho giocato anche io e dove hanno giocato tutte le persone del quartiere che è abbandonato da 6 anni. Credo sia lì dal millenovecentoventisei ed è perfetto come punto di ritrovo. Ci sono anche gli spogliatoi; quello lì è il nuovo posto dove facciamo l’assemblea dei Boschi che Resistono ogni martedì alle 19.00. È importante quel posto lì per due motivi: per l’idea di rispondere immediatamente a RFI: ci sottrai uno spazio e noi ce ne prendiamo immediatamente uno tuo. E poi perché, mentre il nuovo centro sociale di via Trento è leggermente spostato dal quartiere dei ferrovieri, è molto importante continuare ad avere degli spazi dove trovarsi qui in questo quartiere, perché non è che se demoliscono il Boscodromo, allora cala la nostra attenzione sulla questione del TAV. Anzi, adesso che cominciano i lavori dobbiamo essere qua: parlare con le persone, farle sapere dove possono trovarci se hanno dei problemi, partire con le iniziative da qui… poi è un bel posto, il campo da calcio si trova tra dei caseggiati storici ed è proprio in mezzo al quartiere quindi, qualsiasi cosa si faccia, anche il cinema all’aperto, se uno si affaccia alla finestra vede quello che si sta facendo. È un posto molto visibile, è perfetto per fare le cose e portare avanti il problema del TAV.
F – quindi, se prima lì in Via Rossi al Bocciodromo/Boscodromo c’era stata una convergenza tra varie parti, è venuto poi naturale da parte vostra di allargarsi un po’ tenendo tutto insieme. Ora invece la portate avanti su due binari, cercando però di mantenere questa unione, anche se non c’è più l’identità fisica.
M- il percorso del centro sociale ha comunque una sua autonomia e particolarità, non può parlare solo di TAV, specialmente nel contesto internazionale in cui ci ritroviamo. Ci sono insomma tutta una serie di cose che non possiamo mettere da parte. Abbiamo visto che ci sono molte persone che si sono messe in gioco, specie dallo sgombero di Ca’ Alte, che è possibile fare delle cose insieme, difendere il territorio con determinazione e grande partecipazione. Proprio grazie a questa partecipazione è stato occupato un nuovo spazio. Ovvio poi che le cose si intrecciano.

L – Torniamo a quello che è successo negli ultimi giorni: il 16 gennaio le ruspe di IRICAV Due entrano nel bosco Lanerossi e distruggono il 45% dell’area. Questo avviene dopo che il 12 dicembre, poco più di un mese prima, il bosco era stato ufficialmente decretato di proprietà del Comune di Vicenza segnando una grande vittoria della collettività. Come ridefinisce la questione il gravissimo atto di IRICAV Due? Ricordiamoci che è dello scorso 22 luglio l’annuncio dello spostamento del cantiere Tav dal bosco Lanerossi…
M- Anche noi avevamo scritto la grande vittoria e credo che una grande vittoria ci sia stata. IRICAV Due e WeBuild hanno dovuto accantonare l’idea di fare un grande cantiere al posto di un bosco, di trasformarlo in una spianata. Il punto è che c’è stato un atto di arroganza da parte di WeBuild: qualcuno in assemblea l’ha definito vendicativo. In tutto questo discorso ricordiamo sempre che c’è una mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni, non abbiamo accesso alle carte e agli accordi che ci sono stati tra il Comune e IRICAV Due. Dalle carte che abbiamo noi, il cantiere risultava di 11300 metri quadri. Poi, facendo i rilievi, ci siamo resi conto che WeBuild e IRICAV Due si sono presi una parte di bosco che noi consideravamo salvata, almeno di 2000-2500 m2. Ovviamente nella costruzione ti aspetti che si allarghino e buttino giù qualche albero in più per passare col camion o con la ruspa, ma qui la questione è differente: un bosco che era di 16000 m2 è stato privato di circa 7900 m2. Ci siamo ritrovati, in sostanza, con circa il 45% del bosco raso al suolo e ridotto in segatura per far passare una strada che dovrebbe essere di 4000 al massimo 5000 m2. E in questo calcolo non stiamo considerando la parte privata del bosco. C’era in realtà un pezzo che è stato acquistato da un privato all’asta fallimentare, che in questi giorni è stato completamente abbattuto dallo stesso privato causando un enorme danno all’ecosistema.
L- E poi? Come vi siete mossi?
M- IRICAV Due ha comprato un grande palazzo nella zona banche di Vicenza, subito fuori dal centro. Nella giornata di mercoledì 28 gennaio siamo andati sotto la loro sede a portare la segatura, la corteccia, i rami, tutto quello che era stato distrutto nel bosco. È diventata una battaglia su ogni metro quadrato, per quanto ci riguarda. Le persone più esperte di me nell’ambito della riforestazione dicono che in questo momento, anche sotto l’area distrutta, ci sono le radici degli alberi che potrebbero ricominciare a crescere. Si potrebbe conservare una palestra per il bosco, l’importante è che non venga ridotta a una spianata di stabilizzato. Ma sarà una battaglia molto difficile.
F – Per quanto riguarda Ca’ Alte invece?
M- Ca’ Alte non sarà come Lanerossi. Non ci fideremo delle dichiarazioni pubbliche, non chiuderemo il cancello lasciandoli fare per poi scoprire che in una giornata hanno raso al suolo mezzo bosco. Stiamo discutendo in questo momento sulle modalità attraverso cui resistere. Va considerato sempre che noi non siamo a conoscenza delle tempistiche precise secondo cui WeBuild e IRICAV Due agiranno. Ci risulta che la parte di cantierizzazione che riguarda Ca’ Alte non abbia copertura finanziaria.
Mi preme soprattutto sottolineare l’insieme di meccanismi che questa storia ha attivato. Il sindaco in diverse dichiarazioni aveva elogiato l’opera di salvaguardia del bosco, presentandola come una vittoria degli attivisti, della collettività, della città intera. Poi il 45% del bosco viene raso al suolo e la gente alza la voce, si ribella. Se il sindaco si era sempre rifiutato di dire qualcosa sull’area di Ca’ Alte, in questi giorni ha fatto uscire un comunicato stampa in cui apre alla possibilità di spostare il cantiere, come era stato fatto per Lanerossi. Questo per noi è un passaggio importantissimo che denota un dato fondamentale: se la comunità identifica come importante la salvaguardia di un ambiente, di spazi comuni, anche di piccole aree verdi nel contesto di una grande opera, allora questi possono diventare temi che interessano le amministrazioni locali e, se possibile, mettono in difficoltà WeBuild e IRICAV Due.

L- Torniamo ad alcuni fatti dei mesi scorsi. A ottobre 14 cittadini hanno fatto ricorso al Tar Veneto impugnando la deroga concessa dal Comune a IRICAV Due che consente i lavori dei cantieri Tav 24 ore su 24 superando il limite di decibel consentiti. Pensiamo al quartiere dei Ferrovieri, il più interessato dai cantieri, in cui il rumore sta gravemente affliggendo la vita degli abitanti. E poi novembre: in Via Boccherini i cittadini trovano una coltre di polvere dopo lo smantellamento di alcune strutture. Ci vuoi raccontare?
M- Certo, ma proviamo a tenere le due cose distinte. Sulla questione dei rumori abbiamo fatto ricorso con alcune perizie dei medici dell’ISDE (l’Associazione Medici per l’Ambiente) e rivolgendoci a un perito acustico e ad alcuni avvocati.
Ripercorriamo un po’ i fatti. A maggio dell’anno scorso senza nessun preavviso noi ci siamo svegliati di notte perché in ferrovia stavano montando delle grosse palancole di circa 20 metri. Gli operai dovevano piantarle in modo da arrivare alla roccia ma più scendevano più producevano un rumore sordo, delle vibrazioni impressionanti. Tutto questo lo facevano di notte per lavorare col traffico interrotto sulla ferrovia. A quel punto la gente non ne sapeva niente. Poi sono usciti alcuni articoli di giornale in cui spiegavano che si trattava di un campo prova, che avrebbe interessato altri punti della ferrovia oltre alla stazione. Allora abbiamo fatto ricorso e abbiamo scoperto che c’era una deroga del comune, che aveva concesso 60 decibel di notte e 70 di giorno, quando i limiti consentiti sono molto più bassi. In più non avevano il potere e l’autorità per conferire queste deroghe perché il Comune di Vicenza non ha un regolamento acustico ma solo un piano acustico. Su questa base giuridica abbiamo fatto ricorso. È in primis un problema politico. Tu Comune non puoi conferire simili deroghe. Martellavano e producevano 70 decibel di rumore la notte, mentre la gente doveva andare a lavorare il giorno dopo.
F- E poi?
M- Dopodiché i lavori si sono fermati, IRICAV Due ha smesso di piantare palancole. Ma hanno già rinnovato la deroga per l’anno prossimo tenendola identica per cui il ricorso che abbiamo fatto al Tar è ancora valido. Nel momento in cui il Tar ci darà ragione o torto la stessa deroga andrà ridiscussa. Il tema è venuto fuori in varie assemblee pubbliche.
Ad agosto ci aspettavamo che piantassero queste palancole anche di giorno perché il traffico ferroviario era stato interrotto. Eravamo pronti con i periti acustici. Questa cosa non è successa perché si sono messi a lavorare sui filtri dei PFAS, che non sono menzionati nella Valutazione di Impatto Ambientale. Ma di questo parliamo dopo. Diciamo che al momento noi adesso stiamo tenendo d’occhio le deroghe e quando ricominceranno a piantare palancole saremo pronti a dimostrare le nostre ragioni.
Dallo studio del perito acustico a cui ci siamo affidati per analizzare i dati raccolti da IRICAV Due e ARPAV, viene fuori che i lavori superano anche le deroghe che ha concesso il comune. Quindi, oltre ad essere illegittime, le deroghe non vengono neanche rispettate.
L- E per quanto riguarda le polveri?
M- La questione delle polveri è invece venuta fuori con i primi abbattimenti e il tema si lega agli sfratti. Quando intervieni in un posto così antropizzato la questione diventa problematica. Se devi passare sopra una casa, la demolisci; poi demolisci anche le case che hanno le fondamenta che possono essere in qualche modo compromesse dai lavori per la TAV. Ma la casa subito dopo? La lasci lì e te ne freghi. Tutte le persone che adesso abitano attorno a questi cantieri si trovano con una serie di problemi. Questo è aggravato dal fatto che Vicenza è una delle città con più problemi legati alle polveri sottili in Italia e in Europa. L’aggiunta di tutte queste polveri dovute a scavi, passaggi di mezzi e altro, ha fatto sì che si depositassero strati di polvere intorno alle case delle persone che abitano vicino ai cantieri.
F- Vuoi dirci qualcosa in più rispetto all’assenza di prospetti riguardanti i PFAS?
M- Il CIPESS (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile) gli ha segnalato una prescrizione. Il messaggio grossomodo era: «L’inquinamento da PFAS è grave e dovete provvedere ad una seria gestione delle acque». Il problema è che i fiumi qui sono completamente contaminati quindi tutta la terra che si può scavare di fianco a un fiume è piena di PFAS. Se la prendi, la sposti e la mescoli con terra non contaminata diventa un bel problema perché non la controlli, tutto si mescola con i PFAS. Noi abbiamo seguito i camion di terra che andavano via da Ca’ Alte e la mescolavano ad altra terra ad Altavilla, in provincia. Allora nel Progetto Definitivo spuntano 16 pagine integrative sul tema PFAS. Dopo la recente vittoria in tribunale del Movimento delle mamme No PFAS, la politica ha cominciato a prendere seriamente in considerazione il problema.
L- Quindi quali sono gli strumenti pensati per il problema dei PFAS?
M- Vengono menzionati dei filtri a carbone. Il punto è che varie persone che si sono mobilitate contro la Pedemontana ci dicono che non sono poi così efficaci nel filtraggio di questi materiali. Il problema più grosso è che vengono utilizzati acceleranti del cemento a loro volta inquinanti, i filtri invece riguardano solo le acque di aggottamento.
Recentemente sono venuti fuori i dati del monitoraggio ante operam ma la comparazione è molto difficile. L’Osservatorio della Valsusa insegna una morale valida anche per noi: una volta che i cantieri vengono aperti, è estremamente difficile misurare se hanno fatto quello che hanno scritto. Questo sul versante giuridico. Su quello politico la storia è un’altra. L’ultimo anno abbiamo vissuto un momento di intensa partecipazione. Le persone di Vicenza hanno smontato reti di cantiere, si sono mobilitate e hanno denunciato. Tra queste, oltre all’assemblea dei boschi e al centro sociale, ci sono soggettività diverse che si stanno ponendo il problema. Una comunità che vuole esercitare pressione sulle istituzioni e il General contractor.
F- Come accennavi prima, il discorso sulle demolizioni si allaccia a quello degli sfratti. Che soluzioni sono state immaginate per quelli?
M- Per quanto riguarda Vicenza Ovest, Adl Cobas ha risolto la situazione abitativa a tutte le famiglie, anche quelle che IRICAV Due si era dimenticata. È stata fatta pressione su IRICAV Due perché mettesse a disposizione i soldi per sistemare gli alloggi Erp e di edilizia residenziale pubblica che non potevano essere inseriti in graduatoria, dato che non avevano i requisiti minimi di sicurezza. Gli appartamenti sono stati ristrutturati e concessi allo stesso prezzo a cui le persone pagavano le case precedenti. Questa è stata una conquista fondamentale: nel frattempo il mercato immobiliare qua a Vicenza è raddoppiato, sia per i lavori della Tav e gli operai che si sono trasferiti, sia perché perché stanno rifacendo il villaggio americano.
L- Per quanto riguarda gli abbattimenti. Sono poi previsti altri sfratti oltre quelli lì e quindi di nuovo il riproporsi di questa situazione?
M- Allora il punto di tutta questa cosa qua che non abbiamo detto fino ad adesso, è che quel lotto lì che si chiama attraversamento di Vicenza, arriva solo fino alla stazione di Vicenza. Dopo di ché è previsto che non costruiscano i binari TAV per quelli che sono 400 metri sotto monte berico perché non c’è lo spazio. Dovrebbero scavare sotto il colle o dentro il centro città e non lo fanno. Poi si sviluppa tutta la parte di Vicenza est che per ora si sta discutendo solo a spizzichi e bocconi. Allora, se a Vicenza ovest sono avanti e sono in progettazione esecutiva, dall’altra parte non è ancora pronta una progettazione, c’è una discussione su quali alternative: stiamo spingendo perché dopo il disastro che stanno facendo a Vicenza ovest vinca un’opzione zero per quanto riguarda Vicenza est.
F- La parte di Vicenza est sarebbe quella del lotto Vicenza-Padova?
M- Esattamente. Addirittura a Vicenza ovest c’è più spazio tra la ferrovia e le case rispetto che a Vicenza Est. Quindi a Vicenza est gli abbattimenti e le persone fuori casa sarebbero molte di più; già adesso cominciano ad essere in una specie di limbo in cui non capiscono bene cosa dovranno fare. Perché per ora le soluzioni al vaglio non sono molto chiare, c’è incertezza su quali saranno gli abbattimenti, anche perché già su Vicenza ovest tra progetto preliminare e progetto definitivo sono aumentati gli abbattimenti e gli espropri. Per come lavorano ci aspettiamo che succeda la stessa cosa. È ancora un’incognita, sappiamo che sarà un problema enorme ma non abbiamo in questo momento la misura per capire e aggredire il problema.
A Vicenza ovest da quel che ci risulta tutte le famiglie ad un certo punto hanno trovato casa, alcune hanno trovato secondo la legge della giungla, alcuni inquilini probabilmente hanno anche subito minacce dai proprietari perché il proprietario non voleva essere caricato della mora di IRICAV Due. Si è innescato un meccanismo di guerra tra poveri. Perché non è che abbiamo trovato, almeno per le situazioni che abbiamo conosciuto noi, palazzinari che possedessero queste case. Erano persone normali come noi e come la gente che ci viveva dentro. Gente che magari aveva ereditato un appartamento e lo aveva affittato.
F- Qualcosa sono stati costretti a fare con la questione che avete attivato voi…M- Siamo andati sotto Natale dell’anno scorso alla sede di IRICAV Due, avevamo conosciuto le famiglie a inizio dicembre, sono arrivate le lettere di sfratto, c’era una situazione di tensione, e il comune, la prefettura si sono resi conto anche di quanto poteva essere problematico sbattere famiglie con figli in strada, d’inverno, perché bisogna buttar giù le case.

