di Filippo Grendene
Il progetto di ampliamento dello stabilimento Luxardo a Torreglia è diventato uno dei simboli della mobilitazione ambientalista che attraversa la bassa padovana e l’area dei Colli Euganei. Domenica mattina si è svolta una manifestazione partecipata, un migliaio di persone, per le vie del paese, contro il progetto di Torreglia e la cementificazione gravante sui Colli.
Il caso Luxardo non è isolato. Insieme al polo logistico previsto a Torreglia, altri due interventi edilizi sono sotto osservazione dei comitati ambientalisti: un grande supermercato a Battaglia Terme, alle pendici del già martoriato Monte Croce, e un nuovo punto vendita a Monselice, che comporterebbe la cementificazione di circa 6 mila metri quadrati oggi area verde, sottoposta a vincolo paesaggistico dal 1958 e interessata anche dalle fondamenta delle mura cittadine.
Il Veneto si contende con la Lombardia il primato per consumo di suolo; anche nelle aree in cui la tutela dovrebbe essere più severa, come nei Parchi regionali, il trend va nella stessa direzione – come avevamo raccontato nel caso, sventato, del progetto di Monte Ortone.
Quali passaggi seguono le nuove edificazioni? Come avvengono le approvazioni? Seguire il caso della Luxardo è istruttivo: un’azienda “buona”, a cui nessuno imputa violazioni in termini di diritto del lavoro o di impatto sul territorio, che ha delle esigenze produttive e sta vivendo un’espansione; una regione, un ente parco e un comune che ne riconoscono valore e ragioni, e che non intendono mettersi in mezzo; la rete dei comitati che dal basso prova a dire una parola diversa.
Il progetto Luxardo
A Torreglia l’azienda ha presentato un piano per la realizzazione di un nuovo magazzino logistico di oltre 3 mila metri quadrati, su un’area di circa un ettaro oggi occupata da un marascheto di circa 500 alberi, utilizzati per la produzione del Maraschino e altri liquori.
Luxardo, fondata a Zara nel 1821, si è trasferita a Torreglia nel 1947, dopo le vicende della Seconda guerra mondiale. Nel tempo è diventata una delle principali realtà produttive del paese, creando occupazione, avviando un museo aziendale e costruendo un rapporto generalmente positivo con la comunità locale.
Proprio per questo, spiegano i residenti, la contestazione non nasce da un pregiudizio verso l’azienda, ma dalle modalità dell’ampliamento. «Qui non è una zona industriale», sottolineano dal comitato spontaneo nato nelle ultime settimane. «Lo stabilimento si trova lungo la strada che sale verso Castelnuovo, in un’area mista tra abitato e coltivato, servita da una viabilità di paese non pensata per un traffico intenso di mezzi pesanti».
Le preoccupazioni principali riguardano l’aumento del passaggio dei camion sotto le abitazioni di via Zara, la presenza dei camion frigo con motori accesi, e soprattutto la fragilità idrogeologica della zona. A monte dello stabilimento scorre il Rio Calcina, che in caso di piogge intense tende a esondare, allagando strade e marciapiedi. La nuova edificazione, temono i residenti, rischia di ridurre ulteriormente la capacità del terreno di assorbire l’acqua, aggravando una situazione già critica. È stata imposta all’azienda anche la costruzione di un bacino di raccolta delle acque meteoriche, ma molti dubitano che sia sufficiente.
Il percorso amministrativo e le critiche
La giunta comunale ha deliberato sulla proposta, rinviando alla Conferenza dei servizi la definizione delle prescrizioni tecniche, prima del passaggio finale in consiglio comunale.
Dall’opposizione, Maria Centrella (lista Torreglia Riparte) ha chiesto la sospensione del procedimento, evidenziando alcune presunte lacune nella documentazione: in particolare l’assenza del vincolo paesaggistico del 1976 negli atti trasmessi alla Soprintendenza e il ricorso, ritenuto improprio, all’articolo 8 del DPR 160/2010, che consente ampliamenti produttivi in assenza di aree industriali disponibili.
Qui è il nodo della contestazione della minoranza: esistono numerosi edifici teoricamente disponibili a ospitare le attività di magazzino nelle zone industriali limitrofe. Esiste poi il problema della viabilità e del danno all’immagine del paese.
Di cosa si parla?
Il caso, si diceva, è esemplificativo. Un’azienda che sul territorio ha sempre lavorato senza inquinare, rispettando i lavoratori, un’azienda – come non perdono occasione di ricordare i promotori del progetto – stimata ha la necessità di ampliare. Perché? Perché, come recita il mantra, davanti alle sfide globali o si cresce o si muore. I volumi di produzione sono aumentati, grazie anche a un sapiente marketing, e c’è bisogno di più spazio e di maggiore organizzazione aziendale. La logica è riconosciuta dalle istituzioni, che fanno ciò che è in loro potere per favorire la progettualità espansiva. In questa logica, il territorio è un bene fondamentale, che deve poter essere utilizzato a seconda delle richieste della produzione o, come in questo caso, dello stoccaggio.
Sulle questioni ambientali però da molti anni non si scherza più. Se in tutta la regione l’attenzione è alta, in alcuni territori – fra cui quello dei Colli – il lavoro e la capillarità delle organizzazioni ambientaliste riescono a costruire risposte che hanno delle chance di successo. La diffusione e la partecipazione a questa sensibilità gettano i semi, fra la popolazione, per l’elaborazione di una logica diversa, in varie forme alternative rispetto a quella dell’espansione.
In questo caso ci sono questioni particolari: in particolare le specificità del territorio, parzialmente risparmiato dalla cementificazione di tutto il circostante anche in virtù del cinquantennale Parco Colli; e poi c’è un modello di sviluppo nel quale il territorio è inserito. Le domande che questo specifico progetto pone non sono di poco conto e si allargano subito oltre il progetto stesso: vogliamo lo sviluppo del turismo a scapito del secondario? Vogliamo – come recita già la citata normativa – favorire le zone ove già sia dato insediamento industriale? Chi dovrebbe curare l’individuazione e il passaggio dei siti non utilizzati, quali Istituzioni? E in tutto ciò che non è vincolato dalla già leggera legislazione del parco, negli altri territori, come gestiamo la necessità economica della cementificazione? Il modello veneto può reggere senza una delle sue principali risorse, il suolo – che appunto è stato consumato senza ritegno negli ultimi decenni?
La risposta all’ultima questione è no: il modello di sviluppo attuale impostato in regione, e in particolare in pianura, non può reggere senza consumo di suolo. Il fatto che la legge regionale sul consumo di suolo tenga sempre pronta la possibilità di una deroga, come sappiamo sapientemente e abbondantemente usata, è un riconoscimento piuttosto esplicito di questa verità. È riconosciuta la necessità di tutelare il territorio, ma contemporaneamente è riconosciuto come il modello attuale non possa vivere tutelando il territorio. Questa doppia verità pesa su tutti coloro che si trovano ad amministrare il nostro territorio, e ancor di più su chi legifera in merito
Dietro alle rivendicazioni ambientali va riconosciuta dunque un’istanza più ampia, che legge l’ambiente, l’uomo, l’economia, che anche nel locale, soprattutto nel locale, sono interrelati. Non è un’istanza presente in tutti gli interventi che oggi si sono susseguiti; non in quelli, ad esempio, di chi afferma che il progetto è “un colpo al cuore al modello di marketing del paese” (cioè di Torreglia). Ma il vicolo cieco, il cul-de-sac in cui anche solo questo singolo progetto ci porta, se non mettiamo in discussione il modello da cui è prodotto, deve obbligarci a tenerle sempre a mente.
Per adesso la mobilitazione continua. Francesco Miazzi, chiudendo la manifestazione, ha dichiarato che sarà permanente. Noi ci saremo e racconteremo i prossimi passi.
