Di Alessandro Pascolini
Osservandolo da vicino pare che negli ultimi anni il cinema abbia progressivamente perso la sua verve di denuncia sociale, anestetizzato dallo tsunami di notizie prodotte a velocità siderale, un vortice di eventi capaci di diventare più cinematografici del cinema stesso, catturando cosi la Settima Arte in un limbo di incredulità. Per nostra fortuna esistono ancora alcuni rari protagonisti del cinema mondiale che riescono a fare breccia in questo stallo concettuale, e uno di questi arriva dal lontano Oriente. Un cinema di idee e di ideali, uno squarcio nella disillusione che ci nutre con la sua estetica illibata e con le sue metafore illuminanti.
Insomma, ogni nuova uscita di Park Chan-wook ha la risonanza di un Giubileo sul popolo cinefilo mondiale, una magnitudo che si spiega semplicemente analizzando la filmografia del cineasta sud-coreano, costellata di pietre miliari della cinematografia moderna. Ne è passata di acqua sotto i ponti dalla seminale Trilogia della Vendetta di inizio millennio (“Mr. Vendetta”, “Oldboy”, “Lady Vendetta”), sanguinosa parabola splatter nei meandri del rancore più bruciante. L’ultima apparizione sugli schermi era stata l’onirico “Decision To Leave” di tre anni fa, capace di segnare un nuovo picco nella lunga carriera di Chan-wook. Un film denso e stratificato che sposta l’occhio della cinepresa sulle pieghe dei rapporti umani, chiusi tra mistero e ambiguità, amore e ossessione.
Un leit motif che ritroviamo anche in “No Other Choice”, lente d’ingrandimento sull’esistenza quotidiana nel turbocapitalismo imperante, una cartina tornasole satirica che gioca sull’equilibrio tra ironia sadica e dramma truce. Man-soo, veterano lavoratore del settore della produzione della carta, si trova a dover fronteggiare la perdita del suo lavoro dopo 25 anni di onorata carriera. Un sisma che travolge le fondamenta della sua quotidianità idilliaca (o presunta tale) costruita in anni di sudore. La casa dei sogni, due figli, una moglie adorata, due cani. Un quadretto cosi perfetto che quando si rompe fa il rumore assordante di un albero che cade nella foresta. Un risveglio atroce nella più dura delle realtà che risuona nella mente di Man-soo come una condanna a morte, privato pezzo dopo pezzo di quello che lo rendeva sé stesso. Un passato glorioso alle spalle, un presente sempre più claudicante e davanti il mondo del lavoro da affrontare con decisione, un oceano pieno di squali che annusano il suo sangue: divorare o farsi divorare.
Su questa struttura narrativa Park Chan-wook costruisce un film certosino, sartoriale nelle scelte stilistiche e inesorabile nella sua violenza disumana. Una lotta per mantenere lo status sociale che riporta alla mente “Parasite” del connazionale Bong Joon Ho (anche per le correlazioni nell’utilizzo dell’abitazione e dei suoi spazi come linguaggio aggiuntivo), ma che invece di soffermarsi sulla lotta di classe degli ultimi contro i primi pone il suo zoom sulla battaglia per mantenere il proprio rango fittizio, ultimo baluardo di disillusione prima del vero abisso. Nell’intimità del suo capanno, avvolto dall’abbraccio delle piante accudite con amore, Man-soo partorisce il suo piano per rimanere rilevante, senza guardare in faccia nessuno. Un piano che si srotola con una stupefacente dose di ironia, una scelta che disorienta durante la visione mettendoci nel ruolo scomodo di dover ridere di una sfortunata serie di eventi più vicini al suono di un urlo disperato che al fragore di una risata.
Il tutto condito dal classico stile del cineasta, capace come pochi nell’arte della dissolvenza, dei cambi scena e di tutto quello che serve per rendere indimenticabile l’estetica delle sue pellicole. Mai come stavolta i movimenti di camera e il suo posizionamento diventano linguaggio visivo pregno di significati, una cura dei particolari portata all’estremo. Le fronde di un albero di mele, delle dita soavi su un violoncello, un vaso finemente ornato: il cinema di Park Chan-wook è fatto principalmente di dettagli stratificati scena dopo scena, cesellati finemente nella ceramica di questo pezzo unico. Un puzzle di micce narrative che accendono i plurimi piani di lettura seguendo l’incedere della trama frame dopo frame, lasciando sul percorso minuzie e sfumature visive che fanno leccare i baffi agli amanti del cinema.
Ogni minuto che passa la palla di neve diventa velocemente valanga, con il protagonista che si trova davanti a una scelta inevitabile. Ma è veramente l’unica scelta? Una frase che diventa un vero e proprio mantra durante tutta la visione, un fil rouge che passa di bocca in bocca come una filastrocca dai poteri taumaturgici. Diktat che plasma il mondo del film a sua immagine e somiglianza, scavandone gli abissi e accentuandone le follie verso una spirale di violenza praticamente inarrestabile. Decisione dopo decisione Man-soo si ritrova davanti alle ineluttabili conseguenze del suo personale climax. Una tragedia che si incastona nella banalità del capitalismo che mangia e rivomita tutto quello che lo circonda, catalizzandone i suoi stessi eccessi verso il totale annientamento del lato umano e naturale del lavoratore standardizzato, fagocitato dall’illusione di un fine ultimo. Un’etica del lavoro che svuota il sé facendoci diventare guscio inerme in balia di spinte che si rivelano essere i fili invisibili di una marionetta. Nessun’altra scelta quindi, solo quella di procedere ad assecondare sempre di più quel sistema maligno costellato di metastasi, perdendo il contatto con tutti quelli che ti stanno attorno, vittime inconsapevoli dello sfrenato egoismo capitalista. In questo Man-soo diventa allo stesso tempo vittima e carnefice, eroe e anti-eroe, incarnando tutte le dicotomie fondanti del capitalismo moderno. Inseguendo uno status che non è mai esistito.
Un film che riesce a tradurre con metafore taglienti tutta questa sovrastruttura etica, catturandone l’essenza malvagia e ritornandone la sua follia sfrontata. La sapiente mano di Park Chan-wook ci permette nuovamente di ammirare un film tecnicamente e visivamente splendido, ma pregno di metafore dalla disarmante attualità. Fino ad arrivare a un finale solitario: quando la crisi stessa è concetto fondante della realtà in cui viviamo, sempre sospesa tra il dolore del passato recente e l’ombra incombente della prossima crisi del futuro, la ricerca di un senso risulta pressoché impossibile, portandoci a roteare su noi stessi senza una traiettoria precisa. Fino a ritrovarci con le mani sporche di sangue e il silenzio tutto intorno.
