di Stefania Giroletti e Valentina Lazzara
A molti di noi è capitato di accompagnare – per solidarietà, per amicizia, per lavoro – delle persone migranti, spesso richiedenti asilo, in Questura. Nelle lunghe attese si intrecciano storie, mondi lontani entrano in contatto; ci si confronta in modo tangibile con il potere e con le sue forme materiali. Nelle lunghe attese in quelle stanze spoglie Paola Cosma ha scritto alcuni testi, che poi sono diventati un libro.

Da cosa nasce l’idea di questo libro?
Il progetto nasce in relazione al mio lavoro in Cooperativa e alle mie attività legate al Quadrato Meticcio, collettivo padovano che pratica lo sport popolare e l’antirazzismo. Agli sportelli legali di via Palestro sono entrata in contatto per la prima volta con la questione dei documenti. Seguivo una persona, un atleta della squadra del calcio a 11, che aveva il permesso di soggiorno in scadenza e che voleva rinnovare. Affiancandolo nei procedimenti burocratici relativi al permesso mi sono resa conto di quanto questo documento sia centrale nella vita delle persone migranti e di come, di conseguenza, la Questura diventi un luogo di grande significato.
All’inizio non c’era l’idea del libro, mi era solo venuta voglia di scrivere, come atto di cura a seguito del momenti in cui mi recavo in Questura. La prima volta ci sono stata per accompagnare due ragazzi minorenni che volevano andare a prendere il permesso pronto. Per il ritiro del documento, ci sarebbero dei tempi pomeridiani specifici, dalle 14 alle 17; ma l’eccitazione e la paura di non riuscire ad arrivare in tempo o di essere rimbalzati e dover tornare un altro giorno, fanno sì che le persone si organizzino per andare prestissimo agli sportelli. Rimandare non è un’opzione; avere quelle carte è fondamentale, tanto che, una volta ottenute, la prima cosa è mandare una foto a casa. Mi ricordo di questi due ragazzi minorenni, che erano così eccitati da voler andare in Questura alle 5 di mattina, anche se non necessario. Ho deciso di accompagnarli e mi è sembrato di capire meglio tutta una serie di cose. La Questura è un posto caotico, fatto di volti stanchi, attese, conflitti, speranze. Fatto di storie individuali e collettive. Ho pensato che andassero raccontate.

5 del mattino
Perché hai scelto la forma poetica?
In Questura ci sono tantissimi tempi morti, ed è durante questi momenti che ho iniziato ad annotare pensieri su ciò che vedevo e sentivo. Ecco, non definirei i miei testi delle poesie, ma dei pensieri che scrivo in versi. Questo tipo di scrittura mi permette di cogliere dei momenti, di essere veloce e di riportare delle impressioni nella loro forma grezza, immediata e non filtrata.

Attese in due
Al libro ha collaborato anche un’illustratrice. Che funzione hanno le illustrazioni nel tuo racconto?
Laura Zulli è una mia amica e anche lei attivista al Quadrato Meticcio. Avevamo già lavorato assieme in precedenza al progetto Le scarpe di Ayuba e ci sembrava essere risultato efficace l’intreccio di testo e immagine. Le ho chiesto di lavorare ancora insieme a questo nuovo libro perchè volevo che il messaggio fosse il più possibile accessibile. In particolare ai diretti interessati. E si sa che se la lingua può essere una barriera, a volte, le immagini hanno un carattere universale. Aiutano la trasmissione del significato.
Le tue poesie raccontano cosa accade di fronte alla questura, paragonata a una Babele, ma anche a un Paradiso o alla Mecca. Perché usi questi paragoni?
Perché è un posto incredibile, in cui è difficile mantenere la calma e in cui devi ridurti spesso a un servilismo assurdo. E’ un luogo in cui si parlano mille lingue, e comunque ci si capisce, perché la lingua del permesso di soggiorno è comune. Le persone sanno quale tono tenere, quando non parlare, quando stare “buone” e capiscono subito quando una persona ce l’ha fatta e quando una viene rimbalzata; questa cosa non l’avevo vista in nessun altro luogo prima. Qualcuno alza i toni ma la maggior parte subisce perché vuole ottenere il proprio paradiso. I ragazzi con cui lavoro sono ultra-religiosi e quindi ho paragonato la questura alla Mecca, che rappresenta il miraggio; il loro sogno è andarci. E in un senso molto pratico, la Questura è questo, un luogo determinante per la propria esistenza.
Spesso quando si parla di persone migranti e delle storture del sistema di richiesta asilo, gli strumenti narrativi utilizzati sono gli articoli di denuncia e le inchieste, che sebbene tentino di riportare la dimensione umana all’interno del discorso, utilizzano sguardi più “tecnici”; tu invece, con le tue poesie, riporti al centro le persone, i loro stati d’animo, le loro gestualità, che sebbene comuni a tutti noi, come lo scrolling, parlano di una precarietà esistenziale, che agli occhi di un passante appare lontanissima. Come mai questa scelta?
Parto dal presupposto che ogni persona per me è importante; mi piacciono le persone e mi piace conoscerle. Quando si vede la fila di fronte alla questura, mi piacerebbe che la gente si chiedesse: chi sono? Una poesia che a me piace tanto è Attese in due. Parla di un litigio in questura fra padre e figlio: un figlio spazientito, nato in Italia, eppure costretto a fare la trafila dei documenti, che voleva gettare la spugna; un padre rassegnato in parte, ma anche dignitoso nel voler restare lì perché conscio di quali siano le procedure “da seguire per poter stare”. Io ho visto le storie nascoste dentro queste due persone. Quando ho assistito alla scena di questo litigio, mi è venuta in mente Angela Davis in Donna razza e classe, quando parla di famiglia disgregata dall’oppressione. Questa è la cosa più violenta che un sistema ti possa fare e io in quel momento ho visto proprio questo: due famigliari che scazzavano a causa di un potere esterno. Al Quadrato Meticcio quotidianamente ci relazioniamo con famiglie in cui i figli hanno la cittadinanza e i genitori no; anche questo è causa di divisione. Si parla di un’oppressione intergenerazionale.

Anfal e Abdullah
In Anfal e Abdullah gli ultimi versi si caricano di rabbia: Ripagate con sorrisi lunghissimi e occhi brillanti,/se qualcuno brucerà di rabbia un giorno,/ meriterà solo altra benzina. Questa è la tua rabbia, essendo stata coinvolta in un episodio di discriminazione esplicita. La rabbia c’è quindi fra i sentimenti che si muovono in questo libro? È importante la rabbia?
È la mia rabbia e sì, la rabbia è importante. Io non volevo descrivere le persone che ho incontrato e conosciuto come pietose, come vittime e basta. C’è tanta determinazione in chi va in Questura e la rabbia che cresce verso un sistema diseguale, io non la condanno, anzi la condivido e la accresco. Se un giorno queste persone uscite con il documento in mano non sorrideranno più, ma saranno arrabbiate, io lo capirei, io sarei con loro. Capisco i loro sorrisi perché so che loro rischiano di più; ma non potrei che appoggiare la loro rabbia, casomai esplodesse.
Hai condiviso le tue poesie con le persone che nomini? Come hanno reagito di fronte al fatto di essere raccontate?
Sì, è stato molto bello. Le persone nominate nel libro sono quelle con cui ho fatto dei viaggi, in questura o per altri accompagnamenti come uno per firmare il primo contratto di lavoro. Abbiamo letto insieme il testo e loro erano stupiti dal sentirsi raccontati. Non credevano che le loro storie potessero essere raccontate e in qualche modo finire su un libro. Avevo paura di deluderli o che si sentissero “parlati” da me. Invece condividevano, erano contenti.
Quale è l’obiettivo di questo tuo libro?
Vorrei che le persone, leggendo il libro, riuscissero ad avere dei flashes di quello che accade in Questura, di tutte queste storie, nella loro pluralità, ma anche nella loro individualità. Finché non si toccano con mano propria, queste situazioni rimangono impensabili. Raccontarle per me è stato un modo di restituire concretezza e specificità a qualcosa che ci capita di guardare da distante, distrattamente, come se fossimo di fronte a una massa indistinta e non a persone. Se leggi questo libro, magari, passando la prossima volta di fronte alla questura di Padova, noterai una fila di persone, che smetteranno di essere una fila per essere solo persone, ciascuna con la propria storia. Come noi.
Nella poesia Dimentica il tuo nome viene trattato il tema del nome come privilegio che non sembra appartenere alle persone migranti. Come non sembra appartenere loro un’individualità, agli occhi di chi li osserva da lontano.
Osahenoma arriva come minore straniera non accompagnata anni fa e ci conosciamo perché iniziamo a giocare a calcetto insieme. Lei ha una serie di vicissitudini che la portano da un posto all’altro. Rimane incinta e va in un CAV (Centro Aiuto alla vita) dove viene ribattezzata come Maria (il centro era cattolico). Lei stessa non usava il suo nome, nemmeno sui social (Jasmine). Con me usa il suo nome, perché l’ho imparato e lo so scrivere bene.Oggi sta bene, è serena e si è costruita una famiglia qui, in Italia. Ma la questione del nome la vive ancora quasi come una sorta di privilegio che non si merita, per questo accetta gli svariati altri nomi che le sono stati affibbiati o che si è scelta. Infatti, Osas non si limita a subire: a un certo punto ha capito come rigirare la questione a suo favore, ha capito che attraverso il gioco dei nomi può anche scegliere chi essere e con chi. Una privazione è diventata una forma di libertà.
Un altro aspetto che tratti è quello della menzogna…
Ci sono molti pregiudizi sui migranti che mentono. Si inventano certo alcune cose, un po’ sono costretti a farlo. Un po’ lo fanno per preservarsi, perché quello che sei non vuoi sbandierarlo a tutti. Forse perchè sai che alcune cose non le comprenderanno; forse per stare al sicuro dopo aver cambiato totalmente contesto. Mentre stai cercando di aprirti nuove strade, è importante tenersi qualcosa per sé. Anche perché già ti fanno tante (troppe) domande. Anche noi operatori dobbiamo fare tante domande, siamo costretti. Quando sei obbligato a raccontare tantissimo di te, ci sta che qualcosa lo preservi, lo tieni al sicuro dai questionari e dalle indagini. Ti tieni stretto un pezzo di te, solo per te.
Come si può trovare questo libro? Il progetto continua?
Stiamo organizzando a febbraio una presentazione a Pavia con delle ragazze del collettivo Karama, attiviste che, accompagnando le persone a fare i permessi di soggiorno, si sono rese conto dei tempi lunghi, della violenza verbale, della segregazione spaziale e hanno deciso di fare un banchetto e di monitorare la situazione davanti alla questura. Si sono quindi domandate se ci fossero altre associazioni che si occupassero di questo, ma non ce ne sono. Loro ci hanno trovate e andremo a fare una presentazione a febbraio. Il libro lo si può trovare in qualche libreria indipendente (alla Limerik di Padova, ad esempio) oppure potete seguire le novità sul progetto su @questuraealtrestorie.
