di Michele Garbin
Quattro basi militari, più di 7000 soldati, sistemi antiaerei V-Shorad pronti all’uso, merci militari che viaggiano per le vie della città, esercitazioni di evacuazione in caso di attacco destinate alla sola popolazione statunitense e infrastrutture orientate a uso militare (una su tutte la TAV che fa parte dei corridoi di mobilità militare europea). Sembra di essere sul set di un colossal hollywoodiano sulla guerra e invece si tratta di Vicenza, città patrimonio dell’Unesco. Gli effetti negativi di questa situazione non si fanno mancare: porzioni consistenti di suolo sottratte ad altri usi, protocolli calati dall’alto, priorità non locali che guidano decisioni locali (soprattutto sulle scelte viabilistiche e urbanistiche fatte su misura per le basi), mancanza di case da affittare e prezzi alle stelle perché agli americani, civili in questo caso, vivere in centro piace. La ciliegina sulla torta è l’innalzamento dell’allerta a livello Charlie (il secondo livello di protezione più alto per le basi americane e Nato), mentre ai cittadini mancano i piani specifici NBCR (per rischi nucleari, batteriologici, chimici e radioattivi), come denuncia la stessa amministrazione comunale. Tradotto: se l’Occidente domani entrasse in guerra, Vicenza sarebbe uno dei principali obiettivi del nemico e i vicentini non avrebbero la più pallida idea sul da farsi in caso di attacco.

Quello che vediamo è il risultato di un processo di mutamento decennale della città, che esclude totalmente la cittadinanza non solo dalle decisioni, ma anche da quel minimo di tutele che il nostro governo dovrebbe garantire a una città che ospita un comando dello US Army tra i più grandi del continente.
Il disinteresse verso i cittadini si somma al processo di militarizzazione del capoluogo operato dagli americani dalla fine del 1945, in seguito alla sua liberazione. Ma se all’inizio quella statunitense era una presenza da alleato, nei decenni successivi – tra guerre e ampliamenti dei dispositivi militari – il rapporto ha assunto sempre più una dimensione da “dominus”, come sostiene lo storico locale Emilio Franzina. Questo processo di militarizzazione, lungi dall’arrestarsi, continua ad avanzare trionfalmente, di pari passo con l’aumento delle guerre nel mondo. Per comprenderne le implicazioni profonde è necessario spulciare i siti governativi dello US Army, monitorando le attività dei reparti che stazionano nelle basi cittadine e analizzando come e perché hanno operato nei principali scenari bellici degli ultimi anni. I due reparti di punta presenti a Vicenza, alle dipendenze dello USAFRICOM (il comando che ha potestà sull’Europa mediterranea e l’intero continente africano), sono la 207a Military Intelligence Brigade Theater – uno degli unici tre reparti dell’INSCOM al di fuori dagli Stati Uniti – e la 173a Airborne Brigade – attivo in 20 paesi tra Africa, Europa e Medio Oriente. Entrambi sono presenti sullo scacchiere africano con l’operazione “African Lion”: iniziata nel 2004 consiste in esercitazioni annue comuni con gli eserciti di Marocco, Tunisia, Ghana e Senegal. Inoltre i due reparti sono attivi in Somalia dove, oltre all’addestramento con l’uso di droni, forniscono appoggio alle forze governative contro il gruppo jihaddista al-Shabaab, con operazioni di spionaggio e bombardamenti.

Lo scacchiere che ci interessa analizzare qui, però, è quello Ucraino, dove gli “Sky Soldiers” della 173a hanno avuto un ruolo da protagonisti nell’operazione “Rapid Trident”. Iniziata nel 2006 nel campo di addestramento militare ucraino di Yavoriv, l’operazione fa parte del programma di “Partenariato per la pace” della NATO, destinato ai membri dell’Alleanza Atlantica e agli stati post-sovietici con l’obiettivo di costruire cooperazione tra i paesi coinvolti tramite addestramenti militari. Già da questa data le forze NATO in Estonia iniziarono l’addestramento dei gruppi paramilitari di estrema destra – i futuri battaglioni neonazisti Donbass, Azov, Aidar, Dnepr-1, Dnepr-2 e altri – che sarebbero andati a comporre la Guardia nazionale ucraina nel marzo 2014, con un primo finanziamento statunitense di 19 milioni di dollari. Nel 2011 – ben tre anni prima dell’annessione della Crimea e del Donbass da parte della Russia – l’operazione “Rapid Trident” vide un ampio dispiegamento della 173a che si impegnò in addestramenti congiunti con i reparti dell’esercito regolare ucraino e dal 2015 nelle esercitazioni “Fearless Guardian”, destinate alla Guardia nazionale. Il portavoce del Cremlino, Dimitrij Peskov criticò a più riprese queste operazioni come una forma di pressione della NATO sui confini russi. Quello che successe dopo è storia: le proteste europeiste; il massacro di piazza Maidan, la cui dinamica tutt’ora non è chiara a causa della più che sospetta partecipazione di contractors georgiani (vedi qui https://ilmanifesto.it/kiev-2014-chi-sparo-davvero-a-maidan) e di militanti dell’estrema destra ucraina (vedi qui https://www.google.com/amp/s/it.insideover.com/politica/maidan-chi-sparo-su-quella-piazza.html/amp); gli spari sui manifestanti con i fucili di precisione; le accuse alla polizia filo-governativa (Berkut); la fuga in elicottero dell’allora presidente Yanukovich; l’occupazione della Crimea e lo scoppio della guerra del Donbass. Dopo una guerra civile durata anni e una pandemia globale, il 24 febbraio 2022 prese il via l’offensiva militare della Federazione Russa in Ucraina tutt’ora in corso. Con questo non si vuole assolutamente giustificare un intervento unilaterale che ha fatto carta straccia del diritto internazionale, ma restituire complessità alla realtà e mettere in luce le corresponsabilità esistenti in quanto accaduto.

I “soldati del cielo” si videro impegnati nell’operazione “Rapid Trident” per tutti gli anni in cui fu rinnovata (2013, 2014, 2015, 2018, 2019 e 2021), inoltre parteciparono alle esercitazioni “Swift Response”, finalizzate a testare la proiezione delle forze armate NATO, in caso di attacco russo, in uno scenario geostrategico che va dall’Artico al nord del Baltico fino ai Balcani. L’importanza dello scacchiere ucraino per le forze atlantiche dipende dal fatto che qui hanno potuto vedere con i propri occhi un nuovo tipo di guerra, che ha nei droni, nei sistemi missilistici di nuova generazione e nell’uso militare dell’IA i propri capisaldi; inoltre hanno potuto valutare la capacità bellica russa e sperimentare i nuovi sistemi bellici prodotti dall’esercito americano nelle basi. Infatti proprio a Vicenza, tra i ranghi della 173a, è nato il “Bayonet Innovation Team” che, facendo tesoro di quanto visto in Ucraina, ha iniziato a sviluppare nei laboratori della base Ederle mini droni di ultima generazione armabili con esplosivo. Da marzo 2025, in più occasioni, la 173a ha organizzato presso questa base e nella vicina Del Din mostre dei propri prodotti aperte ad aziende private che si occupano di armi, automazione e intelligenza artificiale. Il 2 dicembre 2025 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un programma da 1 miliardo di dollari denominato “Drone dominance”, un piano per la produzione di 340.000 mini droni all’anno. Secondo il peace researcher e saggista Antonio Mazzeo – relatore della conferenza tenuta lo scorso 17 dicembre dal titolo emblematico “Vicenza città militarizzata” (disponibile qui https://youtu.be/fA9vwoTywOw?si=zSjaURsjwX6w28BV ) – l’obiettivo del “Bayonet Innovation Team” non è solo la sperimentazione, ma anche la produzione mensile di 200, 300 mini droni proprio nei laboratori della Ederle.

Le notizie che ci arrivano dai siti governativi americani e che qui ho riportato, ci danno il quadro di una Vicenza diametralmente opposta a quella che i cittadini vogliono costruire. La città del Palladio Patrimonio dell’Unesco, infatti, si sta sempre più convertendo nel trampolino di lancio delle nuove guerre che insanguinano il mondo. A contrastare questa deriva – davanti ad amministrazioni locali che sono state depauperate del controllo del territorio – sono i movimenti dal basso: le iniziative dell’Osservatorio cittadino e del comitato “No Bases” per sensibilizzare la popolazione; la resistenza alla TAV dei “Boschi che resistono” e di tutte le realtà che vi fanno parte. Questi movimenti ci parlano di un’altra Vicenza: di una comunità che non vuole arrendersi, che vuole riappropriarsi degli spazi cittadini e combattere le logiche della guerra per un avvenire di pace. Un futuro dove le servitù militari – di fronte all’irrealistico (almeno per ora) proposito di eliminarle – siano almeno limitate, per ridare ai cittadini la possibilità di decidere del proprio territorio e di ciò che su di esso accade.
