Intervista a cura di Filippo Gobbo
Negli ultimi mesi il dibattito sulla scuola pubblica si è fatto sempre più acceso, alimentato da una serie di segnali che arrivano da fronti diversi. Dalla discussione – e poi pubblicazione – delle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo, accompagnate da polemiche per alcuni passaggi giudicati fortemente occidentalo-centrici (come la citazione di Bloch posta in apertura del capitolo di storia: «solo l’Occidente conosce la storia»), alle limitazioni sull’educazione sessuo-affettiva, vietata alla primaria e ostacolata alla secondaria attraverso il meccanismo del consenso informato, spesso giustificato con il timore delle cosiddette “agende gender”.A questo si aggiungono il tentativo, da parte di movimenti studenteschi neofascisti, di schedare i “professori di sinistra” – con una presa di distanza governativa apparsa timida, come nel recente caso di Azione Studentesca a Pordenone – e le difficoltà incontrate da docenti e studenti che hanno promosso mobilitazioni in solidarietà alla Palestina, talvolta ostacolate da dirigenti e uffici scolastici regionali.È proprio da questo insieme di esperienze che, in provincia di Vicenza, è nato il comitato Aula 33: una rete di docenti, genitori e studenti che richiama esplicitamente il principio costituzionale della libertà di insegnamento per denunciare quelle che definisce “derive autoritarie” nel sistema scolastico.Abbiamo intervistato un membro del direttivo per approfondire le ragioni della mobilitazione, le criticità emerse nelle scuole e gli obiettivi futuri del movimento, a partire dalla manifestazione del 14 marzo a Vicenza. Ne emerge il profilo di una comunità educante che rivendica una scuola democratica, pluralista e fedele allo spirito della Costituzione.
Da dove nasce l’esperienza di Aula33?
Allora, noi siamo soprattutto insegnanti di vari ordini e gradi. Io, ad esempio, sono un insegnante di secondaria di secondo grado [scuola superiore, ndr] e parlo come membro del direttivo, ma vorrei subito chiarire che non sono il portavoce unico. Innanzitutto, perché Aula33 nasce come un’esperienza plurale, a cui partecipano insegnanti, ma anche studenti di tre collettivi del Vicentino (Coordinamento studentesco dell’Alto Vicentino, Intifada studentesca di Vicenza e Rete degli Studenti Medi). Il desiderio di costituire un comitato è derivato essenzialmente dai fatti che si sono verificati quest’anno, che ci hanno fatto percepire una linea politica del Ministero, tutta orientata a irregimentare, a incanalare la scuola verso un pensiero unico e non critico. Concretamente questo si è tradotto, almeno a livello del primo ciclo [elementari e medie, ndr] con le nuove Indicazioni Nazionali che hanno scombussolato quello che era l’impianto didattico e pedagogico alla primaria e alla secondaria di primo grado. Inoltre, per quanto riguarda la secondaria di secondo grado, come docenti, ma soprattutto come studenti, quando ci siamo mobilitati a settembre e ottobre per Gaza abbiamo incontrato una resistenza all’interno degli Istituti da parte dei dirigenti. Evidentemente questi ultimi interpretavano imposizioni che provenivano dall’alto.
Nello specifico il Comitato è nato a dicembre dopo i fatti avvenuti al liceo Fogazzaro. Per chi non lo sapesse, a dicembre, l’Assemblea d’istituto del liceo, proposta dagli studenti per parlare del genocidio a Gaza, è stata sospesa e la preside stessa si è trovata costretta in qualche maniera a sospenderla dopo le indicazioni dell’ Ufficio scolastico regionale.[2] Quindi ci troviamo di fronte a qualcosa che va al di là delle tendenze autoritarie di singoli presidi. Da qui, abbiamo riflettuto su altri aspetti del mondo scolastico. Ad esempio, quello della militarizzazione, molto sentito all’interno del comitato soprattutto alla luce della crescente diffusione di incontri con militari nelle scuole superiori.
Trasversalmente ai gradi di istruzione ad allarmarci sono poi anche divieti e limitazioni all’educazione sessuo-affettiva: se alla primaria è impossibile svolgerla, nonostante le richieste delle famiglie vadano in direzione contraria, alla secondaria invece c’è il discorso del consenso informato che quindi limita l’autonomia delle scuole e la libertà di insegnamento. Allo stato attuale, infatti, si rischia di essere richiamati se si propongono dei contenuti che non hanno ottenuto il consenso informato delle famiglie. È una situazione paradossale: non è infatti detto che tutte le famiglie abbiano gli strumenti per garantire un’educazione sessuo-affettivo equilibrata e completa. Questa tendenza, secondo noi, è in linea con una sorta di privatizzazione dell’istruzione, per cui adesso i docenti non devono rispondere alla Costituzione, ma devono rispondere a quelle che sono le esigenze e le richieste delle famiglie, intese proprio come clienti. Aggiungo inoltre che alla scuola superiore gli studenti soffrono di questa limitazione del loro diritto di costituirsi in assemblea. Tanto che, all’interno del comitato, sono proprio gli studenti coloro che sono in prima linea, che sono i primi a segnalarci eventuali situazioni- limite. Quello del Fogazzaro è il caso più eclatante, però anche altrove la situazione non è diversa. Ciò che ci preoccupa è questa tendenza delle dirigenze ad evitare quelli che sono i temi scottanti. È come se bloccassero le proposte che possano creare dei problemi per il clima politico che si è generato.

Mi soffermo sull’educazione sessuo-affettiva. Esiste una narrazione secondo cui sarebbero i genitori a non volerla. Dalla vostra esperienza, è davvero così oppure percepite una richiesta reale da parte delle famiglie?
Nella mia esperienza, la maggior parte delle famiglie è favorevole a percorsi di educazione sessuo-affettiva ben strutturati. Nelle scuole superiori tali percorsi sono stati spesso realizzati. Esistono anche iniziative pomeridiane, come il gruppo “Pantaloni Rosa” del liceo Tron Zanella di Schio e del Liceo Trissino di Valdagno, dedicato a tematiche LGBTQ+, che registrano partecipazione e consenso. Al di là dei casi particolari che funzionano, anche i dati statistici disponibili mostrano che la maggioranza delle famiglie chiederebbe un’educazione sessuo-affettiva adeguata. Talvolta, però, è sufficiente la voce contraria di un singolo genitore per generare timori e bloccare iniziative condivise da molti. Faccio un esempio: magari su cento genitori favorevoli, ce n’è uno che alza la voce. Ecco, le scuole stanno diventano sensibilissime alle voci di quasi casi isolati, perché hanno paura delle ripercussioni che ne possono derivare. Nel frattempo, le discriminazioni di genere sono tutt’altro che superate, e studenti e studentesse hanno numerose domande. Se la scuola non offre risposte, le cercano altrove: su internet, in contesti non sempre affidabili, o attraverso rappresentazioni distorte, come la pornografia. Il problema, quindi, non è se affrontare questi temi, ma come farlo in modo serio e competente.
«Basta un singolo genitore per generare timori». Ecco, questa frase mi colpisce perché da l’idea di un clima di paura che mi pare sia abbastanza diffuso tra Dirigenti e, più in generale, docenti. Non so se hai anche tu questa sensazione…
Sicuramente c’è un clima di paura, nel quale anche i dirigenti sono immersi. Può essere paura dei giornali oppure paura dei politici che colgono la palla al balzo per creare la polemica ad hoc. A Vicenza, ad esempio, è stato così: una politica [Giulia Gennaro, dirigente vicentina di Fratelli d’Italia, ndr] è entrata a gamba tesa per sollevare il caso, definendo l’assemblea del Fogazzaro «un fatto grave e inaccettabile», affermando che l’iniziativa degli studenti sulla Palestina proponesse una lettura unilaterale e politicizzata del conflitto israelo-palestinese. Insomma, su tutte le questioni non apprezzate dalla Destra vengono sollevate questioni pretestuose. A conti fatti, il rischio di ideologizzazione, tanto denunciato, se avviene, avviene da parte del governo. Penso al caso delle schedature dei docenti di sinistra promosso da Azione studentesca, ad esempio, dove il governo non ha mosso un dito. La settimana successiva leggiamo sui giornali che in alcune regioni italiane gli uffici scolastici si mettono d’accordo per fare propaganda per il sì alla riforma sulla giustizia. Ma di cosa stiamo parlando? C’è un’incoerenza di fondo.
Noi vorremmo una scuola in cui si continua a coltivare il pensiero critico, una scuola plurale dove sono ammesse tutte le posizioni contemplate dalla nostra Costituzione, cioè una scuola democratica. E che restituisca il potere agli organi collegiali come i collegi docenti, che sono il cuore pulsante della democrazia scolastica. Non è inusuale vedere negli ultimi anni ormai dirigenti che arrivano con un ordine del giorno col solo intento di farselo approvare, rendendo la discussione molto limitata. Penso alle mozioni per denunciare il genocidio a Gaza oppure quelle a sostegno della Dirigente del liceo Marco Polo di Venezia, accusate di essere “Pro Pal”. Sono tutte iniziative ostacolate proprio perché evidentemente dall’alto si chiede che non ci siano espressioni o prese di posizione da parte della comunità docente. Da questo punto di vista mi pare che l’attacco alla vita democratica e alle sue forme assembleari avvenga sia sul versante docenti (con i collegi docenti) sia su quello degli studenti (con le assemblee di istituto).
Aggiungo un aspetto: questo attacco alle forme democratiche e allo sviluppo di un sapere critico, credo vada di pari passo con un modello di scuola – almeno di scuola superiore – tutto orientato al mondo del lavoro: uno spazio, insomma, tutt’altro che predisposto per la formazione di cittadine e cittadini capaci di pensare con la propria testa.
testa.
Parlando dei collegi docenti, dimmi se sbaglio, l’impressione è che a volte i dirigenti riescano facilmente a irregimentare il collegio anche grazie alla connivenza dei docenti stessi che, pur di finire in fretta il momento collegiale, approvano all’unanimità qualsiasi provvedimento. Ne emerge l’immagine di un docente un po’ indolente e che rigetta la propria funzione intellettuale e politica. L’esperienza di Aula33 mi pare invece vada in tutt’altra direzione, per fortuna.
Sì, ma io vorrei un po’ sfatare il mito del docente che fa 18 ore settimanali e che l’unica cosa che difende a denti stretti sono i suoi fantomatici privilegi come vacanze estive, pomeriggi liberi eccetera. Perché, non so nella tua esperienza, ma nella mia qua si lavora sempre di più e siamo spesso a scuola. E siamo spesso a scuola a titolo volontario, perché i soldi sono pochi e ci si mette in gioco solo per assicurare un’istruzione di qualità. Devo dire, inoltre, che nella mia esperienza specifica, c’è un bell’attivismo intellettuale, chiamiamolo così, all’interno della scuola; quindi, c’è tanta sensibilità per queste questioni. E mi ha personalmente stupito vedere come l’idea di Aula33 si sia diffusa anche rapidissimamente perché la cosa è nata davvero con una telefonata, uno scambio tra pochi e pochi ma nel momento in cui abbiamo messo giù una data per vederci sono fioccate le adesioni da tutta la provincia di Vicenza. Penso sia un segnale importante. Nonostante tutti i provvedimenti che arrivano dall’alto, nonostante questo modello aziendalista che si sta imponendo progressivamente all’interno della scuola, poi a scuola ci sono dei professionisti che si danno da fare perché i ragazzi e le ragazze possano imparare al meglio, imparare i contenuti, imparare a stare insieme.
Quali sono i vostri obiettivi politici per il futuro, oltre la manifestazione del 14 marzo a Vicenza? Pensate a una rete più ampia, magari a livello regionale?
Allora, sì. Diciamo che il comitato non è nato esclusivamente in funzione della manifestazione. L’iniziativa di promuoverla è maturata in un contesto caratterizzato da una crescente e costante successione di provvedimenti ritenuti problematici, tali da delineare una deriva percepita come grave e pericolosa per la scuola pubblica.
L’obiettivo, pertanto, è stato quello di costituire un comitato stabile, consapevoli che il percorso sarà necessariamente lungo e che la manifestazione del 14 marzo rappresenta soltanto l’avvio di un cammino più articolato. L’intento è costruire uno spazio permanente di confronto, anche attraverso incontri in presenza, per discutere questioni centrali e approfondire tematiche condivise.
Un elemento fondamentale è la costruzione di una rete tra realtà già attive sul territorio. Il bisogno che ha dato origine al comitato non è isolato, ma diffuso. Ne sono esempio i Docenti per Gaza, l’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e altri comitati sorti in diverse città, come l’esperienza di Padova per la scuola pubblica e democratica, che ha già promosso una manifestazione lo scorso ottobre e continua a lavorare su questi temi.
Gli obiettivi generali riguardano la difesa e la promozione di una scuola democratica, nel rispetto dei principi costituzionali. Finché il quadro costituzionale rimane il riferimento del nostro ordinamento, riteniamo necessario tutelare una scuola coerente con i valori della democrazia e orientata allo sviluppo del pensiero critico, muovendosi in direzione opposta rispetto agli indirizzi attualmente prevalenti.
Sul piano concreto, chiederemo il ritiro di note, documenti e ingiunzioni emanati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, ritenuti espressione di un impianto autoritario. Proponiamo inoltre una revisione delle Indicazioni nazionali per il primo ciclo e l’elaborazione di orientamenti per la scuola secondaria che siano coerenti con una visione democratica dell’istruzione. L’obiettivo è promuovere Indicazioni nazionali capaci di valorizzare il senso critico e la partecipazione, rafforzando il ruolo della scuola come presidio democratico.
