di Francesco Testolina
Antonio Pellegrino, in arte ZW Jackson, è uno youtuber di 27 anni. È molto probabile che il suo nome e il suo nickname non vi dicano nulla, ma il suo canale Youtube ha 1,05 milioni di iscritti e il suo video più cliccato conta 4,6 milioni di visualizzazioni. Partito letteralmente dalla sua cameretta con i classici gameplay di Fifa, dopo una scalata di dodici anni puntellata da format via via sempre più popolari (come la 100 tiri challenge, in cui ex campioni, content creator e personaggi di varia fama cercano di segnare il maggior numero di gol possibile su cento tiri da fuori area), oggi ZW Jacskon è il presidente di FC Zeta Milano e FC Zeta Napoli, le prime social team calcistiche in Italia. Cosa sia una social team lo spiega lo stesso ZW in un’intervista a MasterX:
L’idea è quella di unire le ambizioni sportive – partiamo dalla Terza Categoria e puntiamo alla Serie A – a un nuovo modello di intrattenimento che ha per oggetto il calcio, in particolare quello dilettantistico. […] Durante allenamenti e partite i calciatori sono seguiti da un team di videomaker, che fanno video e poi li caricano in una cartella drive condivisa. Gli allenamenti sono sia collettivi che individuali: dal lunedì al venerdì, infatti, abbiamo a disposizione il campo dalle 9 all’ora di pranzo per challenge individuali. Una volta tornati a casa, i giocatori scaricano i file e gestiscono autonomamente i propri canali social. […] Questo modello permette al singolo giocatore di crescere in notorietà e aumentare la propria brand awareness: il calciatore diventa così un vero e proprio influencer e col tempo può attrarre sponsor e monetizzare. […] L’obiettivo è reinvestire i ricavi per la creazione di società analoghe a quella della Zeta Milano, creando un franchising.
Queste affermazioni rischiano di far inorridire i puristi, gli oltranzisti del calcio romantico, i nostalgici della serie A di una volta che popolano gli stadi e le pagine social. Il tifoso medio è conservatore, teme il cambiamento, rimpiange l’epoca mitologica in cui non c’era il VAR e i calciatori non avevano profili social, e non potrebbe mai guardare con favore al progetto della Zeta Milano; ma è qui che ZW dimostra tutta la sua astuzia imprenditoriale, oltre che una notevole comprensione dello Zeitgeist del paese: in primis, decide di far partire la Zeta Milano dalla Terza categoria (la più bassa della Federazione Italiana Giuoco Calcio), vero e proprio emblema di un calcio puro e popolare, fieramente dilettantistico, in cui qualsiasi padre di famiglia ultraquarantenne può vedere rappresentato il proprio universo valoriale fatto di pragmatismo, solidarietà maschile e spirito di sacrificio – e addirittura, potenzialmente, giocare; in secondo luogo, coinvolge nel progetto due leggende minori della serie A, a cui il tifoso medio visto sopra non può che essere affezionato. Jeda, ex attaccante brasiliano di Cagliari, Lecce e Novara con 30 gol all’attivo nella massima serie, diventa il capitano e il simbolo della Zeta Milano, padre putativo per i calciatori più giovani ma soprattutto ponte con il passato, rassicurante custode della tradizione in una società proiettata nel calciotainment del futuro. Il ruolo di allenatore, invece, viene affidato a Dario Hübner.
Dario Hübner è uno dei tredici protagonisti dell’ultimo libro di Emanuele Atturo, Il mito dei bomber di provincia, uscito a settembre 2025 per la collana di Einaudi Super Et Opera Viva. Atturo è caporedattore di Ultimo Uomo, una delle riviste online di approfondimento sportivo più apprezzate in Italia, che dall’anno della sua fondazione, il 2013, cerca di proporre un racconto dello sport diverso da quello mainstream, fondato su clickbait, luoghi comuni e polemiche finalizzate all’engagement. Sul sito di Ultimo Uomo, infatti, si possono trovare sia dettagliate analisi tattiche delle partite scritte da professionisti del settore, sia approfondimenti sull’impatto del genocidio sullo sport palestinese, sia long-form sulla storia sociale della pallavolo in Italia: come nella miglior tradizione del giornalismo sportivo, lo sport esce dai suoi confini e diventa una lente attraverso la quale raccontare la società.
Il mito dei bomber di provincia ha origine proprio da un lungo pezzo uscito nel 2016 su Ultimo Uomo con lo stesso titolo, in cui Atturo già dimostrava solide capacità di critica culturale applicata allo sport; otto anni più tardi, quel longform è diventato il terzo libro dell’autore, dopo Roger Federer è esistito davvero (66thand2nd, 2021) e Visionari. La percezione alterata degli sportivi (Einaudi, 2024).
A metà tra una versione calcistica di Miti d’oggi di Roland Barthes e un raccolta medievale di Vite dei Santi, questo «almanacco sentimentale» si propone fin dall’introduzione un obiettivo ambizioso: non solo raccontare le vite e le carriere di tredici centravanti iconici, attivi per la maggior parte delle loro carriere nelle serie minori tra gli anni Novanta e i Duemila, ma soprattutto liberare la figura dei bomber di provincia dagli stereotipi, dalle «esagerazioni ironiche, la volgarità», «restituire il senso romantico che hanno avuto per i tifosi» e «ricostruire una memoria condivisa attorno a un’epoca calcistica, ma soprattutto alla sua cifra emotiva».1 In altre parole, Atturo punta a decostruire due capisaldi del populismo calcistico contemporaneo: il bomberismo e la nostalgia.
Secondo la Treccani, il bomberismo è un «atteggiamento sessista e xenofobo, basato su una visione semplificata, acritica e rozza della realtà, che prende a modello i comportamenti di alcuni noti personaggi del mondo dello sport e trova sfogo nei siti di relazione sociale in Rete»; secondo il giornalista Vincenzo Marino, avrebbe rappresentato addirittura un embrione di alt-right italiana, nato a inizio anni Dieci su Facebook attorno a pagine come Chiamarsi bomber tra amici senza apparenti meriti sportivi, Calciatori brutti, Calcio, sesso e pastorizia, Calciatori ignoranti, Che fatica la vita da bomber. Noi giovani maschi di allora – oggi trentenni e spesso progressisti – ridevamo quotidianamente ai post di queste pagine; la nostra identità e il nostro immaginario di maschi adolescenti andavano forgiandosi sulle strampalate imprese di bomber Vieri, sul «figa time» di bomber Matri, sull’aura da antieroe di bomber Moscardelli, il cui volto barbuto era diventato addirittura la mia foto profilo su Facebook. Non eravamo in grado di dire «ti voglio bene» a un amico, ma potevamo sempre mostrargli un meme su “Moscagol” per fargli tornare il sorriso dopo un’interrogazione andata male. Proprio Davide Moscardelli, all’epoca, era uno degli ultimi esemplari di bomber di provincia ancora in attività in un calcio ormai totalmente globalizzato; per questo, nonostante non avesse mai avuto atteggiamenti sopra le righe come altri bomber più archetipici, era assurto a idolo delle pagine sopra citate e, di conseguenza, di noi ragazzini; e per questo, dieci anni più tardi, è stato invitato da ZW Jackson a un episodio della 100 tiri challenge.
Sulla figura del bomber anti-divo si proiettano così i desideri e le paure di generazioni di maschi: come sottolinea Atturo, la figura del centravanti di provincia non è più solo un modello comportamentale, ma diventa un vero e proprio nume tutelare al quale votarsi in un mondo che si trasforma più rapidamente di quanto riusciamo a comprenderlo, in cui il rifugio nella nostalgia verso un passato più semplice e autentico sembra l’unica reazione possibile. Se il bomberismo più becero comincia a declinare (o meglio: a trasformarsi) verso la fine degli anni Dieci, la nostalgia, pienamente sussunta dall’industria culturale, continua a colonizzare il mondo del calcio e dell’intrattenimento: proliferano reel, podcast e documentari dedicati al calcio anni ’90; icone millenial come Luca Ravenna o Alessandro Cattelan sfoggiano magliette da calcio vintage sempre più di nicchia; addirittura Calcutta pubblica il brano “Hübner” nel 2018. Sempre lui, lo stesso Dario Hübner di ZW Jackson: la nostalgia non riguarda solo i millennial, ma si rivela un fenomeno transgenerazionale.

Dario Hübner icona bomberistica, Dario Hübner allenatore di una social team, Dario Hubner canzone indie: è ancora possibile raccontare il vero Dario Hübner? Chi era davvero Dario Hübner? Atturo, non a caso, gli dedica il primo capitolo: Hübner, in effetti, corrisponde perfettamente all’idealtipo del bomber di provincia. Cresciuto a Muggia, uno dei due comuni dell’Istria rimasti italiani – cosa ci può essere di più provinciale? – a vent’anni gioca ancora in Prima Categoria con la Muggianese; quando non gioca, lavora otto ore al giorno come montatore di finestre in alluminio. Per chi non è familiare con le categorie calcistiche: trovarsi a vent’anni a questo livello significa, normalmente, dire addio a qualsiasi velleità di professionismo; Hübner, invece, a quest’età inizia una lenta ma inesorabile scalata verso la serie A. Pievigina, Pergocrema, Fano, Cesena: la carriera di Hübner sembra un involontario tributo alla provincia italiana. Segna a grappoli in tutte le categorie , con uno stile peculiare che gli vale il soprannome di «Tatanka», «bisonte» in lingua lakota. La prosa di Atturo, nei frangenti in cui si trova a descrivere la corporeità di questi calciatori, raggiunge vette di nitida plasticità:
Non so se avete mai visto un bisonte correre, magari osservandolo di lato. Notereste che ha zampe incredibilmente corte e muscolose, simili a due braccia, specie quelle anteriori. Il bisonte non ha l’aspetto di un quadrupede, ma di un bipede che preferisce correre a quattro zampe, come fanno i gorilla. Ora guardate Hübner che corre verso la porta: l’assenza di collo, la schiena che si curva, le gambe lunghe mosse senza alcuna grazia, la faccia incassata nello sterno. Sembra indossare una maschera pagana di sé stesso, con i capelli ricci e i baffi e il pizzetto scolpiti nella pietra. Sembra davvero un bisonte, una bestia selvatica.2
Il 31 agosto 1997, a 30 anni, esordisce finalmente in A con il Brescia, segnando a San Siro contro l’Inter un gol meraviglioso su assist di Pirlo; ma la doppietta ancor più eclatante di Alvaro Recoba gli ruba la scena. A fine stagione, nonostante i suoi 16 gol, il Brescia retrocede, e Hübner, inspiegabilmente, ritorna in B per altri due anni. Continua a segnare, inesorabilmente, con la regolarità di un operaio che fa il suo dovere, e riporta il Brescia in A nel 2000. Ecco una caratteristica tipica dei bomber di provincia: non hanno la vocazione alla bellezza di artisti come Baggio («Raffaello») o Del Piero («Pinturicchio»), ma il culto del lavoro, il sacrificio, l’umiltà ne fanno gli idoli dei tifosi. Non solo: anche i vizi – nel caso di Hübner, le sigarette e la grappa – facilitano l’identificazione dei tifosi in questi artigiani del gol. Come loro, infatti, i bomber di provincia sono esseri imperfetti:
La ricerca dell’autenticità è infatti un valore chiave nel sentimento d’amore verso i bomber. In un mondo in cui i calciatori appaiono esageratamente professionalizzati, negli anni Novanta il talento di questi attaccanti, spuntati fuori dai bassifondi del calcio, sembrava innato e accompagnato da uno stile ancora rustico, semplice. Il loro rapporto con il pubblico era intenso e passionale, mentre oggi i calciatori sembrano figure distanti, chiuse dentro una bolla artificiale e inaccessibile. […] I bomber, al contrario offrivano ancora vicinanza e familiarità. Erano attaccanti legati a un territorio, spesso provinciale, dove il calcio rappresentava uno dei pochi orizzonti di felicità. […] Sembravano l’amico che ce l’ha fatta senza montarsi la testa, il cugino metalmeccanico, lo zio che incontriamo ai pranzi di Natale, che fuma Marlboro rosse e beve un grappino dopo cena. […] I bomber, insomma, sono come noi ma anche più di noi.3
Hübner nel 2002 si laurea capocannoniere della serie A con il Piacenza e ottiene una chiamata dal Milan: è l’apice dalla sua carriera. Al termine di una breve tournée estiva, tuttavia, il Milan non lo acquista e lo rimanda al Piacenza. Hubner continua a segnare e a consumare pacchetti di sigarette con regolarità disarmante, in squadre e in categorie sempre più piccole: Ancona, Perugia, Mantova, Chiari, Rodengo Saiano, Orsa Corte Franca, Castel Mella, Cavenago. Nonostante 74 gol in serie A, non verrà mai convocato in Nazionale.

Dario Hübner vive a Passarera di Carpignanica, fuori Crema, da quando si è sposato: non ha mai abbandonato la provincia, e la provincia non l’ha mai abbandonato. Secondo il critico letterario Riccardo Donati, quella di provincia è «una costruzione del pensiero, una convenzione socioculturale» che riguarda il tempo più che lo spazio: centrale, secondo Donati, è la nozione di ritardo, il ritardo accumulato nei confronti di un centro più progredito: sufficiente a scavare un solco tra le due realtà, non così ampio da determinare una distanza incolmabile.4 Infatti, come nota Atturo, quello di Hübner non è un «rifiuto del mondo»: «Hubner non era un eremita, non ha rinunciato alla carriera per vivere tra le galline. Ha comunque giocato in serie A, solo che la sera tornava dalla moglie e dai figli. Magari ha rinunciato a qualcosa, ma senza rimpianti, perché aveva un altro ordine di priorità, diverso dal nostro, che ci fa domandare se forse non stiamo sbagliando tutto».5
Ad ogni modo, i tredici bomber di provincia raccontati da Atturo sono accomunati da questo ritardo nei confronti della realtà. Per motivi diversi, risultano tutti anacronistici, inattuali: Pasquale Luiso per il carattere fumantino, Giorgio Corona per l’aspetto regale, Stefan Schwoch per l’opportunismo novecentesco davanti alla porta; Riccardo Zampagna e Igor Protti per le idee politiche.

A quest’ultimo Atturo dedica pagine memorabili:
È comunista perché uno come lui non aveva scelta. Quando era piccolo suo padre lo portava alla Casa del Popolo di Rimini: «Assistevo, quasi rapito, a lunghe discussioni». Il padre non rinnegherà mai la sua fede politica e il giorno del funerale sulla bara sarà presente una bandiera del Pci. La sinistra di Protti non ha nessuna tendenza escapista, nessun volo pindarico; sembra uno di quei quadri severi che il partito faceva sposare da giovani in modo che non si distraessero. La sua idea di comunismo, almeno da fuori, sembra fatta di serietà, militanza, idealismo. Ci si batte per un mondo in cui si è tutti uguali, e quindi per i diritti dei lavoratori; un comunismo da provincia italiana, coi maglioni grossi, le sigarette sempre accese, la tosse grassa la mattina. La provincia delle case del popolo, dei circoli Arci, dei bar in piazza, dei giornali sui frigoriferi. Protti incarna un mondo in cui bisognava ancora credere in qualcosa.6
A questi ritratti, si vanno ad aggiungere quelli di Francesco Flachi, Sandro Tovalieri, Francesco Tavano, Andrea Caracciolo, Sergio Pellissier, Luigi Castaldo. L’ultimo, degna conclusione di questa teoria di antieroi, è quello dedicato alla figura larger than life di Christian Riganò: muratore, calciatore di serie A, di nuovo muratore. Come il leggendario condottiero romano Cincinnato, che dopo aver salvato Roma ritorna a lavorare il suo podere, il bomber di provincia in purezza, una volta abbandonato il calcio professionistico, riprende il lavoro di sempre come se niente nel mezzo fosse accaduto: «Due cose so fare nella vita: i gol e il muratore».
Alla fine del libro l’obiettivo dell’autore è stato raggiunto. Le vite di questi tredici brillano nella loro semplicità, scrostate dallo strato di retorica accumulato negli anni; e proprio per questo l’emozione che restituiscono è cristallina, diretta. È difficile staccarsene, come se si stesse abbandonando una rimpatriata con vecchi amici con i quali credevi, sbagliando, di avere più niente in comune.
È forse nostalgia questa? La brandizzata, assimilata, sovrasfruttata nostalgia di cui si parlava sopra? Sì, ma non la nostalgia seducente e lievemente nichilista che popola il nostro feed o quella più decisamente reazionaria che compare nell’algoritmo dei nostri genitori. La risposta ce la dà lo stesso Atturo: «La nostalgia per quei bomber, allora, è anche nostalgia per un senso di comunità perduto».7 Se la nostalgia è una delle passioni tristi che dominano il nostro tempo, è per via del suo immenso potere seduttivo; non ci resta che riappropriarcene, attraverso un racconto onesto del passato, e sfruttare questo potere in senso trasformativo: «Magari è un sentimento consolatorio, ma scoprire che certe passioni sono condivise ci aiuta a sentirci meno isolati, stabilisce connessioni emotive autentiche. Citare Riccardo Zampagna o Pasquale Luiso in una conversazione, indossare la loro maglia, guardare i loro gol, per quanto possa suonare ironico, conserva ancora una specie di potere magico. Spesso è proprio ciò che ci sembra più effimero a unirci di più agli altri».8
P.S. A novembre 2025 Dario Hübner è stato esonerato dalla FC Zeta Milano. Secondo il presidente ZW Jackson, la sua mentalità “vecchia scuola” era incompatibile con il progetto.
- E. Atturo, Il mito dei bomber di provincia. Un almanacco sentimentale, Einaudi, Torino 2025, p. VIII. ↩︎
- E. Atturo, op. cit., p. 10. ↩︎
- E. Atturo, op. cit., p. XII. ↩︎
- R. Donati, Raccontare la provincia, contenuto in Il romanzo in Italia. Il secondo Novecento, a cura di G. Alfano e F. de Cristoforo, Carocci, Roma 2018, p. 166. ↩︎
- E. Atturo, op. cit., p. 24. ↩︎
- E. Atturo, op. cit., p. 100. ↩︎
- E. Atturo, op. cit., p. XVII. ↩︎
- E. Atturo, op. cit., p. XVIII. ↩︎
