Parte 2 – Dentro gli accordi
di Livia Pinzoni
Questo articolo è il secondo e ultimo di una serie dedicata al report del Coordinamento Ricercatorə, Dottorandə e Assegnistə dell’Università di Padova (CoRDA), un lavoro di inchiesta dedicato alle collaborazioni tra L’Università di Padova e istituzioni israeliane a vario titolo coinvolte nel genocidio in Palestina (trovate il report completo qui). Se nel precedente articolo abbiamo ricostruito il quadro generale delle collaborazioni tra l’Università di Padova e varie istituzioni israeliane, in questo approfondimento vedremo alcuni casi concreti che ci mostrano le molteplici forme con cui queste collaborazioni si traducono in attività di ricerca, trasferimento tecnologico e soprattutto complicità con le ripetute violazioni dei diritti umani compiute dallo Stato israeliano.
Partiamo allora con qualche numero sulle pubblicazioni scientifiche, risorse centrali per lo sviluppo del report redatto da CoRDA: l’analisi sulla banca dati Scopus ha individuato 682 articoli pubblicati tra il 2023 e il 2025 da ricercatrici e ricercatori dell’Università di Padova insieme a università, enti e soggetti finanziatori israeliani. Di questi, 191 derivano da ricerche finanziate dall’Unione Europea. Israele partecipa infatti ai programmi europei per la ricerca, da Horizon 2020 a Horizon Europe, come Paese associato (aspetto, quello dei finanziamenti europei ad un Paese che con l’Europa non dovrebbe centrare nulla, che già di per sé meriterebbe qualche riflessione), e prende parte a numerosi progetti insieme ad atenei e centri di ricerca europei, tra cui l’Università di Padova. Di seguito analizzeremo tre casi specifici proprio di questi progetti finanziati tramite bandi Horizon: tre esempi molto diversi tra loro, ma che proprio per le loro differenze ci restituiscono una fotografia accurata delle innumerevoli modalità con cui le collaborazioni tra l’Università di Padova e Israele possono trasformarsi in complicità con un genocidio.
- European infrastructure for Rydberg Quantum Computing EuRyQa
Tra i progetti più significativi individuati dal report c’è EuRyQa (European Infrastructure for Rydberg Quantum Computing), un progetto Horizon 2020 da quasi 5 milioni di euro a cui l’Università di Padova partecipa dal 2022 insieme a un consorzio di undici partner provenienti da sette Paesi europei. L’obiettivo dichiarato è sviluppare infrastrutture e standard comuni per il calcolo quantistico basato sugli atomi di Rydberg, una delle tecnologie considerate più promettenti per la prossima generazione di computer quantistici. A rendere particolarmente rilevante questo progetto è la natura delle collaborazioni che lo attraversano. Tra i partner figura, infatti, Quantum Machines (Q.M. Technologies), azienda israeliana selezionata dal Ministero della Difesa e dall’Israel Innovation Authority per guidare la realizzazione dell’Israel Quantum Computing Center, infrastruttura strategica destinata allo sviluppo delle capacità quantistiche del Paese. Lo stesso programma israeliano è stato presentato dalle autorità del Paese come funzionale allo sviluppo di tecnologie dual use, cioè destinate tanto ad applicazioni civili quanto militari. Ma nel caso del quantum computing, parlare di dual use ci sembra quasi offensivo per l’intelligenza di chi legge: sono gli stessi governi, apparati militari e organismi internazionali coinvolti a rivendicarne apertamente il valore strategico per la sicurezza e la difesa. Non sorprende quindi che la NATO abbia pubblicato una strategia dedicata all’implementazione delle tecnologie quantistiche nei Paesi alleati, né che l’Unione Europea abbia recentemente lanciato la propria Quantum Strategy con l’obiettivo dichiarato di diventare uno dei leader globali del settore entro il 2030. Ca va sans dire che, in entrambi i casi, sicurezza e difesa sono le parole chiave. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo all’Università di Padova nel 2024, ha definito il quantum computing e l’intelligenza artificiale come nuovi strumenti di “potere e sicurezza nazionale”, nel caso ci fosse ancora qualche dubbio sulle intenzioni di applicazione di queste tecnologie da parte dell’attuale Governo. E l’Università non si tira indietro, anzi intende molto probabilmente diventare un centro di eccellenza per la ricerca in questo settore. Nel marzo 2026 infatti è stato inaugurato il Quantum Computing Lab dell’Università di Padova, definito dall’ateneo stesso come un “investimento strategico” destinato a rafforzare le attività di ricerca sulle tecnologie quantistiche. Durante l’inaugurazione, la rettrice Daniela Mapelli ha richiamato la necessità di orientare la ricerca verso obiettivi che “rafforzino la dignità della persona e la coesione sociale”. Viene da chiedersi della dignità di quali persone parlasse, chiaramente non del popolo palestinese, la cui “coesione sociale” evidentemente non costituisce un terreno di investimento vantaggioso.
- Colonialismo di insediamento e controllo delle risorse naturali: REST_COAST
Se EuRyQa rappresenta un caso sfacciatamente esplicito di tecnologia dual use, REST-COAST mostra una forma di complicità decisamente più subdola. Finanziato con oltre 18 milioni di euro nell’ambito del Green Deal europeo, il progetto coinvolge 37 partner in 11 Paesi e ha l’obiettivo dichiarato di ripristinare ecosistemi costieri degradati, migliorare la qualità delle acque e favorire una gestione sostenibile delle risorse naturali. Tra i siti pilota figura anche la Laguna di Venezia, dove opera il consorzio CORILA con la partecipazione dell’Università di Padova. La criticità evidenziata dal report non riguarda chiaramente gli obiettivi ambientali del progetto in sé, ma il contesto politico e istituzionale in cui una parte delle attività viene sviluppata. Tra i partner israeliani figurano infatti la Israel Nature and Parks Authority (INPA) e la Reichman University. In particolare, l’INPA è l’ente governativo responsabile della gestione delle riserve naturali e dei parchi nazionali israeliani, strumenti che secondo numerose organizzazioni internazionali e associazioni palestinesi hanno spesso svolto un ruolo nella gestione e nel controllo dei territori occupati. In contesti di colonialismo d’insediamento, la gestione delle risorse naturali, la creazione di aree protette e la pianificazione territoriale possono contribuire a ridefinire l’accesso alla terra e all’acqua, producendo effetti terribilmente concreti sulle popolazioni che abitano quei territori. Particolarmente rilevante è il tema delle risorse idriche: tra gli stakeholder coinvolti nel progetto compare anche la National Water Authority israeliana, l’ente che supervisiona il sistema idrico nazionale e che opera in stretta connessione con Mekorot, la compagnia pubblica che gestisce la distribuzione dell’acqua. Il controllo delle risorse idriche rappresenta uno degli strumenti centrali attraverso cui Israele ha esercitato e continua ad esercitare il proprio dominio sui territori palestinesi occupati, determinando fortissime disuguaglianze nell’accesso all’acqua tra popolazione israeliana e palestinese. Il report sottolinea inoltre un elemento storico convenientemente assente dalle narrazioni israeliane sulla tutela degli ecosistemi costieri: la bonifica delle zone umide ha caratterizzato fin dalle origini il progetto sionista di costruzione territoriale, contribuendo all’espansione degli insediamenti coloniali e alla progressiva esclusione della popolazione palestinese dall’accesso alla terra e alle risorse naturali. In questo senso emerge uno dei paradossi più significativi di REST-COAST: il progetto propone infatti di ripristinare alcuni di quegli ecosistemi che sono stati profondamente trasformati proprio dalle politiche di gestione ambientale e delle risorse che hanno accompagnato il colonialismo d’insediamento israeliano nel corso del Novecento. Siamo chiaramente di fronte ad un caso che ci mostra l’altra faccia della medaglia delle applicazioni dual use, quella nascosta. Leggendo il titolo e gli obiettivi del progetto REST_COAST difficilmente si potrebbe immaginare che la tutela della biodiversità, delle risorse idriche e degli ecos istemi possa contribuire a conferire legittimità internazionale a forme di controllo territoriale ed occupazione illegittima.

Schermata ufficiale dei partners sul sito del progetto, in cui Israele comprende anche tutta la West Bank e Gaza
- “Dall’Università all’industria” (bellica): il progetto HERA e lo Spinoff UniPD HIT09
HERA (Hybrid-Electric Regional Architecture) è un progetto Horizon Europe da oltre 44 milioni di euro dedicato allo sviluppo di una nuova generazione di velivoli a corto e medio raggio a basse emissioni. Presentato nell’ambito delle politiche europee per la transizione ecologica dei trasporti, il progetto riunisce 48 partner tra università, centri di ricerca e aziende del settore aerospaziale. Tra questi compare Israel Aerospace Industries (IAI), la principale industria aerospaziale israeliana, interamente controllata dal governo di Israele e attiva nella produzione di sistemi aeronautici civili e militari, missili, avionica e tecnologie per la difesa. Azienda coordinatrice del progetto è, sorpresa, Leonardo S.p.A. L’Università di Padova non partecipa direttamente al progetto, ma vi è coinvolta attraverso HIT09, uno spin-off universitario fondato nel 2010 e specializzato nella progettazione e sviluppo di componenti aeronautici e aerospaziali. L’azienda lavora in particolare su propulsori per “velivoli ultraleggeri” che dovrebbero essere destinati al trasporto di merci e persone, come indicato nel progetto, ma che di fatto sono droni. Secondo quanto dichiarato sul suo sito, HIT09 basa le proprie attività su una collaborazione continuativa con il mondo accademico e in particolare con il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’ateneo, come si evince anche dalla partecipazione a diversi programmi di ricerca finanziati dall’Unione Europea con il coinvolgimento o il coordinamento dell’Università di Padova. Tra questi, il progetto HEAVYcOPTer (2011–2013), finalizzato al miglioramento dell’integrazione del motore dell’elicottero AW101, impiegato in ambito militare, per cui Unipd ha gestito l’integrazione di software per l’analisi dell’installazione del motore e lo sviluppo di un algoritmo di ottimizzazione. Il caso di HIT09 mostra in modo particolarmente chiaro la permeabilità tra ricerca universitaria e industria, e costituisce un perfetto esempio di trasferimento tecnologico della ricerca accademica. Lo spin-off nasce infatti con l’obiettivo dichiarato di trasferire verso il mercato competenze e conoscenze sviluppate all’interno dell’università, trasformando i risultati della ricerca in applicazioni industriali. Negli ultimi anni questa traiettoria si è intrecciata sempre di più con il settore della difesa. Oltre alla partecipazione a HERA, HIT09 coordina infatti due progetti finanziati dall’European Defence Fund: DEMETHRA, dedicato allo sviluppo di tecnologie per motori scramjet destinati a velivoli ipersonici senza pilota e sistemi missilistici, e DAMAGER, finalizzato alla realizzazione di sistemi di propulsione per flotte di droni militari, definiti dalla stessa azienda una componente strategica delle future capacità di combattimento aereo. Anche in questo caso, forse ancora di più che per il progetto Euryqa, provoca un certo imbarazzo parlare di “dual use”, visto l’immenso sforzo immaginativo necessario per immaginarsi delle possibili applicazioni civili per queste ricerche. Andrebbe inoltre sottolineato che le politiche di dual use per i progetti europei sono state approvate con una delibera della Commissione europea nel dicembre 2025; stupisce, forse – ma non troppo – che progetti di questo tipo siano stati approvati ben prima e finanziati all’interno di programmi quadro apparentemente lontani da applicazioni militari dirette. Basti pensare al finanziamento del progetto HERA, inserito nei programmi HORIZON 2.5 – Climate, Energy and Mobility e HORIZON 2.5.7 – Clean, Safe and Accessible Transport and Mobility –, atte di fatto ad occultare il potenziale dual use delle ricerche in corso.

Immagine di copertina dalla home del progetto HEAVYcOPTer, dal sito di HIT09
Alla luce di quanto ricostruito in questo e nel precedente articolo, la mozione per impedire l’istituzione di nuovi accordi di collaborazione con Israele siglata da Unipd nel luglio 2025 ci appare sempre più ambigua: sebbene al momento della stesura di questo articolo Euryqa e Rest Coast siano scaduti, è importante ricordare che i progetti Horizon sono sempre improntati a una continua comunicazione dei risultati anche ben oltre la scadenza ufficiale dei progetti, mentre resta ancora a tutti gli effetti attivo il progetto HERA.
Per questo una parte della comunità accademica continua a chiedere una vera e propria interruzione degli accordi di collaborazione, e l’adozione delle linee guida PACBI (di cui avevamo parlato nell’articolo precedente), insieme all’istituzione di osservatori paritetici che vigilino sull’utilizzo del dual use all’interno dei progetti di ricerca, e sui partner coinvolti all’interno di questi progetti. Per ribadire la pertinenza di queste richieste prendiamo in prestito il punto due dei Principi Fondamentali, contenuti nello statuto dell’ateneo:
“L’Università, in conformità ai principi della Costituzione e alla propria tradizione che data dal 1222 ed è riassunta nel motto “Universa Universis Patavina Libertas”, afferma il proprio carattere pluralistico e la propria indipendenza da ogni condizionamento e discriminazione basata su motivazioni di carattere ideologico, religioso, politico, economico o fisico. Essa promuove l’elaborazione di una cultura fondata su valori universali quali i diritti umani, la pace, la salvaguardia dell’ambiente e la solidarietà internazionale. Impegna altresì tutti i propri componenti al rispetto di tali principi nonché dei valori della dignità di ciascuna persona, del buon nome dell’Ateneo e del corretto uso delle sue risorse. Ribadisce il divieto per tutti coloro che lavorano al suo interno di operare, anche nello svolgimento della propria attività professionale esterna, in conflitto di interessi con l’istituzione, secondo quanto specificato nel Codice etico approvato dall’Ateneo.”
Forse non serve aggiungere altro.
