di Potere al Popolo Padova
Dopo l’incontro al ministero di ieri, 15 giugno 2026, il piano di 1719 licenziamenti presentato a freddo da Electrolux è stato messo in pausa per un paio di mesi. “Se ne riparla ad agosto”: non è rassicurante, anche perché non è un mese come gli altri in fabbrica, ma è un primo blocco raggiunto in seguito a una mobilitazione importante. Ieri mattina eravamo davanti allo stabilimento di Susegana a portare la nostra solidarietà agli operai in sciopero: sostanzialmente, non è entrato nessun operaio di linea.
Il caso Electrolux è un esempio da manuale del funzionamento del capitalismo predatorio: quando alle multinazionali i profitti non bastano, migliaia di famiglie vengono lasciate sul lastrico, i territori diventano ricattabili e il rischio d’impresa viene scaricato su lavoratrici, lavoratori e soldi pubblici.
Electrolux non vuole licenziare perché in Italia non si produce valore, ma perché quel valore non è sufficiente rispetto agli obiettivi di profitto dell’azienda. I margini di redditività, per gli stabilimenti italiani, sono dichiarati al 2,8%; l’azienda intende conseguire il 6%. Dopo anni di risorse pubbliche, incentivi e sostegni all’innovazione, la multinazionale pretende di decidere da sola se tagliare, chiudere o delocalizzare. È il solito meccanismo che si ripete: pubblico quando c’è da pagare, privato quando c’è da decidere e raccogliere i profitti.
Noi di Potere al Popolo siamo stati ai cancelli dello stabilimento di Susegana (TV) durante lo sciopero del 15 giugno. Abbiamo portato la nostra solidarietà, ma soprattutto abbiamo ascoltato chi ogni giorno lavora in fabbrica, vive sulla propria pelle i ritmi della catena e oggi si organizza contro il ricatto dei licenziamenti. Per capire cosa sta accadendo diamo voce alle lavoratrici e ai lavoratori di una fabbrica che non è proprio come le altre, che è grande, che ha una lunga tradizione di lotta e vertenzialità (c’eravamo già stati, in occasione diversa, alcuni anni fa).
LE RICHIESTE AZIENDALI
Paola Morandin, RSU RLS, direttivo della FIOM, storica operaia di questa fabbrica:
“Lavoro in Electrolux dal 1988, da molto. Quindi ne ho viste tante. Partiamo da una cosa che a me pare rilevante: in trattativa aperta una cosa che ci hanno detto è che questa fabbrica non è in perdita. Fa il 3% di profitto, ma a loro non basta.
Mi sembra un punto di partenza rilevante per descrivere la situazione reale, non è una critica. Ho visto tante crisi nel corso degli anni ma devo dire che come questa non mi era mai successo. L’azienda ha aperto la trattativa dicendo che non è una fabbrica in perdita, non è un gruppo in perdita in Italia, ma è un gruppo che vorrebbe guadagnare più di quello che sta guadagnando, quindi passare da un 3% di guadagni attuali a un 6% come obiettivo”.
LA SITUAZIONE DELLO STABILIMENTO
Sandro, operaio di linea: “Quello di Susegana è uno stabilimento digitale, altamente tecnologico e modernizzato dove negli ultimi anni la produttività è aumentata; le opportunità di produzione non mancano ma la volontà dell’impresa sul come stare sul mercato è diversa.
Gli acquirenti non mancano e aspettano i prodotti ma c’è una stagnazione gestionale che serpeggia e preoccupa i lavoratori; la preoccupazione dato dal disegno che riporta l’azienda sul fronte della concorrenza internazionale è reale fino a un certo punto, date le dichiarazioni sulla reddittività degli stabilimenti. Inoltre, dall’autunno scorso addirittura a Susegana si vive una carenza di personale, attestato intorno alle 100 unità, dato da uscite dovute a contratti a termine e pensionamenti incentivati, a fronte invece di una forte richiesta di produzione”.
GLI INVESTIMENTI DEGLI ANNI PASSATI
Paola Morandin: “La situazione è molto grave anche perché è una fabbrica che è stata costruita negli ultimi anni: da sei anni sono state fatte tre nuove linee, sono stati investiti 240 milioni pubblici. Stiamo parlando anche di circa 116 robot: è una fabbrica altamente robotizzata, altamente automatizzata, che negli ultimi anni ha visto anche l’assunzione di molti ragazzi giovani usciti dalla scuola, quindi con delle competenze anche importanti per gestire gli impianti, per gestire i robot.
Fate conto che in questo momento ci sono tre linee: due lavorano a due turni, una a un turno; nella visione di Electrolux ci saranno tre linee che lavorano un turno. Per capire la gravità della situazione immaginate 116 robot che, invece di lavorare 24 ore al giorno, come dovrebbero essere, lavorano 8 ore. Quindi vuol dire investimenti importanti, capacità importanti, competenze importanti che vengono sfruttate in un piccolo momento della giornata: in una grande fabbrica 8 ore al giorno sono poche. Ecco perché dal nostro punto di vista nel loro progetto non c’è un futuro per questa fabbrica. Più si riduce la capacità produttiva, e quindi anche il numero dei prodotti, più si riducono i lavoratori che stanno dentro e meno avremo la possibilità di sostenere una fabbrica così grande, che costa. Quindi o tu hai una produzione importante, oppure la fabbrica è destinata a chiudere. A fronte dei continui richiami alla produttività e all’aumento della produttività, qui è il padrone che sta facendo il contrario.
LE RICADUTE A SUSEGANA
Vittorio, operatore di linea: “Oggi sono presenti a Roma rappresentanti di tutti gli stabilimenti della Electrolux, di cui dieci da Susegana. Lo sciopero non riguarda solo i lavoratori direttamente assunti dalla Electrolux; stiamo lottando anche per le lavoratrici della mensa, delle pulizie e i lavoratori esternalizzati assunti dalle cooperative. Inoltre, a Susegana lo stabilimento dà da lavorare a circa un migliaio di persone nella zona limitrofa tra Susegana e Conegliano. Se questo stabile fosse portato verso la chiusura un intero paese andrebbe in crisi.
Col piano previsto dalla Electrolux a inizio maggio, su 1200 lavoratori attuali a Susegana, i licenziamenti riguarderebbero circa 300 unità di linea, mentre tra le 100 e le 150 unità nell’area impiegati – verrebbe così ridotta di un terzo la forza lavoro, con conseguente perdita si esperienza sia sul piano lavorativo che sul piano della lotta. È importante tenere presente che nell’area impiegatizia, i licenziamenti riguardano prevalentemente l’area di ricerca e sviluppo: significa palesemente che la Electrolux non ha più interesse a investire sulla produzione in Italia e vuole delocalizzare all’estero”.
L’INDOTTO
Paola, lavoratrice della mensa: “Siamo qua oggi a supportare gli operai in sciopero e per condividere anche questa mobilitazione, perché tocca anche noi: quando si parla di esuberi si parla di tutto l’indotto, non solo l’Electrolux. Noi degli appalti, in particolar modo della mensa, siamo in prima linea: siamo qua per supportare i lavoratori della linea perché anche se non lavoriamo insieme è come se fossimo colleghi. Ci vediamo tutti i giorni, con qualcuno anche c’è un rapporto che va al di là della semplice conoscenza. Essere qui ha anche una ragione sentimentale: ci si vuole bene e quindi pensiamo a voi.
Cosa dire? Sì, 1719 lo sentiamo risuonare in testa da almeno un mese, però non vorrei che fosse solo una cifra, un… numero asettico: sono 1719 volti, 1719 nomi e cognomi, 1719 persone che hanno progetti, sogni, incombenze quotidiane, quindi essere qui secondo me oggi è particolarmente importante”.
IL TAVOLO DEL 15 GIUGNO
Il tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) del 15 giugno ha segnato un primo risultato: il piano dei 1.719 licenziamenti è stato messo da parte e l’azienda si è impegnata a non procedere unilateralmente durante il confronto. Questo è il risultato degli scioperi, dei picchetti, dell’organizzazione e della forza delle lavoratrici e dei lavoratori, non una semplice concessione dall’alto.
Perché quando chi lavora si organizza, il ricatto padronale può essere fermato. Ma non basta chiedere a Electrolux di essere “responsabile”. Le multinazionali rispondono solo ai profitti, agli azionisti e ai mercati. Per questo serve andare oltre la gestione dell’emergenza: nessun licenziamento, nessuna chiusura, nessuna delocalizzazione; vincoli reali per chi riceve soldi pubblici; controllo pubblico sulle aziende strategiche; potere decisionale a lavoratrici e lavoratori.
Se il pubblico paga, il pubblico deve decidere. Se una fabbrica vive del lavoro di migliaia di persone e del sostegno dei territori, non può essere governata solo dai margini di profitto. La prospettiva che rivendichiamo è quella di un’economia pianificata democraticamente, fondata sui bisogni sociali e non sugli interessi degli azionisti.
La lotta Electrolux non è finita. Ma una cosa è già chiara: nessuna vittoria sarà possibile senza l’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ed è da lì che bisogna ripartire.

