Di Valentina Lazzara
Per chi mastica da tempo il tema delle migrazioni e per chi lo vive sulla propria pelle, la frontiera non è mai stato un termine neutro, indicatore di un confine geografico, ma rappresenta un vero e proprio dispositivo di controllo. Il modo in cui attraversiamo e viviamo gli spazi, in cui decidiamo dove e come spostarci fin dentro le nostre città, è il prodotto di politiche e norme culturali che quotidianamente discernono tra chi è meritevole di essere considerato cittadino e chi è abituato a sguardi distratti, di poco conto, degno di nota solo quando funzionale a discorsi politici per l’elettorato.
A Padova, l’ex Aeroporto Allegri negli ultimi anni ne è stato l’esempio perfetto: individuato nel 2023 come soluzione temporanea alla cosiddetta “emergenza sbarchi”, è diventato un simbolo della mala accoglienza, in cui isolamento e controllo prevaricano sui progetti di inclusione e sull’autodeterminazione delle persone. A ottobre 2025 la Prefettura ha indetto un nuovo bando per la gestione dei 96 posti previsti e precedentemente gestiti dalle Cooperative Percorso Vita e Un Mondo di Gioia. Al bando hanno partecipato 4 cooperative non venete, i cui nomi sono noti nel mondo della (non) accoglienza, tant’è che ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) parla di un vero e proprio sistema di oligopolio, che vede un progressivo accentramento di potere e appalti nelle mani di pochi: le Cooperative che negli ultimi anni hanno corso per la gestione dei CPR italiani, dei centri in Albania, di hotspot e grandi centri CAS sono sempre le stesse e tra queste spicca il nome della Cooperativa Hera, vincitrice del bando per l’Allegri.
Basta una breve ricerca su internet per farsi un’idea della realtà di cui parliamo e di cosa significhi affidarle soggetti in stato di vulnerabilità, costretti dentro le maglie delle sempre più strette politiche migratorie.
AREA PAF
La Cooperativa Hera ha partecipato a un bando di assegnazione per un centro di prima accoglienza straordinaria (CAS), ma si ritroverà a gestire una zona PAF.
Il nuovo Patto Migratorio Europeo, siglato a giugno 2026, prevede infatti l’istituzione di zone di frontiera interne, dove valutare in tempi brevi il diritto o meno di fare richiesta asilo delle persone migranti. Si tratta di luoghi extra giuridici, in cui le persone sono sottoposte a una finzione di ingresso: fisicamente ti trovi all’interno dello Stato, ma giuridicamente sei in una zona grigia. Chi ci finisce? Chi viene intercettato mentre attraversava irregolarmente la frontiera, chi è arrivato alla frontiera e ha fatto una domanda di asilo, chi viene re-insediato da un paese terzo e chi viene rintracciato sul territorio in situazione di irregolarità senza essere stato autorizzato all’ingresso in Europa.
Prima di tale Patto, la procedura seguiva questi passaggi: manifestazione della volontà di fare richiesta asilo, formalizzazione della domanda e presa in carico del CAS, Centro di Accoglienza Straordinaria. Ora, tra la manifestazione della volontà e la formalizzazione della domanda si inserisce un nuovo step: quello, appunto, della finzione di non ingresso, in cui la persona viene sottoposta a uno screening al termine del quale può presentare o meno domanda di asilo.
Lo screening dovrebbe durare 7 giorni e comprende l’identificazione e la raccolta dei dati biometrici delle persone, da inserire all’interno della piattaforma EURODAC, e i controlli sanitari. Al termine di questi 7 giorni si può fare richiesta di asilo ed essere indirizzati verso la procedura di riferimento: accelerata o ordinaria. La procedura accelerata riguarda chi proviene da un Paese considerato sicuro e ha dei termini giuridici più veloci rispetto a quella ordinaria. La procedura di asilo in frontiera può durare fino a 12 settimane, 15 settimane se la persona proviene da una relocation (quindi se un altro Paese europeo ha riconosciuto la competenza italiana nell’esame della richiesta asilo), 20 settimane se lo Stato si trova in una situazione di crisi, come la presenza di molti sbarchi. Se non viene riconosciuta nessuna protezione la persona può essere sottoposta a una procedura di rimpatrio. L’accoglienza, ne consegue, passa in secondo piano ed è subordinata a questo primo filtraggio.
Lo screening medico vuole, innanzitutto, assicurare l’assenza di malattie infettive, ma dovrebbe anche facilitare l’emersione di eventuali vulnerabilità, fisiche o psichiche. Dove sta l’inghippo? L’emersione di una vulnerabilità è spesso stretta a doppio filo con la costruzione di rapporti di fiducia con gli operatori sanitari e sociali di supporto e la maggior parte delle volte richiede dei tempi molto lunghi; non sempre chi ne è portatore è in grado di riconoscerla e, soprattutto, di esprimerla. Una procedura di soli 7 giorni rischia di essere estremamente sommaria, soprattutto quando si parla di persone che, per gli Stati che attraversano (come Libia e Tunisia), rischiano di essere state vittime di tortura.
Un altro grande tema è quello del trattenimento: chi si allontana dalla struttura e diventa irreperibile vede decadere automaticamente la propria richiesta di asilo. Le nuove procedure impongono una costante messa a disposizione delle persone alle autorità competenti, ma non sono chiare le modalità secondo cui tale obbligo deve essere garantito, lasciando spazio alla discrezionalità dei singoli Paesi. Si evidenzia, quindi, una compressione della libertà individuale.
COOPERATIVA HERA
La Cooperativa Hera attualmente gestisce i CPR di Brindisi e Trapani, il CARA di Restinco e l’HotSpot di Pozzallo; ha inoltre partecipato al bando per la gestione dei centri in Albania, vinto poi dalla Cooperativa MediHospes.
Per farci un’idea più chiara della realtà di cui stiamo parlando, abbiamo contattato il comitato NoCprBrindisi, realtà che da anni si impegna nella lotta territoriale al CPR di Brindisi, e ai CPR in generale. Ciò che emerge è un quadro piuttosto sconfortante. Le gare di appalto per la gestione di questi centri sono, infatti, regolate dal massimo ribasso e dall’offerta economicamente più vantaggiosa, che spinge i privati a tagliare le spese vive per salvaguardare il margine di profitto.
La Cooperativa Hera è da anni al centro di polemiche e controversie, che interessano soprattutto due macro-aree: la presa in carico delle persone migranti e il diritto dei lavoratori impiegati nelle sue strutture.
I monitoraggi di ONG e del Garante Nazionale dei Detenuti descrivono condizioni di trattenimento estremamente dure e gravi carenze strutturali.
All’interno dei CPR di Brindisi, il cui accesso a soggetti terzi è costantemente osteggiato, sono state evidenziate situazione sanitarie drammatiche: uso massiccio di psicofarmaci per sedare le persone trattenute e assistenza medica inadeguata, con difficoltà nell’emersione di vulnerabilità fisiche e di salute mentale e successiva presa in carico. Il monitoraggio ASGI del 2025 ha definito le condizione del CPR assolutamente non decorose: spazi angusti e logori, con caratteristiche strutturali che “favoriscono l’accumulo di sporco” e che non sono sufficienti a garantire condizioni abitative adeguate. A Brindisi i telefoni personali non sono consentiti e l’uso dei dispositivi messi a disposizione dall’ente è regolato dalla struttura. Manca un’efficace attività di orientamento legale e non sono presenti adeguate figure di mediazione, per cui non si comprende come possa essere garantito il diritto di informativa. Per quanto riguarda la dimensione della salute personale, “sono stati riportati casi di insonnia, stati d’ansia, dipendenza da ansiolitici, ed è stato incontrato almeno un trattenuto che presentava numerosi segni di autolesionismo recenti, a fronte di un accesso riferito del tutto insufficiente ai servizi di supporto psicologico o psichiatrico, con conseguente consumo elevato di benzodiazepine, anche utilizzate impropriamente per indurre il sonno”.
Le morti registrate presso il CPR di Brindisi sono 2, solo di una persona conosciamo il nome: Abel Okubor, cittadino nigeriano di 37 anni; mentre nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2022 un incendio innescato a seguito di proteste interne, ha causato la morte per intossicazione di un cittadino marocchino di 38 anni.
HERA E ALLEGRI
Alla luce di quanto emerso viene da domandarsi come una Cooperativa con un curriculum del genere possa prendere in carico una struttura come quella dell’Allegri, isolata dal contesto cittadino e inserita in un ambiente insalubre (da questa estate sono in corso lavori di deamiantizzazione e bonifica ambientale nelle zone limitrofe) e che presentava già enormi criticità con la gestione precedente. Senza contare che, con il nuovo Patto Migratorio, all’ex Allegri potranno stazionare anche donne e bambini.
Da evidenziare anche che, al momento, vi è una totale assenza di legami con il territorio in cui questa Cooperativa si appresta a lavorare: il bando faceva riferimento al capitolato di gara per le cooperative sociali di prima accoglienza, e quindi prevedeva l’offerta di servizi da poter erogare in collaborazione con soggetti terzi del territorio. Gli accordi presentati da Hera a sostegno della sua proposta hanno ricevuto punteggio 0, dimostrando la sua totale estraneità alla rete territoriale. A quali enti verrà affidato il compito di gestire l’emersione di situazioni di vulnerabilità?
E soprattutto, come verranno gestite? Se alla sofferenza psichica manifestata all’interno dei CPR, in cui il trattenimento può durare mesi, si risponde con la somministrazione massiccia di psicofarmaci, è plausibile che, ora, in soli 7 giorni, ci sia una presa in carico reale dei bisogni della persona?
