di Cecilia Beretta
Dall’inizio del 2026 in Italia sono stati registrati 56 femminicidi, uno meno di un mese fa a poca distanza da dove ci troviamo, a Camponogara.
In questo clima in cui gli uomini sequestrano, uccidono, stuprano e molestano quotidianamente le donne sembra apparentemente fuori luogo discutere di quote rosa, tetti di cristallo, cinema al femminile e la sua declinazione in salsa Biennale. Eppure il femminicidio rappresenta la tragica punta dell’iceberg: il sommerso che il governo finge di non vedere e sul quale non dobbiamo smettere di puntare il dito riguarda anche questi temi e, ovviamente e ancor più da vicino, l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Per ripristinarla senza le limitazioni decretate dalla legge Valditara invitiamo chi non l’abbia ancora fatto a firmare la proposta di referendum (QUI).
Mentre il mondo brucia, la Mostra del Cinema di Venezia e le sue diramazioni, proseguono imperterrite il loro cammino. Annunciando in extremis il film di denuncia NAZA, girato sui tetti di Tel Aviv e qualificandosi come una delle manifestazioni meno gender-equal degli ultimi anni.
L’83esima edizione ha visto in concorso solo una regista donna, May el-Toukhy la quale, forse anche per una giustificabile caparbietà da parte della cineasta Maggie Gyllenhaal, presidente di giuria, è riuscita a scavalcare i colleghi maschi con un film dal titolo involontariamente ironico: Woman Unknown.
Alberto Barbera ha sviato le critiche dichiarando che la selezione per la Mostra del Cinema di Venezia si basa esclusivamente sulla qualità e che quest’anno non è stato presentato un numero sufficiente di film candidati diretti da donne all’altezza del concorso principale; Gyllenhaal ha ironizzato con un “è evidente che i registi siano più capaci delle registe” e un po’ di stizza quando, dopo la vittoria, le hanno nuovamente chiesto conto del risultato e della scelta politica dietro la volontà di premiare l’unica donna in gara.
La verità è che la mancanza di registe al concorso riflette la totale disparità nei finanziamenti, nei budget, nei compensi rispetto ai colleghi uomini.
La disuguaglianza inizia infatti molto prima della selezione ufficiale: quando le giovani registe sono relegate in una categoria a parte, quella del film di genere o indissolubilmente legati all’universo femminile, e non viene riconosciuta la stessa autonomia che viene percepita e rivendicata dai registi uomini all’inizio della loro carriera.
Le donne devono perennemente giustificare la propria presenza, essere doppiamente preparate, serie, innovative. Non è un caso che le pellicole delle registe, italiane e non, si concentrino soprattutto fra i titoli delle categorie alternative in una piramide che si assottiglia sempre più si ascende alle vette della selezione ufficiale, ricalcando una dinamica ben nota anche in ambito universitario: da Orizzonti alla SIC, dalle Giornate degli Autori ai cortometraggi dove, complici i budget meno proibitivi, la presenza e la creatività femminile è invece altissima.

Caterina Bertini ha presentato insieme a Blu Diego Fasoli Dove le lacrime aspettano, insignito della Menzione Speciale dalla giuria; Noemi Arfuso ha mostrato l’opera E-I-E-O, con il quale ha vinto il premio Miglior Cortometraggio – Frame by Frame.
E ancora Anais Landriscina e Chiara Toffoletto con Granchità; Puca di Sara Scalera e Revolver della regista napoletana Paoli De Luca, premiata con il riconoscimento di Miglior Regia.
Per rendere omaggio alla vitalità creativa di queste registe desidero soffermarmi su altri due cortometraggi in concorso che riflettono sull’eredità e sul ruolo delle donne, senza cadere nella abusata categoria di film di genere: Se mai le cose di Giulia Cosentino che ha vinto il Premio al Miglior Contributo Tecnico – Advista, Premio del Centro Nazionale del Cortometraggio e il Fedic Award e Gusci di Elisa Chiari e Francesca Trovato. Cosentino parte dall’esperienza del trasloco per analizzare la trasmissione generazionale e relazionale di valori, gesti, tare e oggetti. Chiari e Trovato invece ragionano sulla sopravvivenza di modi di vita, sguardi e superstizioni nelle zone rurali del nostro paese. Racconto qui dei loro corti sperando di poter un giorno scrivere dei loro lungometraggi. Patriarcato permettendo.
Se mai le cose
Nel latino barbaro e medievale, i termini conredum / conredium indicavano la provvigione necessaria al mantenimento di qualcuno, oppure l’apprestamento e la dotazione di attrezzi e cibarie.
Nel tempo si è trasformato nell’insieme di biancheria ed abiti che le spose portavano in dote quando prendevano marito, ma anche un raggruppamento di oggetti e suppellettili preparatori ad un’attività specifica.
Giulia Cosentino con il suo Se mai le cose si domanda se esista anche un corredo del lasciarsi.

La regista siciliana con il corto presentato in anteprima il 10 settembre, porta sullo schermo la fine di una relazione e l’inizio di una nuova esistenza che non può fare a meno di confrontarsi con gli amati detriti della storia appena conclusa. Così una brocca di porcellana frutto di una delicata contrattazione, una coperta macramè, un poster e molti libri acquistano la parola e fanno riemergere con ironia tasselli di un passato che deve essere superato, conservato e in parte abbandonato, quasi a ricordarci che a volte abbandonare è un atto d’amore per se stessi, altre è una rinuncia ma purtroppo non è dato mai sapere con certezza a quale forma si avvicini maggiormente la nostra scelta.
La regista Giulia Cosentino ha affermato: “Non mi interessa mettere in scena lo scontro tra un uomo e una donna, ma piuttosto esplorare una crisi generazionale più sottile. Il modello del successo individuale, tanto liberatorio per la mia generazione, non è esso stesso diventato un nuovo ruolo imposto, non meno vincolante di quelli del passato?“
Mettendo in risonanza la sua storia personale (la nonna vendeva corredi porta a porta) con materiali d’archivio, filmini casalinghi, istantanee delle relazioni altrui, la regista sembra domandarsi come tessere quel, almeno in Italia, apparentemente impossibile equilibrio tra indipendenza e desiderio di esplorazione, volontà di amare o dare vita ad una famiglia e seguire le proprie inclinazioni anche quando questo significa separarsi, partire, fare un percorso inverso a quello che gli altri o noi stesse avevamo immaginato per noi.
Tra incomprensioni ed emotività diacrone Rachele, nel corso di una giornata, svuoterà dei suoi oggetti l’appartamento di Paolo in cui hanno vissuto insieme, senza risentimenti o amarezze ma con la consapevolezza che gli oggetti ci parlano, si parlano e forse alcuni dialoghi tra di essi devono continuare a svolgersi anche quando i loro proprietari smetteranno di maneggiarli.

La luce attraversa le stanze disegnate completamente ex novo dalle scenografe con oggetti provenienti da molte case e altrettanti traslochi, quasi a significare che forse è vero che le nonne non ricamano più le nostre iniziali sulle lenzuola, che il nucleo famiglia ha effettivamente allentato le sue maglie ma anche che esistono nuovi modi di esistere, nuove famiglie che, come mostra l’abbraccio tra le due amiche in due fasi delle vita apparentemente opposte, può essere altrettanto rassicurante seppur meno costrittivo.
Le due ragazze si confrontano e si interrogano, sulle labbra la costante domanda che assilla i nostri trent’anni: siamo davvero libere di scegliere? E anche quando abbiamo scelto, chi ci garantirà che sia stata la scelta giusta? Esiste un modo di essere libere senza necessariamente affermare la propria individualità?
Nessuno, ovviamente ci insegnerà a districarci da questa eredità sociale e patriarcale: la casa, il matrimonio, la cura, il ruolo femminile ma alcune pratiche attraversano le generazioni e, anche nel distacco, ci ricordano che potremo sempre rimboccare le coperte a qualcuno, senza aspettarci che qualcuno lo faccia per noi. Questo semplice gesto fa parte di noi, è amore e l’amore resta anche quando è finito.

Gusci
Anche Gusci, il corto di due giovani registe ventinovenni, si interfaccia con il concetto di tradizione, di eredità e del loro insostenibile leggerissimo peso. A partire da una superstizione, scovata dopo anni di ricerche sulla magia popolare, che lega la benedizione di dodici uova alla buona sorte e un tempo soleggiato nel giorno delle nozze, Chiari e Trovato, vincitrici nel 2023 del Premio Solinas Documentario, con cupa delicatezza e malinconica ironia ci mostrano due sorelle che sanno rapportarsi solo da estranee. Due donne, due sorelle, una canta, l’altra no per dirla con Agnès Varda, in uno scontro tra mondi solo apparentemente inconciliabili: la campagna e la città, la conservazione della tradizione e la sua rottura si incarnano nei volti di queste due figure femminili tratteggiate con grazia e le loro contraddizioni si srotolano in un cammino immerso nella luce che non lascerà nulla come prima.

L’immagine del guscio è un’immagine parlante, membrana protettiva e fragile al contempo, simbolo di un legame sempre in bilico tra distanza e prossimità. Forse solo un rito arcaico, di un’eredità apparentemente rigettata, saprà fare il miracolo e schiudere la strada ad un possibile dialogo tra le due donne.
La vera superstizione, il malocchio che percepiamo nel corso del cortometraggio è lo sguardo della famiglia, della comunità e delle aspettative che le donne scontano sulla loro pelle, fortunatamente più coriacea di un guscio, ma sottoposta a tensioni alle quali non è sempre facile reagire senza tentare di recidere irrimediabilmente le proprie radici.

Come ricordano le registe in un’intervista al Manifesto dei primi di settembre non è ovviamente un caso che le differenti opportunità di produzione tra registe e registi riflettano la disuguaglianza che persiste nella società. Quante delle molte e bravissime registe presenti alla Sic@Sic di quest’anno riusciranno a fare il salto e produrre un lungometraggio? L’esordio per le artiste donne è spesso una fase perpetua, una costante battaglia per un accesso paritario ai finanziamenti.
Molte si sono autofinanziate e sono grata di poter parlare di alcune di loro in questo articolo.
La psicologa britannica Juliet Mitchell titolava un suo libro del 1966 Women: the longest revolution e ogni giorno mi rammento di quanto questa lotta, il cui accesso paritario ai finanziamenti è solo una piccolissima parte, sia partita da lontano e debba ancora andare molto lontano. Tuttavia, meno registe donne, scrittrici, artiste, significa meno sguardi femminili sul mondo. Non c’è rivoluzione senza immaginario e un mondo di soli registi, woke o non woke, sarebbe un mondo più misero e spoglio. Capire come impedire che questo accada è un lungo processo.
L’attivista statunitense Ann Snitow nel saggio A Gender Diary racconta di aver assistito a una discussione tra due femministe negli anni Sessanta che ho sempre trovato illuminante. Una femminista ad un’assemblea interrogava polemicamente le compagne chiedendosi “Perché mai una dovrebbe essere femminista, se le piace essere una donna?” Al che un’altra femminista le ribatteva, sconvolta: “Ma come è possibile che una sia femminista se non le piace essere una donna?”
Credo che questa tensione non si sia esaurita e che forse mai si esaurirà ma sono persuasa anche che queste nuove giovani registe siano molto felici di essere delle donne. E io con loro.
