Dentro il report del CoRDA sulle collaborazioni tra l’Università di Padova e Israele
di Livia Pinzoni
Nel pieno di una fase storica segnata da sempre più guerre, riarmo, violenza coloniale e genocidio, l’università continua spesso a essere raccontata come uno spazio neutrale, separato dai conflitti del presente. Ma le guerre non si combattono solo sul terreno militare: si preparano nei laboratori, si finanziano nella ricerca, si consolidano nei partenariati tra università, industria e istituzioni, in quello che sia la ministra Bernini che il ministro Crosetto hanno definito come un ecosistema integrato in cui Industria, Università, Centri di ricerca e Difesa lavorino in sinergia.
È da qui che prende avvio il report del Coordinamento Ricercatorə, Dottorandə e Assegnistə dell’Università di Padova (CoRDA), dedicato alle collaborazioni tra l’ateneo patavino e istituzioni israeliane a vario titolo coinvolte nel genocidio in Palestina (trovate il report completo qui). Un lavoro di inchiesta che mette a fuoco non solo l’esistenza di questi rapporti, ma il loro significato politico. Alla base c’è una domanda semplice e scomoda: quanto è davvero “neutrale e libera” la ricerca?
Il report si colloca all’interno di due anni di mobilitazioni e parte da una presa di posizione netta: intendere l’università come istituzione attraversata da rapporti di potere, interessi economici e scelte politiche. Ricostruire questi rapporti significa allora interrogare non solo i singoli accordi tra atenei e istituzioni coinvolte, ma il modello di produzione del sapere che li rende possibili.
1. Perché questo report
Perché era necessario produrre questo report? Cosa mancava nel dibattito pubblico e accademico?
Il report nasce all’interno di un vuoto politico preciso. Negli ultimi due anni, a Padova come in molti altri atenei italiani, le mobilitazioni studentesche e accademiche hanno chiesto con continuità l’interruzione delle collaborazioni con istituzioni coinvolte nel genocidio. Richieste che, pur raccogliendo migliaia di adesioni, tra studentə, docenti e personale tecnico-amministrativo, non hanno prodotto un reale cambio di rotta.
Le prime risposte dell’ateneo patavino si sono mosse in direzione opposta: le proteste sono state delegittimate e ricondotte a una dimensione di conflitto interno da contenere. Solo in un secondo momento, anche sotto la pressione delle mobilitazioni, il Senato Accademico ha approvato una mozione che impegnava l’università a non rinnovare alcuni accordi con istituzioni israeliane coinvolte in violazioni del diritto internazionale, e a non istituirne di nuovi.
Una posizione che, tuttavia, lascia aperte diverse criticità: gli accordi già attivi non vengono interrotti, le collaborazioni con aziende coinvolte nel sistema militare-industriale restano fuori dal perimetro della discussione e non vengono definiti criteri chiari per le future relazioni.
In questo quadro si inserisce il richiamo all’articolo 15 del Codice di Integrità della Ricerca, che affida ai singoli ricercatori, spesso in condizioni di precarietà e ricattabilità, la decisione su quali collaborazioni accettare o rifiutare. Una scelta che, di fatto, consente all’università di sottrarsi a una presa di posizione complessiva e di scaricare qualsiasi tipo di responsabilità di carattere etico.
È proprio da questa assenza che prende forma il report: non come semplice raccolta di dati, ma come tentativo di colmare un vuoto lasciato dall’istituzione, ricostruendo in modo autonomo una rete di rapporti che l’università ha consapevolmente scelto di non mettere in discussione.
2. Ricerca e guerra
In che modo oggi la ricerca scientifica è parte della macchina bellica? Cosa significa parlare di tecnologie “dual use”?
Uno degli elementi centrali del report è il legame sempre più stretto tra università e complesso militare-industriale. Non si tratta solo dello sviluppo diretto di tecnologie, ma di un intreccio più ampio fatto di finanziamenti, progetti condivisi e collaborazioni internazionali.
In questo contesto, la distinzione tra ricerca civile e militare si fa sempre più sfumata. Sempre più spesso le tecnologie vengono sviluppate in una logica “dual use”: nascono per applicazioni civili, ma sono progettate in modo tale da poter essere utilizzate anche in ambito militare, di sorveglianza o di controllo. Dall’intelligenza artificiale ai sistemi di comunicazione, fino al calcolo quantistico, il confine tra innovazione e uso bellico non è più un’eccezione, ma una caratteristica strutturale.
Negli ultimi anni, questa ambiguità è stata progressivamente normalizzata anche a livello europeo. Programmi di finanziamento come Horizon Europe includono in modo sempre più esplicito ambiti legati alla sicurezza e alla difesa, promuovendo collaborazioni tra università, industria e istituzioni. In questo quadro, la separazione tra ricerca civile e militare, un tempo rivendicata come principio, viene ridefinita come un limite da superare.
Le collaborazioni accademiche si inseriscono dentro questo sistema e ne costituiscono l’infrastruttura. Accordi quadro tra università, progetti finanziati con fondi europei e internazionali, programmi di mobilità e scambio: strumenti diversi che, nel tempo, consolidano relazioni stabili tra istituzioni e rendono queste connessioni parte integrante del funzionamento della ricerca.
Quello che emerge è, appunto, un ecosistema integrato, in cui produzione scientifica, interessi industriali e decisioni politiche non operano su piani separati, ma si rafforzano a vicenda.
3. Produzione ideologica
Non si tratta solo di tecnologia: qual è il ruolo dell’accademia nella legittimazione politica della guerra? Come si costruisce una narrazione “scientifica” che giustifica occupazione e violenza?
Il report mette in evidenza un punto cruciale: l’accademia non si limita a sviluppare strumenti o tecnologie, ma contribuisce attivamente a costruire le giustificazioni teoriche e culturali che rendono accettabili pratiche di occupazione, apartheid e genocidio.
Questo ruolo non riguarda soltanto le discipline più direttamente legate alla dimensione militare. Anche ambiti apparentemente lontani partecipano alla produzione di strumenti che legittimano il controllo territoriale, l’espropriazione e la negazione sistematica dei diritti delle popolazioni palestinesi.
Le scienze ambientali, ad esempio, possono essere impiegate nella gestione delle risorse naturali in contesti di occupazione, ridefinendo l’uso del territorio e l’accesso all’acqua in modo da escludere le popolazioni locali e giustificare processi di espropriazione. Gli studi archeologici contribuiscono a costruire narrazioni storiche che rafforzano le rivendicazioni territoriali sioniste, cancellando la presenza e la continuità delle popolazioni palestinesi.
Allo stesso modo, il diritto e le scienze politiche elaborano categorie e dottrine che rendono accettabile la violazione del diritto internazionale, ridefinendo chi può essere considerato civile, quali vite sono sacrificabili e quale livello di distruzione sia ritenuto “proporzionato”. In questo modo, anche il genocidio viene progressivamente inscritto dentro un quadro di razionalità politica e giuridica.
In questo senso, la produzione accademica non è un semplice supporto tecnico, ma una componente attiva nei processi che rendono possibile e legittimo il dominio coloniale.
4. Il caso di Padova
Cosa emerge sugli accordi tra Università di Padova e istituzioni israeliane? Quanto è difficile ricostruire queste collaborazioni?
Il lavoro del CoRDA restituisce un quadro molto più esteso di quanto emerga nel dibattito pubblico: centinaia di collaborazioni scientifiche tra l’Università di Padova e istituzioni israeliane, spesso invisibili al di fuori dei circuiti accademici. Solo l’analisi delle pubblicazioni indicizzate mostra oltre 200 articoli in co-autoria, distribuiti tra numerosi enti di ricerca e università.
Le collaborazioni coinvolgono un ampio spettro di istituzioni: dalla Tel Aviv University, con decine di pubblicazioni condivise, fino a centri di ricerca, università e strutture sanitarie israeliane. Una rete che attraversa diversi ambiti disciplinari e dipartimenti, indicando una relazione stabile e consolidata, non episodica.
Accanto al livello accademico, emerge però un secondo livello altrettanto rilevante: quello delle collaborazioni con enti finanziatori, aziende e istituzioni coinvolte nella ricerca e nello sviluppo tecnologico. Il report mostra come queste relazioni non si limitino allo scambio tra università, ma si inseriscano in reti più ampie che comprendono attori industriali e strategici, spesso legati al settore della sicurezza, della difesa e delle infrastrutture.
Ricostruire questo sistema, però, non è stato immediato. Il lavoro di inchiesta si è basato su una combinazione di strumenti: richieste formali di accesso agli atti, analisi delle pubblicazioni scientifiche attraverso database come Scopus e ricerche mirate su progetti e finanziamenti. Un processo lungo e frammentato, reso necessario anche dalla difficoltà di reperire dati completi e di pubblico accesso.
Se il report non pretende di essere esaustivo, proprio per i limiti nell’accesso ai dati, restituisce però un elemento difficilmente contestabile: non sono i singoli accordi a essere rilevanti, ma la loro sistematicità. È questa continuità, distribuita tra università, aziende e istituzioni, a configurare una relazione strutturale che va ben oltre la cooperazione accademica.
5. Boicottaggio accademico
Perché proporre il boicottaggio accademico? Quali sono le principali critiche che questa pratica riceve e come rispondere?
Il boicottaggio viene presentato come uno strumento politico, storicamente utilizzato in diversi movimenti di liberazione. Nel caso accademico, non si tratta di colpire singoli individui, ma di interrompere relazioni istituzionali che contribuiscono a normalizzare e sostenere un sistema di oppressione.
All’interno del report, il boicottaggio accademico viene collocato in una tradizione politica più ampia, come strumento di pressione utilizzato in contesti di violazione sistematica dei diritti umani. Nel caso palestinese, questa strategia è stata formalizzata già nel 2005 con l’appello della società civile per il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) .
Il punto centrale è che il boicottaggio non si rivolge alle persone in quanto tali, ma alle istituzioni. Le università vengono considerate non come semplici luoghi di produzione del sapere, ma come attori collettivi dotati di potere politico, economico e simbolico. È questo livello istituzionale che il boicottaggio intende colpire, interrompendo relazioni che contribuiscono a normalizzare e legittimare l’operato di uno Stato accusato di violazioni sistematiche del diritto internazionale.
Le principali critiche a questa pratica si concentrano sulla difesa della cosiddetta “libertà accademica”: il boicottaggio verrebbe visto come una forma di censura o di limitazione dello scambio scientifico. Il report ribalta molto chiaramente questa impostazione, sostenendo che la libertà accademica non può essere ridotta alla semplice possibilità di collaborare senza vincoli. Al contrario, quando le collaborazioni si inseriscono in contesti di violazione sistematica dei diritti umani, continuare a considerarle neutre significa accettare implicitamente le condizioni politiche in cui avvengono.
In questo senso, il boicottaggio non viene presentato come un fine, ma come uno strumento per riaprire uno spazio politico dentro e contro l’accademia. Uno spazio che parte da una presa di posizione più radicale: il sapere prodotto dall’accademia non è, e non è mai stato, neutrale. L’università si configura storicamente come uno spazio attraversato da disuguaglianze di genere, razza e classe, e la ricerca si sviluppa sempre all’interno di queste asimmetrie di potere. Le mobilitazioni recenti del precariato accademico hanno contribuito a riportare al centro questa dimensione, mostrando come l’idea di una ricerca neutrale finisca per depoliticizzare il ruolo dell’università e le sue dinamiche interne. Da qui la necessità di ridefinire anche il concetto stesso di libertà accademica: non come difesa di uno spazio neutro o di privilegi esistenti, ma come pratica orientata a sostenere il carattere emancipatorio del sapere.
6. Prospettiva e chiusura
Cosa dovrebbe cambiare concretamente? Qual è il prossimo passo dopo questo report?
Il report non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un lavoro più ampio. Un primo nodo riguarda gli strumenti a disposizione dell’università. Oggi l’Università di Padova non dispone di meccanismi efficaci per evitare collaborazioni con istituzioni e aziende attive in contesti di guerra e violazione dei diritti umani. Le linee guida recentemente adottate risultano insufficienti: la valutazione del rischio etico viene di fatto demandata agli stessi dipartimenti che promuovono gli accordi, mentre il Senato Accademico si limita a ratificare decisioni già prese. In questo quadro, diventa fondamentale dotarsi di strumenti — sia istituzionali sia costruiti dal basso — che permettano di rifiutare collaborazioni legate alla guerra. A questo si aggiunge un problema più ampio: le politiche accademiche continuano a essere orientate da ranking internazionali che rafforzano gerarchie globali della conoscenza, contribuendo ad accentuare le disuguaglianze tra Nord e Sud globale.
Sul piano politico, il report è stato presentato in diversi contesti, sia all’interno dell’università (ad esempio in alcuni consigli di dipartimento, con l’obiettivo di promuovere l’adozione di linee guida autonome) sia in iniziative pubbliche. Si tratta di un processo ancora lento e dai risultati limitati, ma che indica una possibile direzione. Allo stesso tempo, queste presentazioni hanno mostrato una forte attenzione e partecipazione pubblica, segnalando come il ruolo dell’università nel contesto internazionale sia sempre più oggetto di discussione e critica.
Parallelamente, è stato avviato un lavoro preliminare di mappatura delle collaborazioni tra università, aziende e apparati militari. Si tratta di un processo complesso, che richiede tempo e risorse, ma che già evidenzia un intreccio fitto e continuativo: grandi aziende come Leonardo e Thales, ma anche realtà più piccole, come ad esempio Officina Stellare, sono coinvolte in rapporti strutturati con il mondo accademico attraverso brevetti, spin-off, tirocini, dottorati in partnership e attività di ricerca congiunta. A questo si aggiunge la circolazione di personale tra università e industria, che contribuisce a rafforzare ulteriormente queste connessioni.
Infine, il lavoro del CoRDA si sta muovendo anche nella costruzione di una rete più ampia, sostenendo gruppi di ricercatori e ricercatrici in altri atenei che stanno avviando percorsi simili di mappatura. L’obiettivo è quello di rendere queste esperienze comunicanti, favorendo la condivisione di strumenti, dati e pratiche, anche in vista di possibili iniziative collettive, politiche e legali.
In questo contesto, la prospettiva di un cambiamento istituzionale appare oggi limitata. Il contesto internazionale va in una direzione opposta, ma questo non esaurisce lo spazio di intervento né interrompe le pratiche di mobilitazione e inchiesta che continuano a svilupparsi dentro e fuori l’università.
Nei prossimi articoli analizzeremo alcuni casi specifici che mostrano in modo concreto come queste collaborazioni si traducano in pratiche reali. Dal progetto sul quantum computing, promosso come eccellenza tecnologica, fino a iniziative come REST-COAST, dove anche la tutela della biodiversità può diventare strumento di controllo territoriale. Casi diversi, ma un filo comune: il contributo della produzione di conoscenza al funzionamento di sistemi di occupazione, apartheid e genocidio.
