di Stefania Giroletti e Filippo Gobbo
Le cucine economiche popolari sono un servizio presente nella città di Padova dal 1882. Come redazione di Seize the Time abbiamo deciso di intervistare la referente, Suor Albina, perché interessati a conoscere e far conoscere un luogo della nostra città che spesso passa inosservato, quando non viene deliberatamente ignorato. In via Tommaseo, nel pieno della zona rossa, sopravvive un fondamentale spazio di accoglienza. Ci era giunta voce che, ultimamente, molti studenti internazionali avessero iniziato a frequentare la mensa popolare a causa della mancata erogazione della borsa di studio promessa dall’Università degli studi di Padova o per via dei prezzi esosi degli appartamenti. Il tema intercettava un nostro campo di indagine, quindi ci siamo mossi per approfondirlo. Abbiamo fatto due chiacchiere con la direttrice delle cucine e poi abbiamo fatto servizio mensa in qualità di volontari. Siamo stati in parte smentiti a proposito della rilevanza dei numeri di studenti e studentesse che frequentano le cucine (una decina); ma l’esperienza che abbiamo fatto è stata umanamente notevole e abbiamo voluto riportarla in un piccolo reportage, in cui le nostre due voci di redattori si intrecciano alle parole dell’intervista di Suor Albina.
Per descrivere la filosofia delle cucine popolari, Suor Albina, consegnandoci un segnalibro, ricorre alle parole di Simone Weil: «C’è nell’intimo di ogni essere umano, dalla prima infanzia sino alla tomba e nonostante tutta l’esperienza dei crimini commessi, sofferti e osservati, qualcosa che si aspetta invincibilmente che gli si faccia del bene e non del male. È questo, prima di tutto che è sacro in ogni essere umano».
“Questo è quello che cerchiamo di fare anche qui a Padova: ricordarci che ogni persona che entra si aspetta di ricevere del bene. Cerchiamo di accogliere ogni persona come persona, al di là che sia ubriaca o fatta, con l’attenzione di cogliere in ciascuno i piccoli segnali che mostrino la volontà di uscire dalla propria personale situazione. Il nostro obiettivo non è trattenerli. A noi piacerebbe che questa realtà fosse una realtà che faccia da ponte tra una situazione di vulnerabilità e una situazione dove uno possa gradualmente riprendere in mano la propria vita. Con alcuni ci riusciamo, con altri meno; ci sono delle persone che vanno semplicemente accolte così come sono, ma non bisogna mai dire mai, perché nella vita ognuno di noi può cambiare: magari incontriamo la persona giusta, magari qualcosa scatta dentro. Noi dobbiamo essere pronti ad accogliere i piccoli segnali”.

La prima cosa è l’odore: acre. Ho sempre avuto un rapporto forte con gli odori: ricordo il nome dei profumi che vendeva mia nonna nel suo negozio-edicola di paese e li riconosco, a distanza di anni, quando li sento sulle persone. L’odore è volatile, ma se ti resta addosso significa che c’è stato un contatto. L’odore del mio bambino lo sento a lavoro, a distanza di ore. L’odore delle mie classi mi segue a casa, per ore. Ora sento di essere in un posto che non conosco, che non ho mai veramente attraversato prima. I poveri puzzano. Suor Albina non usa mezze parole, è schietta e questo mi spiazza e mi piace. Misuriamo ogni parola, spesso finendo per perdere la realtà nelle perifrasi della correttezza formale. Invece Suor Albina arriva dritta al punto: non fingere di non essere dove ti trovi. Inizia dall’olfatto a fare spazio a una realtà che forse hai visto ai margini della tua città, ma con cui probabilmente non sei stata mai a contatto.
“Tutte le persone che entrano sono registrate. Ci teniamo a dire che non sono schedate perché non siamo la questura, ma questo ci permette di avere un primo approccio con la persona. Facciamo 100 tesserini nuovi al mese, ma ci sono persone che vengono una volta e poi non vengono più. Facciamo il primo colloquio basico basico, che vuol dire nome cognome, si fa la foto e poi se uno continua a venire per 15 giorni, facciamo un secondo colloquio. Le informazioni a noi servono per conoscere la persona e aiutarla. Ci sono 16 persone dipendenti tra la cucina, l’amministrazione, la gestione di vari servizi e un gruppo di 200 volontari. C’è inoltre una comunità di suore: noi abitiamo qua in questa struttura.
Se uno ha bisogno di un servizio, noi offriamo la mensa, che è quello più grande, ma poi abbiamo un servizio sanitario, abbiamo le docce, abbiamo la distribuzione di vestiti. Se uno ha bisogno di uno di questi servizi viene fatta la registrazione e quindi quando uno entra dà il tesserino e viene aperta la porta. Questo ci permette di tenere sotto controllo la situazione. Normalmente non succede nulla, però ci possono essere momenti di tensione. Loro sanno che ci sono regole molto semplici di rispetto delle persone e dell’ambiente: non portare dentro alcool, non portare droga… se uno non rispetta una di queste regole sa che c’è una conseguenza: un giorno o una settimana di sospensione del servizio. Questo permette che all’interno il clima sia tranquillo, perché noi dobbiamo essere attenti sicuramente al singolo ma anche al gruppo”.
Io sono comunista, penso di conoscere la grammatica delle storture del sistema economico e sociale in cui viviamo. So che il capitalismo produce lo scarto, materiale e umano. Ho studiato letteratura, ho letto i romanzi di Zola, di Hugo, di Celine, di Siti. So quindi che i poveri esistono e che la povertà brutalizza. Nell’indigenza soffoca la fiamma rivoluzionaria. Quello che vedo qui è sottoproletariato. E lo vedo negli occhi.

A fare servizio in sala siamo in quattro: io, Hien1, una studentessa vietnamita che frequenta una magistrale di economia a Padova, Alberto, in pensione dopo una vita passata a fare il ragioniere, e Martino, un dottore anche lui in pensione che, ogni venerdì, parte da Sottomarina per farsi le sue tre ore di servizio in mensa, oltre che per aiutare con il servizio sanitario. Il lavoro in sala è semplice: versare un po’ di sale sui vassoi, aceto sopra i piatti, rifornire i bicchieri di acqua quando richiesto (oggi c’è anche il tè), consegnare un pezzo di pane, pulire i tavoli quando una persona si alza per andarsene e ricevere i vassoi con i piatti finiti e inserirli all’interno di un carrello.
Arrivano le prime persone. Un uomo sulla cinquantina d’anni, probabilmente di origine marocchina, mi si avvicina con un vassoio. «Un po’ di sale, grazie». È il primo gesto che devo compiere: versarne un po’ con un cucchiaino ai margini del vassoio di chi entra nella sala da pranzo della mensa. Direttamente sul vassoio. Il sale poggiato sul vassoio nudo provoca in me un senso di disagio, come se la quotidianità un po’ sacrale del pasto venisse profanata da quei granelli sparpagliati al margine. È un particolare stupido, ma è sufficiente a rendere i miei primi gesti da volontario un po’ impacciati (qual è il posto ideale dove versare questo sale? Vicino al tovagliolo? Accanto al pane o al bicchiere?). Nel corso del servizio, molte persone mi sorrideranno comprensive, mentre alcune saranno un po’ infastidite dalla zona del vassoio in cui ho scelto di versare il sale (col senno di poi, giustamente). Alcuni ne chiederanno di più, altri un po’ di meno.

“Le persone che vengono qua hanno il diritto di avere un pasto al giorno gratis, se sono forniti di un buono della Caritas o dell’associazione Pane dei poveri. Oppure noi chiediamo un contributo. Per noi è un aspetto educativo, e significa che ti considero una persona adulta e quindi ti chiedo qualcosa. Quindi chiediamo 50 centesimi per il primo (con il primo c’è anche un po’ di verdura cruda, la scatola di tonno o l’uovo; puoi avere la frutta, il dolce). Oppure 2 euro per il pasto completo”.
Devo preparare e consegnare i vassoi alle persone che mi presentano uno scontrino: un pasto gratuito o pochi centesimi per un piatto caldo al riparo della pioggia che oggi cade insistente. Ho ancora i piedi bagnati, ma chi ho davanti è grondante. Sono dietro un plexiglas, come me anche gli altri inservienti: la cucina è sterile, anche i capelli vanno messi nella cuffietta bianca e le mani lavate bene. Il cibo è buono, profuma, avvolge nel vapore. Bisogna elencare i piatti del menù: i primi, i secondi i contorni. Cosa vuoi? Mi viene fatto notare che è meglio che io dia del “lei”: è giusto. C’è tanto da decostruire, fra un “tu” e un “lei”. Il contatto è anche il rispetto di una distanza: d’età, ad esempio. Sono tutte adulte le persone che vedo. Bisogna un po’ urlare perché nello spazio chiuso le voci rimbombano e il plexiglas non aiuta.
Una donna di origini africane mi porge il suo bicchiere e mi chiede di versarle un po’ di acqua e aceto. Convinto di aver capito male, le chiedo se ne è sicura e con un’occhiata rapida mi rivolgo ad Alberto per capire che fare, dato anche che la donna è in uno stato di alterazione evidente. Alberto mi fa un cenno di assenso. Alcuni minuti dopo, mi spiegherà che l’aceto mescolato all’acqua ricorda a molti il vino (ammetto che la spiegazione non mi convince particolarmente tutt’ora). La donna non è l’unica. Nella prima mezz’ora, mi abituerò molto velocemente a versare abbondanti dosi di aceto non solo sull’acqua o sull’insalata, ma anche sui secondi o su un piatto di pasta. Non mi faccio troppe domande e inizio a versare, ignaro se sia un’abitudine culinaria di certe regioni, un modo per ricordarsi del vino (come mi ha detto Alberto) oppure una strategia poco efficace per superare un test antidroga.
La sala nella prima mezz’ora si riempie. Tra quelli arrivati, alcuni mangiano in silenzio guardando il cellulare, altri ancora sono di compagnia e scherzano con persone vicine o con noi volontari (uno, appena mi avvicino con la bottiglia di tè, mi grida ironico: «Dai versami un po’ di quel vino»). Altri ancora si alzano irritati verso i volontari per lamentarsi di qualche disservizio. Altri, infine, si guardano in cagnesco, segnali latenti di conflitti che scoppieranno in qualche laterale tra via Tommaseo e corso del Popolo. Tutti però seguono le tre regole fondamentali date da Suor Albina: divieto di portare all’interno alcol o droga, rispetto dell’ambiente, rispetto delle altre persone. La maggior parte, quando esce, porge il vassoio finito, ringrazia i volontari, sorride, chiede uno o due tozzi di pane e alcune tovagliette e poi se ne va. Per altri ancora, si percepisce l’orgoglio e la necessità di mantenere intatta la propria dignità. Ecco che, a un volontario, pronto a prendere il vassoio per riporlo nel carrello, rispondono con un secco «Faccio io» e se ne vanno senza salutare.
“Gestisco le cucine popolari da 8 anni e mezzo. Quello che abbiamo modificato nel tempo è stato l’immaginario nei confronti di questa realtà: prima era vista certamente come un luogo di aiuto, ma soprattutto come un luogo di degrado, un luogo da evitare. Poi negli anni abbiamo fatto tutto un lavoro per fare entrare le persone, affinché vedessero cosa sono realmente le cucine. C’è stata anche la volta dei politici. Quando c’era il Covid, questo era considerato un luogo di contagio; li abbiamo invitati a venire a vedere. E quindi hanno visto, perché noi siamo rimasti aperti sempre, durante il Covid, dato che il nostro era considerato un servizio essenziale. Se noi in quel momento avessimo assunto un atteggiamento di difesa, avremmo incentivato la diceria; mentre il fatto di aprire le porte e di mostrare che non avevamo niente da nascondere, ha aiutato a superare il pregiudizio”.
Sorrido, mi viene spontaneo, le rughe attorno alla bocca lo dimostrano, e ne ricevo alcuni, di sorrisi; altri no. Alcuni chiedono un po’ di più, alcuni si lamentano per le porzioni, per la cottura. Bisogna essere abbastanza intransigenti: dammi un uovo, dai; dammi un panino in più; no non posso. Uno ne ho dato, non so dire cosa sia più giusto. Il ritmo è abbastanza serrato, ma c’è tempo per fare due chiacchiere con i volontari: donne e uomini in egual misura, età variabile. Mi hanno raccontato che sono in servizio da anni e forse capisco cosa cerchino qui e non credo che sia tanto un dare, ma è evidentemente un ricevere. Forse l’amicizia speciale che deriva dalla cooperazione fra inservienti (quella che io cerco e trovo nel gruppo politico a cui appartengo); forse il contatto con gli altri in un mondo in cui la solitudine è dilagante e si espande con l’avanzare dell’età. Forse la consapevolezza che la tua città la conosci meglio, stando anche qui.
Mi soffermo sui volti e sui gesti di chi entra in mensa. Guardandoli, capisco che la povertà non ha un’unica espressione. C’è chi porta i segni di una vita passata all’addiaccio, con la pelle indurita dal freddo e gli occhi fissi nel vuoto, e chi invece indossa abiti puliti, forse gli ultimi rimasti da una vita precedente che è franata all’improvviso. Quando un signore anziano entra nella sala, Martino e Alberto si danno una gomitata, un cenno di intesa: «È arrivato l’agente immobiliare», sussurrano. Il signore si siede direttamente sul tavolo e mi ordina di mettere un po’ di sale sul suo vassoio. Io eseguo. Per circa venti minuti passerà il suo tempo a mangiare e stare al telefono, facendo finta di parlare con avvocati, con potenziali clienti, pronto a chiudere altri affari. Ora capisco perché lo chiamano l’agente immobiliare. È evidente come molti lo conoscano qui e come, soprattutto gli italiani, siano soliti prendersi gioco di lui. Uscendo dalla sala sempre con il telefono all’orecchio, alcuni gli urlano dietro «Vara che xè serà [guarda che il cellulare è spento]». Mentre lo vedo uscire, mi chiedo quali sforzi debba fare per mantenere in piedi quella recita quotidiana. Per convincere prima di tutto sé stesso di avere ancora un posto nel mondo, un’agenda fitta di impegni, un pezzo di vita che non sia andato completamente in frantumi. La finzione, a volte, è l’estrema linea di difesa di chi ha perso tutto ma si rifiuta di cedere l’onore delle armi.
Il servizio intanto inizia a rallentare. Il picco delle dodici e mezza è passato e i tavoli si svuotano a macchia di leopardo. Hien si muove tra le file con la sua grazia silenziosa, raccogliendo i vassoi abbandonati e scambiando timidi sorrisi con i ritardatari. Poco più in là, Martino si china verso un uomo di mezza età con una tosse profonda e persistente; gli parla a bassa voce, con il tono rassicurante del medico di campagna, ricordandogli che l’ambulatorio delle Cucine sarà aperto di lì a poco. Alberto, invece, ha già iniziato a recuperare le brocche vuote, muovendosi tra i tavoli con la precisione metodica del ragioniere che fa quadrare i conti della sala. Il turno è finito.
“Si può entrare come volontari, abbiamo attivato percorsi con le scuole e con le università (Alternanza scuola lavoro; formazione per insegnanti; tirocini), accogliamo anche il volontariato attivo d’impresa. Abbiamo introdotto il progetto “mangiamo insieme?”, cioè le persone possono venire, chiediamo un’offerta di 12 euro, perché a noi il pasto costa 6 euro e quindi è come lasciare il pranzo sospeso, e si mangia qui, a contatto con gli ospiti abituali. L’obiettivo è quello di far percepire il clima che si respira qui dentro. E di dare un volto alle persone che frequentano le cucine, perché queste persone abitano questa città. Io posso anche far finta di niente, ma loro continueranno ad abitare questa città. Facciamo infine anche dei laboratori alle scuole elementari per ragionare sullo scarto. Faccio un esempio: arriviamo a marzo con un panettone e nessuno vorrebbe mangiarlo; ma tagliato in un certo modo e riempito di marmellata diventa nuovamente desiderabile. Come il cibo, così le persone: per rigenerarsi si ha bisogno dell’alimento amico, perché nessuno si rigenera da solo. Il laboratorio è un pretesto per parlare ai bambini delle cucine, facendoli familiarizzare con una cultura di accoglienza. Desideriamo che certi temi si propaghino fuori dall’ambiente in cui ci troviamo ad operare.
Noi lavoriamo in sintesi su due piani: uno è la risposta ai bisogni delle persone vulnerabili; l’altro è modificare l’immaginario delle persone su questo luogo e su chi lo abita. Non ci sono santi, ma così è fatta l’umanità. Ridiamo complessità e quindi spessore umano a chi di solito tendiamo a marginalizzare o invisibilizzare”.
Sono dovuta scappare per andare a lavoro. Ho salutato Filippo che intanto si era seduto a mangiare con gli altri volontari e l’ho visto raggiante. Mi sono portata via l’odore e ho sentito di avere ricevuto qualcosa anche io: Padova ha un posto in più e delle persone in più. In alcuni occhi ho visto la dignità che resiste. In altri ho visto la sopraffazione. Politicamente non ho una risposta e non mi appartiene la risposta religiosa. Ma mi ha convinto il concetto di dignità come relazione: ridare la relazione per ridare la dimensione dell’umanità a chi può averla perduta sotto i colpi di un sistema sociale che produce lo scarto. Niente si scarta, nel piatto e nella vita.
Quando esco dalle Cucine Economiche Popolari, la pioggia continua. Cammino verso la stazione, incrociando gli sguardi dei passanti, degli studenti che corrono verso le biblioteche del Portello e dei pendolari che rientrano dal lavoro. Ripenso a quel pizzico di sale versato sul bordo del vassoio. Quello che all’inizio mi era sembrato un gesto impacciato, quasi una profanazione della sacralità del pasto, ora mi appare per quello che è veramente: il segno tangibile di una cura millimetrica. È l’adattamento flessibile alle piccole, disperate abitudini di chi non ha più nulla, se non il diritto di decidere dove mettere il proprio sale o quanta acqua e aceto bere. Da insegnante, passo le mie giornate a cercare le parole giuste per spiegare il mondo. Eppure, camminando verso casa, mi rendo conto che la lezione più importante della giornata l’ho imparata restando in silenzio, con un cucchiaino in mano, di fronte a un vassoio di plastica.
- Questo, come i nomi successivi, sono da considerarsi di fantasia. ↩︎
