di Filippo Grendene
Mimmo Cangiano ha curato un libro di saggi, Contro la scuola neoliberale, che negli scorsi mesi è stato presentato in lungo e in largo per l’Italia. Ha suscitato un ampio dibattito portando molte voci a schierarsi a favore e molti a posizionarsi contro: si inserisce infatti conflittualmente all’interno del dibattito sulla scuola, non evitando lo scontro a partire da un posizionamento da bastian contrario, o meglio da materialismo dialettico.
Nei vari contributi ci si occupa di penetrazione delle dottrine neoliberiste nella scuola (Lo Vetere), di istruzione professionale Polacco), valutazione e INVALSI (Latempa), riforme e formazione docente (Zinato), di PNRR (Bandini), e via così. Trattandosi di un libro di saggi di autori diversi, la lettura orientativa proposta da Cangiano non emerge con uguale forza in tutti i contributi ma, esplicitata nell’introduzione, orienta il lettore nei propri passi.
Tesi di fondo: si parte dalle mutazioni che caratterizzano la scuola degli ultimi trent’anni, a partire dall’autonomia, passando per la marginalizzazione del sapere disciplinare, per l’apertura al territorio e per il via libera alle richieste aziendali, fino alla concorrenzialità dell’offerta formativa e dunque degli Istituti scolastici, arrivando alla facilitazione del percorso formativo all’interno del processo di autovalutazione. Su questi cambiamenti si innesta, scrive Cangiano, una guerra culturale: la destra di governo “spiritualizza i processi capitalistici”, ammantando questi processi di mercificazione con parole quali identità, tradizione, disciplina. La “pedagogia democratica” invece “legge queste dinamiche strutturali come propedeutiche a una scuola che, lontana dalle secche disciplinari del gentilianesimo, miri alla formazione di un cittadino sanamente empatico e inclusivo”.
Cangiano non lo dice ma impiega strumenti de materialismo dialettico e con l’operazione vuole evidenziare come questo dibattito, sovrastrutturale, che ha caratterizzato gli utlimi decenni, abbia il grave difetto di lasciare esclusa la base economica che definisce la struttura formale e materiale della scuola. Ritorna qui un rovello sul quale chiunque si sia trovato a pensare politicamente alla scuola negli ultimi decenni si è imbattuto: è possibile pensare a una scuola che non sia specchio della società che l’ha prodotta, e che veicoli contenuti e valori altri e, magari, diametralmente opposti?
Con questa mossa il cauratore declina il ragionamento di Guerre culturali e neoliberismo, che abbiamo afforntato in questa intervista, applicandolo al campo della scuola. Le Guerre culturali di matrice statuinitense, pur avendo un’innegabile afflato progressista, nella lettura di Cangiano provocano un paradossale rovesciamento: incidendo solo sulla sovrastruttura culturale, non riescono a toccare le condizioni materiali che la struttura stessa producono. Non si è più in grado di distinguere le condizioni materiali che veicolano una determinata ideologia.
Un’operazione simile viene sviluppata in questo volume sulla scuola innescando, prevedibilmente, un’ampia discussione alle volte accesa, interna alla sinistra. Da una parte la necessità della critica dell’ideologia come fondamento non aggirabile del pensare altrimenti il presente; dall’altra la percezione che a scuola si fa didattica attiva a partire dai problemi che ogni giorno le classi ci pongono, non come adesione a una precisa ideologia.
La discussione ha avvio a partire da questi nodi.
