di Emanuele Zinato
Il documentario D’Istruzione Pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre, terzo atto di una trilogia dedicata all’impatto del neoliberalismo su ciò che resta dei beni comuni, avanza una diagnosi univoca e controcorrente sull’odierna situazione della scuola pubblica italiana: alla didattica della Costituzione, che mirava all’emancipazione culturale e civile degli studenti, si è passati alla didattica per competenze, la cui matrice economicistica e aziendale mira a ridurre il sapere a performance certificabile e a sostituire la profondità della conoscenza con l’efficienza dell’applicazione.
Il film si svolge su tre piani, intrecciati fra loro: 1)la vicenda di un anno scolastico nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, il cui preside Lorenzo Varaldo è stato promotore del Manifesto dei 500; 2) le sequenze animate a cura di Costantino Rover; 3) le brevi interviste a studiosi fra cui il belga Nico Hirtt, fondatore di APED (Appello per una scuola democratica), Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, Lucio Russo, l’autorevole fisico e storico della scienza da poco scomparso.
Il montaggio delle sequenze dei tre piani del film fornisce al pubblico sia l’immagine concreta dello scontro fra una scuola resistente e le ricette tecnopedagogiche dominanti che una sintetica storia del processo egemonico a cui è imputata la distruzione della scuola democratica: il nuovo paradigma ha origine negli anni Ottanta su spinta del mondo industriale anglosassone, e a inizio millennio, quando viene adottato su larga scala dall’’OCSE e dall’ Unione Europea come dispositivo educativo “raccomandato” a tutti i paesi membri. In Italia, la responsabilità maggiore nel dar credito e consenso a questa operazione è della sinistra liberal di specie blairiana che, liquidata la tradizione anticapitalista, dalla fine degli anni Novanta in poi (con Luigi Berlinguer e con l’autonomia scolastica) si è fatta portavoce della “modernizzazione”. Le “riforme” e le parole d’ordine della destra negli anni berlusconiani hanno semplicemente proseguito e volgarizzato l’aziendalismo soggiacente alle linee precedenti (le “tre i”, Impresa, Internet, Inglese su cui, secondo Berlusconi, doveva basarsi la “patente” che la scuola avrebbe fornito agli studenti).
Questa convergenza “bipartisan” è sintetizzata e semplificata nel film dagli inserti animati in cui le figurine di Berlinguer e Renzi, e quelle di Moratti, Gelmini e Berlusconi cavalcano con ilarità sardonica i missili nucleari diretti sul pianeta-scuola. Ci si può chiedere se l’immaginario da videogame anni Ottanta che questi inserti evocano sia sempre funzionale alla schiettezza dello smascheramento ideologico o se, viceversa, possa suscitare delle perplessità: specie quando, per irridere la boria dei pedagogisti e il loro strapotere rispetto alla scuola delle discipline, si riduce a una caricatura l’ Emilio di Rousseau. I mediocri pedagogisti o i tristi manager della politica attuale ben si prestano infatti ad essere ridotti a un meme, un grande filosofo del passato, per quanto abitato da un’idea educativa “romantica” e idealistica, certo no.
Comunque, l’impianto provocatorio e didascalico di D’Istruzione Pubblica – come attestano le sale piene delle prime presentazioni e il dibattito acceso che sta suscitando – è uno strumento in grado di gettare un sasso nello stagno degli stereotipi e dei luoghi comuni e di riaprire una vera discussione politica sulla scuola aziendalizzata: oggi infatti le roboanti fanfaronate repressive di Valditara e dei suoi fratelli ben convivono con la retorica tecnocratica dell’orientamento e delle competenze e con quella inclusiva della personalizzazione e della “centralità del discente”. Sostituita l’emergenza pandemica con quella bellica, appare chiaro come il neoliberismo, dominante per un trentennio, abbia privato la scuola, l’università e la cultura degli anticorpi politico-culturali capaci di reagire al ritorno dell’autoritarismo e del fascismo.
Si vedano a questo proposito due volumi usciti nelle stesse settimane del film: per quanto riguarda la dimensione scolastica Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti a cura di Mimmo Cangiano e, a proposito della più generale dimensione politico-economica, Libercomunismo. Scienza dell’utopia di Emiliano Brancaccio. Queste convergenze sono un segno dei tempi. Nel nostro presente – nel pieno della crisi della globalizzazione – ciò che resta della democrazia è sottoposto all’urto delle oligarchie economiche sempre più inclini alla guerra: urge dunque ricostruire un pensiero e una organizzazione anticapitalista, rimettendo in gioco la lotta di classe e la sua storia, ossia il convitato di pietra del secolo breve. In questo ripensamento attivo e necessario, la cultura neoliberale “di sinistra” mostra ogni giorno che passa la sua immane responsabilità: quella di aver guidato i processi di “modernizzazione” e di demolizione della cosa pubblica a vantaggio del mercato globale e della finanza, con conseguente desertificazione di ogni possibile alternativa. La distruzione della scuola ne è, con quella del sistema sanitario, forse la spia più eloquente.
