Della Redazione Seize The Time
L’otto marzo di quest’anno, come redazione, abbiamo scelto di parlare di carcere e, in particolare, di carcere femminile. In Italia ci sono 5 istituti esclusivamente femminili, tra cui uno presso l’isola della Giudecca, a Venezia, che ospitano circa un terzo del totale delle donne detenute; la restante popolazione carceraria femminile si trova all’interno di sezioni in istituti ordinari, pensati e vissuti al maschile.
Gli istituti femminili esistono poco nell’immaginario comune e nell’informazione, e la loro invisibilizzazione deriva dalla struttura stessa del regime carcerario, nato da presupposti e menti maschili, inadeguate a recepire le richieste e le necessità di un altro genere.
Che le carceri italiane fatichino a svolgere la propria funzione di reinserimento sociale è risaputo, ma a fronte dell’inadeguatezza complessiva dell’istituzione, quali sono gli aspetti peggiorativi del carcere femminile? Cosa manca? In che modo anche nelle carceri si ripresenta una forma istituzionale di violenza di genere? Ne abbiamo parlato con Jessica Lorenzon dell’Associazione Antigone.
Possiamo dire che il carcere, storicamente, è stato pensato su un modello maschile, poi “riadattato” alle donne? In che senso?
Sì, il carcere è un’istituzione tipicamente maschile, e non si è mai pienamente adattata alla presenza, al suo interno, di altre categorie che presentano bisogni specifici. Andando con lo sguardo alle serie storiche, le quali ci informano dei movimenti dell’istituzione penale nel corso dei decenni, possiamo notare come le donne siano da sempre una minoranza all’interno degli istituti di pena. In particolare, negli ultimi quarant’anni, il numero delle donne detenute si è attestato intorno al 3.5-5%, un dato simile a quello riferito alla popolazione detenuta in Europa, ed in linea con il dato mondiale, che si attesta attorno al 6%. Possiamo, quindi, dire che la presenza femminile in carcere è sempre stata una presenza al margine e poco considerata. Non a caso, solo una parte delle donne detenute si trova in istituti interamente femminili, mentre la restante popolazione (che è anche la maggioranza) è collocata in sezioni femminili all’interno di carceri pensate e vissute prevalentemente al maschile. In questi contesti, le risorse a cui le donne possono accedere risultano spesso il residuo di quelle progettate e stanziate per il sistema carcerario maschile nel suo complesso.
La marginalità numerica delle donne detenute produce invisibilità politica? Ed esiste una formazione specifica di genere per il personale penitenziario?
Assolutamente sì, anzi, prima di quella che può essere considerata la “Quarta ondata Femminista”, quasi nessuno si era interessato alla presenza femminile in carcere; fatta eccezione per intellettuali e ricercatrici femministe sensibili per formazione e professione al tema. Il primo rapporto interamente dedicato alla detenzione femminile di Associazione Antigone è uscito solo nel 2023 (https://www.rapportoantigone.it/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia/ ). Inoltre, sono sempre più frequenti i casi che emergono di identità detenute che non si conformano al binarismo di genere e che portano alle Direzioni e ai sanitari richieste specifiche. Non siamo a conoscenza di formazioni sul tema del genere e dell’orientamento romantico, che sarebbero sicuramente molto utili sia per la polizia penitenziaria sia per il personale che opera all’interno degli istituti; questo perchè tali formazioni entrerebbero in contrasto con alcuni dei principi cardine della formazione militare, che, invece, ruotano attorno a sistemi culturali e valoriali di tipo etero-patriarcale e disciplinante. Spesso assistiamo a situazioni in cui il personale in carico non è formato né operativamente, né teoricamente in questa direzione, con le conseguenze nefaste che questa mancanza può avere.
Quanto incidono povertà, migrazione, dipendenze, violenza domestica e tratta nei percorsi che portano le donne in carcere?
Tutti questi fattori incidono in maniera sostanziale, come d’altronde per il resto della popolazione detenuta. Elementi come la marginalità strutturale e lo scarso inserimento nel tessuto collettivo, determinano anche le difficoltà del cosiddetto “reinserimento sociale” dopo il fine pena, tanto che alcuni autori hanno definito il rientro come un “reentry to nothing”.
Per le donne la situazione a volte è ancora più complessa, poiché la scarcerazione e il reinserimento possono significare anche un reingresso nel circuito della violenza di genere e domestica. Secondo i Trattati Internazionali per la protezione delle vittime di violenza, la detenzione in carcere appare incompatibile con una biografia caratterizzata da abusi e violenze; eppure, ad oggi, un’ampia fetta delle donne detenute arriva da questi contesti. Altresì, a parità di condizione giuridica, risulta più complesso per le donne straniere rispetto a quelle italiane l’accesso a misure alternative alla detenzione e ai percorsi trattamentali per le dipendenze da sostanze nei circuiti istituzionali sanitari dedicati a queste problematiche; il tutto associato a una maggiore scarsità di risorse relazionali e simboliche nei territori di provenienza o di scarcerazione. Per non parlare del problema della lingua e di potenziali barriere linguistiche, che incidono negativamente in riferimento alla quasi totale assenza di mediatori culturali all’interno degli istituti di pena italiani, in rapporto alla popolazione straniera presente.
I dati sui suicidi femminili in carcere raccontano una realtà diversa rispetto a quella maschile?
Non abbiamo a disposizione dati precisi e aggiornati sui suicidi delle donne avvenuti nell’ultimo anno e in generale è molto difficile tracciare delle cause specifiche in merito al fenomeno del suicidio in carcere. Tra i fattori che possono esacerbare le situazioni di sofferenza vi sono le difficoltà psicologiche e sanitarie nella presa in carico legate al turn-over del personale e all’assenza di un adeguato numero di figure incaricate per la cura e il trattamento della popolazione detenuta. Un altro elemento che sembra incidere è l’assenza di legami sociali e familiari al di fuori dell’istituto e l’assenza di occasioni concrete di reinserimento sociale, come ad esempio la possibilità di avere una casa e un lavoro.
Il 2025 ci ha consegnato un triste report, confermandosi come l’anno con il più alto numero di suicidi da parte di donne carcerate. Va specificato poi che ogni storia è a sè e ogni suicidio si situa in un preciso campo di relazioni, che risentono anche della cultura e della situazione dell’istutito di pena in quel momento. Comparando però i numeri delle detenzioni all’interno del carcere con i numeri delle misure alternative, emerge in modo chiaro come la detenzione stessa sia l’elemento strutturalmente foriero di una scelta suicidaria. Potremmo dire, quindi, che la prima causa di suicidio in carcere è il carcese stesso, e questo vale sia per le donne che per gli uomini. Riconoscere questo elemento è il primo passo per pensare a percorsi di prevenzione e contenimento della sofferenza realistici e non di facciata.
Per quanto riguarda le attività proposte in carcere, queste riproducono stereotipi di genere o aprono a percorsi diversi?
Molto spesso le attività lavorative e, più in generale, le proposte ludico-ricreative all’interno degli istituti di pena femminili e delle sezioni femminili in carceri maschili ricalcano stereotipi di genere, che riprendono l’associazione alla figura femminile di caratteristiche quali la cura e l’estetica. L’aspettativa delle amministrazioni di queste sezioni è che le donne siano più pulite e curate nell’aspetto, tant’è che, a differenza degli spazi di detenzione maschile che ne sono sprovvisti, è molto diffuso trovare nelle celle femminili degli specchi, non di vetro ma compatibili con le esigenze legate alla sicurezza.
Che impatto ha la detenzione sulle donne transgender non conforming?
Il numero di donne trans all’interno degli istituti di pena italiani non è facilmente reperibile, poiché il Ministero della Giustizia pubblica regolarmente i dati divisi per categoria maschile e femminile. Generalmente, comunque, il numero si attesta sotto le 100 unità totali. Un primo elemento da evidenziare è che il Ministero della Giustizia riconosce solo la transessualità M to F; tant’è che non sono considerati gli uomini trans e non vi sono spazi o progetti a loro dedicati. Per quanto riguarda invece le donne trans, ci sono 6 sezioni dedicate all’interno di carceri maschili; in Veneto ne troviamo una presso il carcere di Belluno. Spesso le donne trans detenute sperimentano una situazione di isolamento sociale e non sono coinvolte nelle attività, in quanto non è previsto l’incontro con il gruppo maschile all’interno del complesso penitenziario. Le attività e le risorse dedicate alle donne trans sono quindi limitate e residuali, rispetto a quelle dedicate al gruppo dei detenuti maschi. Risultano altresì molto complessi i percorsi di inserimento sociale dopo il fine pena, poiché non vi sono strutture dedicate, anche per quanto riguarda le misure alternative. Unica eccezione, a volte, sono gruppi che nascono da basso e sopperiscono alle mancanza di progetti istituzionali dedicati.
Focalizzandoci sul territorio veneto, quali sono le caratteristiche strutturali e organizzative della Casa di Reclusione Femminile di Venezia?
Il carcere femminile di Venezia è uno dei quattro istituti in Italia dedicati interamente alla detenzione femminile ed è collocato su un’isola, quella della Giudecca. Si tratta di un istituto antico che, tuttavia, risulta essere ben tenuto da un punto di vista strutturale e igienico. Al suo interno, generalmente, non è stato rilevato un sovraffollamento, che invece caratterizza la quasi totalità degli istituti maschili. Il disagio nasce dal fatto che la struttura si trova su un’isola e quindi se guardiamo al carcere come a un’istituzione situata, sono evidenti i limiti di un territorio isolano che rende minime le occasioni di inserimento sociale e difficoltosi gli spostamenti del personale che vi opera all’interno.
Per questo motivo il turnover del personale di polizia penitenziaria è molto alto, con una stima del 70% ogni anno; ma sono anche altre le criticità che emergono. Una di queste è la capacità di poter mantenere i contatti con i propri cari da parte delle recluse: molte detenute, infatti, non hanno colloqui frequenti e limitano i propri contatti con i propri famigliari alle telefonate e alle videochiamate. Sono stati segnalati anche disagi al momento della scarcerazione: diverse detenute sono apparse spaesate e in difficoltà nel lasciare l’isola della Giudecca per recarsi alla stazione dei treni o degli autobus di Venezia. La struttura comprende anche un ICAM – Istituto di Custodia attenuata per donne madri – in cui sono presenti celle detentive dedicate alla convivenza delle madri detenute con i loro figli piccoli. In questa sezione operano solo agenti di polizia penitenziaria donne.
All’interno della struttura ci sono progetti virtuosi attivi (laboratori, collaborazioni con realtà cittadine, inserimenti lavorativi)?
Quando Antigone guarda al volontariato in carcere lo fa con uno sguardo ampio. Da una parte vi è la consapevolezza che il volontariato è una delle spinte più forti in direzione del garantismo all’interno degli istituti, ovvero della tensione legata al rispetto dei diritti umani. Dall’altra, molte attività e situazioni critiche vengono gestite proprio dal volontariato, occupando parzialmente i vuoti lasciati dalla macchina istituzionale stessa. L’impegno non retribuito e non formalizzato tampona situazioni emergenziali e può essere un elemento positivo se si considerano i bisogni che emergono dalla popolazione detenuta. Rimane il fatto che, nel complesso, però, dovrebbe essere l’istituzione stessa a garantire il rispetto dei principi costituzionali e la tutela dei diritti e della dignità umani della popolazione detenuta.
Per quanto riguarda Venezia collaboriamo con CLOSER, un’associazione che porta avanti percorsi virtuosi all’interno dell’istituto femminile. Questa realtà si impegna ad alleggerire la distanza tra il dentro e il fuori attraverso la lettura, la riflessione e lo scambio autentico, stimolando la trasmissione della cultura e la riflessione aperta.
Parlare di carcere femminile, quindi, non è solo raccontare una minoranza statistica, ma dare spazio a una realtà a lungo ignorata dall’informazione e dal dibattito pubblico, una realtà che interroga non solo il sistema penitenziario, ma il modo in cui una società sceglie di guardare ai suoi margini.
