di Leonardo Bevilacqua
Sabato 9 maggio, tre braccianti hanno perso la vita mentre si recavano al lavoro dal complesso edilizio che li ospitava, in via Dogana a Cavanella Po (frazione di Adria). Il furgone sul quale viaggiavano insieme a sei colleghi ha sfondato il muretto che separava la strada dal bacino di un’idrovora nei pressi di Ca’ Lino, nella frazione di Sant’Anna di Chioggia. Si sono salvati tutti tranne chi, trovandosi nella parte anteriore del veicolo, ha perso la vita sul colpo: si tratta di Abdelghani Gari (33 anni), El Arbi Saifi (36) e Yassin Mazi (28) – tutti e tre erano arrivati nei campi del nord-est dal Marocco, per poter sostenere le rispettive famiglie attraverso le rimesse. Ad un occhio disattento può sembrare una tragica fatalità, e comunque qualcosa del tutto indipendente dalla situazione lavorativa dei tre uomini: nessun articolo pubblicato in questi giorni, per esempio, fa menzione diretta della ditta per la quale lavoravano. Qualunque fosse – sembrano suggerire – quella mattina al lavoro non ci sono proprio arrivati. Eppure ci sono diversi elementi che ricordano altre storie di migrazione, morte e sfruttamento sul nostro territorio, ed è importante riconoscerli nei frammenti di racconto che emergono in questi giorni.
Della dinamica particolare dell’incidente sappiamo ancora poco, così come della situazione lavorativa e migratoria che fa da sfondo alla vicenda della loro morte. Non ci stupisce però che la Procura di Venezia abbia aperto un’inchiesta per approfondire il contesto di appalti e subappalti che regolano, anche in questa parte d’Italia, il reclutamento della manodopera per il lavoro agricolo. Nella vicenda di Gari, Saifi e Mazi intravediamo già i nessi tra migrazioni, sfruttamento e illegalità che contraddistinguono il capitalismo contemporaneo e che generano tante contraddizioni anche sul nostro territorio. Anche questa vicenda, in altre parole, ci aiuta a vedere che la migrazione ‘è un aspetto interno al funzionamento dei processi capitalistici su scala globale, cioè un movimento di persone che è incessantemente generato dal movimento del capitale’, come ha scritto Adam Hanieh.
Il complesso di Cavanella Po nel quale vivevano i tre uomini ci fornisce un’immagine nitida di come i processi ‘su scala globale’ si traducano poi in difficoltà – e in conflitti – molto locali. In via Dogana le abitazioni sono fatiscenti: un residente in uno dei video pubblicati a seguito dell’incidente ci dice che non arriva l’acqua agli appartamenti da diversi giorni. Pagano regolarmente l’affitto, eppure l’aspetto degli stabili suggerisce che la manutenzione non abbia luogo da decenni. Fino al 2018, all’interno del complesso si trovava il Centro di accoglienza straordinaria per richiedenti asilo detto Borgo Fiorito. Nei due anni precedenti alla sua chiusura, Borgo Fiorito era stato al centro di diverse polemiche: a molti sembrava intollerabile che circa 200 migranti venissero ospitati in una frazione con una popolazione residente di sole 40 persone. Eppure, una volta chiuso il CAS, diversi lavoratori stranieri presero in affitto gli appartamenti di via Dogana. I quali oggi ospitano anche molti lavoratori stagionali, e non solo quelli stabili.
Com’è potuto avvenire? Semplice: buona parte dell’agricoltura locale ha bisogno di manodopera a basso costo e a scarsissime tutele per rimanere competitiva. E cioè: buona parte del padronato locale ha bisogno di intensificare lo sfruttamento per poter mantenere intatti i propri profitti, e lo potrà fare meglio, se recluterà soggetti più ricattabili e meno integrati nei sistemi di tutela del lavoro. Il migrante non appare – e di sicuro non rimane – per caso: spesso è stato spinto alla migrazione dalla miseria del contesto di partenza, ma il punto di destinazione è sempre dettato dalla richiesta di manodopera. I residenti attuali di via Dogana sono tali proprio perché hanno un lavoro, e dunque un reddito stabile, e dunque un regolare contratto d’affitto, e dunque un permesso di soggiorno. Quanto agli altri – quelli in Italia solo provvisoriamente – tipicamente hanno un visto temporaneo per il lavoro stagionale. I decreti flussi firmati dagli esecutivi degli ultimi trent’anni (governo Meloni incluso), ne regolano l’accesso e fanno sì che il padronato locale ottenga la fornitura di manodopera a basso costo che chiede.
Se torniamo per un momento alle proteste di Borgo Fiorito, vediamo come un decreto flussi tipicamente peggiori la condizione di entrambe le parti coinvolte. Da un lato ci sono quegli individui che, nel proprio percorso di migrazione, a volte passeranno dallo status di richiedente asilo a quello di lavoratore in regola. Per loro, un decreto flussi significa soprattutto che il rinnovo del visto è vincolato all’alloggio e al contratto di lavoro. Tipicamente, nel settore agroalimentare, questo significherà che il migrante sarà facilmente ricattabile dall’intermediatore tra lui e la ditta che appalta: deve scegliere tra tornare nel proprio paese o cedere buona parte della sua già misera busta paga al caporale in cambio di vitto e alloggio scadenti e trasporto sui luoghi di lavoro. Dall’altro lato, nelle proteste di Borgo Fiorito, stavano residenti spaventati dai cambiamenti che interessavano la loro comunità. Anche per loro un decreto flussi significa soprattutto maggiore tensione: potrà anche sembrare che ci sia un tentativo di ‘regolare’ il flusso migratorio, ma la gli effetti concreti dell’interesse del padronato locale sono chiari qui più che altrove. C’è bisogno di lavoratori che stiano nei campi 12 ore al giorno e per pochi euro, e da qualche parte dovranno pure alloggiare.
Il complesso di Cavanella Po ci racconta anche delle mostruosità che possono essere generate da questo tipo di tensioni. Quando sfugge il nesso tra migrazione ed economia (e quello, ancora più fondamentale, tra lavoro e sfruttamento), sopravvive comunque il bisogno di dare una spiegazione al proprio disagio, e di trovare un colpevole. La sera del 31 marzo 2023, tre ventenni della zona, coperti da passamontagna, hanno lasciato un ordigno esplosivo sul portone d’accesso ad uno degli interni della palazzina. Due residenti raccontano di essersi visti crollare una parete di casa davanti agli occhi, ma per fortuna non ci sono state vittime. Nel 2025 la Corte d’Assise di Rovigo ha condannato Nicolò Siviero, Thomas Marangon e Cristian Tuttolomondo citando, tra le motivazioni della sentenza, ‘odio per i più deboli e volontà di affermare la propria superiorità razziale’.
Aberrazioni del genere non sono però l’unica manifestazione del razzismo sui nostri territori. Il lavorio delle idee che ci invitano a vedere nel migrante il nostro nemico (e, così facendo, distolgono la nostra attenzione da chi sfrutta lui e noi assieme) ha forme molto più blande, eppure efficaci. E purtroppo trova terreno fertile lì dove, in effetti, sono anche le nostre condizioni lavorative e di vita che sono peggiorate con il passare degli ultimi tre decenni. Se a livello globale si riducono i profitti, a livello locale le classi padronali dovranno ridurre i salari. E ridurre, più genericamente, la qualità del nostro stile di vita: tra gli altri, i servizi di welfare, il costo della casa, la sicurezza e il diritto alla salute. Nel 2025, in Italia, ci sono state 1450 morti sul posto di lavoro. E certo non erano tutti migranti. Nel novero delle vittime ci sono tutte quelle lavoratrici e lavoratori che negli anni, come noi, hanno visto diminuire la sicurezza sui luoghi di lavoro, l’aumento dello sfruttamento, la diffusione del lavoro irregolare, l’abuso del lavoro in appalto e subappalto…
Insomma, non solo gli interessi dei lavoratori migranti non sono contrapposti a quelli dei lavoratori locali, ma anzi entrambi i gruppi risentono degli effetti degli stessi ‘processi capitalistici su scala globale’, come li chiama Hanieh, che si traducono in un lavoro più precario, malpagato e pericoloso per la stragrande maggioranza di tutti noi. Solo, a volte ci è faticoso riconoscere che la nostra situazione è simile a quella di chi ci appare, a prima vista, tanto diverso. E ci è difficile anche scorgere i nessi tra qualità della vita e scenario economico più generale. Non è un caso: diverse forze fanno sì che, nel nostro quotidiano, evitiamo di fare questi collegamenti e torniamo, preoccupati, a occuparci della nostra situazione particolare, e delle difficoltà che la caratterizzano. Ad esempio: perché dovremmo pensare alla morte di Gari, Saifi e Mazi come ad un episodio collegato alla loro condizione lavorativa? Un dettaglio riportato in questi giorni ci aiuta a capirlo: guidava Gari, ma pare non avesse mai guidato un furgone. L’autista era malato e lui lo ha sostituito all’ultimo momento. Se questa prima ricostruzione venisse confermata, potremmo concludere che quella mattina la sicurezza dei nove uomini è stata sacrificata alla fretta di portarli nei campi a lavorare.
