di Marta Vomiero
Seconda opera di Mike Cheslik, Hundreds of Beavers – ossia “centinaia di castori” – è una meteora di originalità che attraversa lo spazio del cinema del XXI secolo, portando con sé l’eredità di grandi astri del passato, da Buster Keaton a Will E. Coyote.
La trama è lineare: Wisconsin, XIX secolo. Jean Kayak (al secolo Ryland Brickson Cole Tews) è un produttore e consumatore di successo di applejack – sidro di mele – il quale, risvegliatosi dopo una sontuosa sbronza, finisce sul lastrico. Per riconquistare la propria fortuna, e il cuore di una sfuggente amata – deve sconfiggere centinaia di castori in una parabola from zero to hero tutta nordamericana.

Quindi, cosa rende Hundreds of Beavers un film tanto insolito? Per cominciare, è muto. O meglio, è un film privo di dialoghi, ma con un sonoro cartoonesco che si intreccia al visivo. 108 minuti basati interamente sulla plasticità e l’espressività slapstick degli attori riportano gli spettatori indietro di un centinaio di anni, quando il cinema era muto per necessità. Ma non solo.
Il film è anche assolutamente e meravigliosamente finto, assurdo alle estreme conseguenze. I castori, antagonisti del nostro eroe Kayak, come tutti gli altri animali nel film, sono figuranti umani con costumi da mascotte di Disneyland; gli effetti visivi sono per lo più analogici – a parte qualche green screen molto rudimentale – mimetizzati con disinvoltura da un bianco e nero ruvido e ad alto contrasto. Queste premesse generano spontaneamente un susseguirsi di gag demenziali, geniali in una semplicità che non siamo più abituati a vedere sul grande schermo.

Hundreds of Beavers è una rivisitazione folle dell’immaginario americano, dal mito della conquista del west, allo sterminio di popoli nativi, castori o umani che siano; lo stesso Jean Kayak da semplice pioniere alcolizzato in lotta per la sopravvivenza, si trasforma in un distruttore senza scrupoli che antepone i propri fini a qualsiasi altra cosa, nel solco dei molti self-made-men che hanno costruito la società e la cultura statunitense.

Il film, approdato in Italia solo nel marzo 2026, ma prodotto durante la pandemia con un budget limitatissimo, è l’esempio tangibile di un cinema scanzonato e anarchico, contro ogni tendenza. Sa catturare e intrattenere lo spettatore senza ricorrere agli effetti visivi milionari dei blockbuster, senza la fotografia satinata dalle tinte pastello delle produzioni Netflix e senza nemmeno usare le parole. Hundreds of Beavers nel panorama contemporaneo dell’industria cinematografica si staglia come un monito: fare cinema è soprattutto raccontare una storia.
