di Francesco Casari
Quando arrivo davanti al cinema, vengo sorpreso dalla lunga coda che si srotola lungo via Cavallotti, fin oltre il caseggiato adiacente al cinema Lux. Sotto la pioggia fitta un gran numero di persone aspetta più o meno pazientemente il proprio turno. L’età media è piuttosto alta: pochi ragazzi e ragazze, molti signori e signore ben più che adulti. Comincia a diffondersi agitazione tra gli accodati, i biglietti stanno per finire. Io riesco ad entrare un po’ di straforo, nell’ultimissimo buco disponibile, mi siedo su una panca nell’angolo della sala. Molte persone rimangono fuori, alcune accennano proteste.
È l’anteprima padovana di Toni, mio padre.
Il titolo mi aveva provocato una risata stupida.
Su Twitter (o forse su Internet in generale) è diventato di moda usare l’espressione “mio padre”: attribuendolo di volta in volta ad altri utenti o a personaggi pubblici (es. “mio padre @maldinismo1908 non ne sbaglia una”, “Luciano Spalletti, mio padre”) si usa questo epiteto per esprimere stima e riconoscimento verso qualcuno.
In Toni, mio padre stima e riconoscimento tendono fin da subito a lasciare posto al risentimento. Il desiderio di superare questo risentimento è ciò che spinge Anna Negri (la figlia) a girare questo film. Si tratta di un lungo alternarsi di colloqui col padre Toni nell’estremo tentativo di ricomporre una frattura familiare, dare una serena conclusione ad un rapporto travagliato ripercorrendone insieme i nodi più problematici.
Lo scenario di questo incontro è la casa veneziana di Toni, dove Anna ricorda l’inizio delle loro vicende familiari legate alle prime azioni politiche dei suoi genitori nella fumosa Marghera.
L’accusa al padre è quella di aver abbandonato la moglie Paola e i figli Anna e Francesco e di aver smesso di essere parte della famiglia a partire della fuga in Francia. Anna Negri racconta che gli anni a venire sono trascorsi nell’incertezza; anni segnati prima dalla volontà di ricongiungimento, poi dalla delusione per il prolungarsi del distacco e infine dal tentativo costante di scostarsi dall’ombra del padre: una presenza al tempo stesso assente e ingombrante.
Di fronte a questo dolore esposto dalla figlia, Toni contrito e stupito si scusa e si difende: sarà pur stato un padre ingombrante ed anche poco presente, ma quasi incredulo ricorda alla figlia le circostanze – era pur sempre internato in un carcere speciale e poi esule in Francia. Perché fa il gioco dello Stato? Perché non se la prende con il pm Calogero per averlo sottratto alla famiglia? Chiede sbigottito.
A un certo punto, con scatti improvvisi questa accusa fin lì molto personale (almeno nella formulazione che ne dà la regista-figlia) trova una determinazione politica attraverso lo slogan femminista il privato è politico e qui sta il nocciolo del film: Negri (padre) ha condotto una vita privata non all’altezza della sua attività politica, una gestione patriarcale degli affetti e per di più il suo percorso politico ha danneggiato nel privato le donne a lui vicino. Uno dei torti che vengono rinfacciati a Toni è che abbia scelto di tornare in Italia per scontare la sua condanna proprio nello stesso momento in cui stava uscendo il primo lungometraggio a produzione italiana di Anna Negri, che dopo tanta fatica per smarcarsi dalla figura paterna, si sarebbe sentita di nuovo ripiombare sotto la sua ombra. Questo è il punto in cui per un momento ci viene mostrato un rammarico in direzione opposta: Toni accenna al dolore di essersi sentito rifiutato e disconosciuto dalla figlia, che non avrebbe capito l’intima necessità della sua difficile scelta politica di tornare a chiudere la partita con lo Stato italiano. Mi sembra che mentre per lui politico e privato nascono uniti, per la figlia il privato diventi oggetto di giudizio politico, un’estensione spontanea ma in qualche modo problematica: sono due sfere che si presentano distinte e di cui al più si dichiara poi in un secondo momento l’identità ed è per questo che Toni nel corso del film accusa la figlia di essere di un “individualismo radicale”, ideologico.
Se l’intento che muove film è forte e ben motivato da un desiderio autentico di riconciliazione profonda, il pubblico in sala (tra cui la mia padrona di casa) ha però la sensazione che la frattura e il tentativo di ricomposizione del rapporto padre figlia sia proposto in maniera troppo esplicita e a tratti respingente; si ha l’impressione che il risultato sarebbe stato più convincente se questo tema fosse stato proposto meno frontalmente, se fosse trasparito un po’ alla volta. La nudità di tutto quanto il dispositivo narrativo è sicuramente una scelta forte della regista, ma tra gli effetti che sortisce sul pubblico c’è la difficoltà ad empatizzare con Negri figlia ed il suo dolore.Questo può forse essere riconosciuto come merito della Negri regista che non opera una manipolazione del pubblico, pur avendo a disposizione tutti gli strumenti per farlo. È anzi più facile avere uno slancio emotivo verso l’anziano Toni Negri, che braccato dalla telecamera ammette le sue colpe ma spiega le sue ragioni, ribadendo ancora una volta l’inscindibile identità della sua vita privata e politica, unite e mescolate “in un’onda”, un medesimo conatus costitutivamente collettivo.
