di Agnese Pieri
Carla Lonzi (1931-1982) è stata una delle voci più rilevanti del femminismo italiano di seconda ondata. Nata a Firenze, si laurea in Lettere nel 1956 e dopo aver vissuto alcuni anni in Toscana insieme al compagno Mario Lena alla fine degli anni Cinquanta si sposta a Milano, dove per tutto il decennio successivo lavora come critica d’arte e curatrice di mostre. Frutto degli incontri e delle riflessioni di questo periodo è Autoritratto (1969), che raccoglie le interviste a vari artisti (tra cui Lucio Fontana, Carla Accardi, Iannis Kounellis) registrate da Lonzi nel corso degli anni precedenti. Si possono vedere già qui gli esiti di alcune idee sviluppate in seguito: il rifiuto del controllo esercitato dall’atto critico su quella creativo; la necessità di un sapere collaborativo e non sistematizzato; l’idea che la lingua della cultura eserciti un potere repressivo su altre modalità di espressione. Insieme a Carla Accardi e alla giornalista Elvira Banotti, Lonzi nel 1970 fonda con il Manifesto di Rivolta femminile uno dei primi collettivi femministi italiani.
La nascita di Rivolta femminile segna per Lonzi una cesura con la sua vita precedente: dopo la fondazione del gruppo, taglierà ogni rapporto con il mondo dell’arte e si dedicherà in modo esclusivo alla militanza culturale e alla collana “Scritti di Rivolta femminile”. Nel suo saggio più famoso, Sputiamo su Hegel (1970), il taglio netto tra un prima e un dopo il femminismo si riflette nel rifiuto provocatorio di tutto ciò che proviene da una cultura fondata sull’esclusione della donna, la cui liberazione, secondo Lonzi, deve passare attraverso un processo di «deculturalizzazione» radicale:
Per la ragazza l’università non è il luogo dove avviene la sua liberazione mediante la cultura, ma il luogo dove si perfeziona la sua repressione così bene coltivata nell’ambito della famiglia. La sua educazione consiste nell’iniettarle lentamente un veleno che la immobilizza sulla soglia dei gesti più responsabili, delle esperienze che dilatano il senso di sé.
Il nostro lavoro specifico consiste nel cercare ovunque, in qualsiasi avvenimento o problema del passato e del presente, il rapporto con l’oppressione della donna. Saboteremo ogni aspetto della cultura che continui ancora tranquillamente a ignorarlo (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, Milano, La Tartaruga, 2023, p. 55)
Tra il 1972 e il 1977, Lonzi redige un diario che uscirà, l’anno successivo, con il titolo Taci, anzi parla. Diario di una femminista. La scrittura diaristica le offre la possibilità di tenere traccia quasi quotidiana – soprattutto nei primi anni – dei pensieri, delle emozioni e dei cambiamenti scaturiti dall’incontro con il femminismo. Un femminismo, il suo, diverso da quello di oggi, ma che rappresenta un passaggio fondamentale nello sviluppo del pensiero femminista in Italia. Sono perciò molto utili e necessari gli studi e le ristampe – dovute, queste, all’iniziativa della storica casa editrice La Tartaruga – che ne stanno riportando alla luce l’opera, permettendo di contestualizzare e storicizzare l’esperienza di Rivolta femminile e la complessità della prospettiva di Lonzi. Su questa scia di rinnovato interesse, una tappa recente è lo studio di Silvia Cucchi Storia di un’ambivalenza. Sul diario di Carla Lonzi, che indaga il diario con gli strumenti della critica letteraria concentrandosi sugli aspetti formali e sui rapporti con il genere diaristico e l’autobiografia.
Uscito quest’anno per ETS, lo studio di Cucchi si avvicina al testo di Lonzi da più lati, analizzandone, insieme alla forma, anche i legami che uniscono i nuclei tematici della scrittura diaristica a quelli presenti nella poesia (a cui Lonzi si dedica tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta) e negli scritti d’arte e femministi (Autoritratto, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale). Considera, inoltre, l’apporto al pensiero e alla scrittura di Lonzi che proviene dal suo interesse nei confronti di alcune figure di sante mistiche, tra cui Teresa di Lisieux:
Consultati a più riprese e in concomitanza con i momenti di crisi, gli scritti autobiografici delle mistiche si rilevano capaci di dare voce «con semplicità» a sensazioni e stati interiori che non trovavano rispondenza altrove, tantomeno negli «scrupoli letterari delle scrittrici». Nella letteratura, soprattutto quella di donne, Lonzi non riesce a trovare quella capacità di scoprirsi, mettersi in discussione, andare al fondo di sé che invece ritrova nella scrittura delle mistiche (S. Cucchi, Storia di un’ambivalenza, Pisa, ETS, 2025, p. 74)
«Andare al fondo di sé» attraverso il confronto con le altre donne è anche lo scopo della pratica dell’autocoscienza per come la intende Lonzi. L’autocoscienza, che si afferma all’interno dei gruppi femministi italiani a partire dalla diffusione del consciousness raising praticato da collettivi di donne e uomini afroamericani già negli anni Sessanta, sarà per il gruppo di Rivolta Femminile tanto centrale quanto, almeno per Lonzi, di breve durata. Nonostante continuerà a ribadirne, infatti, l’importanza e la non intercambiabilità con la pratica psicanalitica, Lonzi preferirà nel 1974 interrompere gli incontri con il collettivo per proseguire la propria ricerca identitaria nella solitudine del diario – il genere, per lei, «più adatto a rappresentare “il destino di un individuo”, [in grado di rendere] conto delle diverse temporalità, delle ambivalenze e delle stratificazioni che caratterizzano l’io e la sua coscienza» (Storia di un’ambivalenza, p. 99).

Se, da un lato, il diario restituisce l’interiorità di Lonzi, dall’altro offre però anche la possibilità di mappare le sue relazioni affettive, intellettuali e culturali e sondarne l’importanza formativa. Nel penultimo capitolo dello studio, Dentro e fuori dal mondo: i rapporti umani, Cucchi si concentra sulle figure di Carla Accardi, Ritva Raitsalo, Pier Paolo Pasolini e Elsa Morante, con cui Lonzi instaura rapporti che, pur nella loro diversità, rappresentano snodi rilevanti del suo percorso politico e intellettuale, offrendole l’occasione per riflettere sulle dinamiche di disparità tra le donne del collettivo, sulla possibilità di conciliare il femminismo con altre attività e posizionamenti, oppure – con Pasolini – sul rifiuto della cultura borghese e la questione dell’aborto.
«Più che in ogni altro scritto di Lonzi, in Taci, anzi parla le costanti della sua esperienza (scrittura, riconoscimento, ambivalenza) si manifestano e si intrecciano pienamente» (Storia di un’ambivalenza, p. 13). La scrittura diaristica, in cui si incontrano la militanza, la dimensione speculativa e lo scavo interiore, per la sua natura mobile e svincolata da un obiettivo comunicativo predeterminato permette a Lonzi di sfuggire al rischio di «sovrapporre identità individuale e identità di genere» (p. 59) e di cristallizzare il proprio ‘io’ in un’immagine univoca, fissa e inautentica. Di fronte a un testo composito e stratificato come Taci, anzi parla, lo studio di Cucchi offre gli strumenti utili per comprenderne i vari livelli, dal rapporto con le forme a quello con il contesto culturale in cui nasce.
