di Filippo Grendene
L’Università degli Studi di Padova ha aperto, per i ricercatori assunti a partire dal settembre 2022, un percorso di formazione alla didattica obbligatorio definito Teaching for Learning – T4L. Per la prima volta si introduce, a livello universitario, una formazione pedagogica per i docenti del più alto livello di istruzione italiano. Le novità tecno-pedagogiche che già da anni impattano sulla formazione dei docenti di primo e secondo ciclo – di cui recentemente si è parlato durante una importante giornata di formazione organizzata dai Cobas e dalla Gilda (qui i video di tutti gli interventi) – entrano così formalmente all’interno dell’università, in un percorso di 24 ore obbligatorio e univoco.
Ne abbiamo parlato con Alessandra Grandelis e Fabio Sangiovanni, ricercatori del DiSLL che hanno partecipato al T4L arrivando dal percorso della Scuola critica per l’insegnamento universitario.
Segnaliamo infine che per i giorni 6 e 7 novembre è previsto un momento di riflessione seminariale dal titolo C’è tempo per un’altra lezione? Verso una scuola critica per l’insegnamento universitario.
Filippo. Entriamo subito nella questione: come raccontare l’esperienza del Teaching for Learning che avete appena concluso?
Alessandra. La nostra è un’esperienza recente, concreta e soprattutto reattiva (ed è questa reattività che desideriamo sottolineare); un’esperienza che ci ha impegnati per 24 ore (20 in presenza e 4 online in modalità asincrona).
Si tratta di un pacchetto di lezioni distribuite su quattro giornate, aperte da un public speaking trainer (o speaker coach) che lavora sulla comunicazione aziendale e che crede che la comunicazione all’università non sia differente; lezioni dedicate all’Active learning, alla compilazione del Syllabus come strumento di progettazione di un’efficace didattica student based; a diverse metodologie per coinvolgere gli studenti (noi abbiamo sperimentato il jigsaw), alla valutazione. Un percorso che è terminato con la presentazione dei Microteaching, lezioni condensate di dieci minuti che ognuno dei 28 partecipanti era tenuto a presentare davanti ai colleghi e a un change agent.
Cos’è un change agent? Si tratta di uno dei docenti che hanno accolto favorevolmente la prospettiva della didattica innovativa tanto da farsi testimonial del cambiamento, come dimostrato nel momento marketing a chiusura del corso, quando sono stati illustrati i “prodotti” al centro delle digital week. In questa risposta ho fatto volutamente uso di un linguaggio tutt’altro che neutro: veicola l’idea dominante da assorbire se si vuole essere buoni docenti, docenti performativi che hanno a cuore la performatività dei propri studenti.
Filippo. Io sono uscito definitivamente dall’università nel 2018, sono passati dunque sette anni; dalla tua risposta, sembra siano sette secoli. Da insegnante, pensavo che questo armamentario lessicale non avrebbe mai fatto il salto verso l’università, come invece, evidentemente, e in termini adeguatamente potenziati, è accaduto in un piccolo giro d’anni. Come spesso avviene in Italia, senza una riforma generale ma attraverso piccoli e successivi mutamenti dell’impianto normativo e strutturale (l’aveva teorizzato Luigi Berlinguer, dopo il tentativo di riforma di fine anni Novanta). Al netto del valore pedagogico di questa proposta e alle vostre obiezioni, su cui torneremo dopo, vi chiedo però a quale necessità risponda.
Fabio. All’origine c’è la pressione dell’ANVUR e del relativo sistema AVA (Autovalutazione – Valutazione – Accreditamento) che prevede tra i compiti – cito dalle Linee guida per il sistema di assicurazione della qualità negli atenei approvate nel 2024 – «l’assicurazione, da parte del MUR e attraverso l’attività valutativa dell’ANVUR, che le Istituzioni di formazione superiore operanti in Italia eroghino uniformemente un servizio di qualità adeguata ai propri utenti e alla società nel suo complesso». Si tratta dunque di una sedicente garanzia qualitativa, dove la qualità è chiaramente nutrita da una visione del mondo che non riteniamo nostra. Del resto l’indicatore di AVA3 relativo al cosiddetto «punto di attenzione» sul reclutamento dei docenti parla chiaro: «adeguatezza e consistenza dei percorsi di formazione […] con particolare riferimento a qualità e innovazione della didattica (es. metodi di insegnamento e di assessment, didattica a distanza)». Di questa innovazione ci parlano poi le Linee guida per il riconoscimento e la valorizzazione della docenza universitaria del 2023, compilate da un gruppo di lavoro dell’ANVUR, in cui si potrà leggere che «al cuore della didattica innovativa sta la capacità del docente di fondere l’apparato metodologico e quello digitale, adattando dispositivi, programmi, ambienti e-learning o blended per un apprendimento efficace». E ancora: «sarebbe drammatico disperdere il potenziale innovativo e le competenze faticosamente – e solo in parte – acquisite attraverso l’esperienza della Didattica a Distanza (DaD). Per questo vanno costituite e sostenute comunità di docenti che riflettano, elaborino e sperimentino azioni innovative digitalmente migliorate valutandone l’impatto». Evidentemente si tratta di una sperimentazione orientata, che disvela la sua vera natura nel periodo immediatamente successivo: «se ben progettata, gestita e valutata, la didattica digitalmente migliorata consente di ridefinire le categorie di spazio-tempo nell’azione di insegnamento e di aumentare l’efficacia dei percorsi formativi». La didattica cioè migliora digitalmente di necessità, e solo se è ben progettata, gestita e ben valutata. In caso di esito negativo, deduco, siamo noi a sbagliare l’esperimento e la struttura ne esce esente da critica o falsificazione.
Filippo: La richiesta dunque proviene da organismi nazionali; immagino sia stata sviluppata, negli ultimi tre anni, in molti atenei italiani. Per quanto le forme, data la richiesta unica, immagino siano simili, ci spiegate qual è la declinazione che ha impresso l’Università di Padova?
Fabio: I contenuti di questo corso-base corrispondono nella loro sostanza intima a quanto si sta osservando per la scuola. Ossessioni, a nostro avviso, lessicali e concettuali: efficacia, comunità docente (sì, del pensiero comune cioè unificato), polarizzazioni nella lettura del rapporto tra docente e studente (trasmissione vs scoperta, tradizione vs innovazione, insegnamento vs apprendimento), equiparazione letterale tra processi comunicativi dei meeting aziendali e della lezione universitaria, nelle ore dedicate alla ‘comunicazione in aula’; e poi: educazione alla pianificazione continua, secondarietà dei contenuti rispetto ad una tecnica, misura e valutazione per ottemperare all’allineamento tra processi coinvolti e obiettivi; active learning, leadership distribuita, prodotti, processi, progressi, ecc.
E così, concetti esibiti quali “libertà di insegnamento” o “pluralità dei modelli” sono solo voci, quasi nominate a dileggio, si potrebbe dire, a fronte dell’impossibilità di interrogare criticamente l’unico modello proposto.
Filippo: Proprio su questo vorrei sapere di più della vostra proposta. Voi non siete stati solo degli scolari perplessi e riottosi; fate parte anche del gruppo che, a partire dalla Scuola critica per l’insegnamento universitario, ha voluto proporre un modello diverso. Come è andata?
Alessandra: Per quanto riguarda le ore del T4L, abbiamo affrontato l’esperienza in tre, di fatto una piccola comunità che si è riconosciuta e si riconosce in un’università plurale, dove il confronto dev’essere un elemento fondativo e la specificità disciplinare va messa al centro di un sapere non banalizzante rispetto alla complessità del mondo. Abbiamo sperimentato criticamente, con ruoli diversi, l’avanguardia didattica proposta dall’università. E abbiamo scelto di essere indocili e reattivi.
Fabio: Rispetto alla Scuola critica, la nostra proposta è stata costruita nel corso di un anno di incontri tra un piccolo gruppo di docenti e ricercatori, con l’intenzione di creare uno spazio di discussione alternativa nell’àmbito delle discipline umanistiche.
Le parole e i concetti primari sono diversi: non ‘pianificazione’ ma ‘apertura’, non ‘obiettivi’ ma ‘questioni’ e ‘domande’, non ‘strategia’ ma ‘critica’, non letture polarizzanti ma complessità, non misura dell’apprendimento ma discussione epistemologica sugli oggetti disciplinari, non fusione tra didattica e tecnologia ma problematizzazione. Il neo-assunto o la neo-assunta, fuori dunque da una fattuale induzione allo stato di minorità intellettuale, può scegliere una diversità di pensiero nella formazione. Potrebbe esistere anche un altro spazio.
Abbiamo allora cercato di tradurre questo pensiero in una struttura di 24 ore, che potesse presentarsi alle porte del Rettorato e chiedere la verifica della possibilità di essere riconosciuti come diversi e pari, nella pluralità possibile delle opzioni di formazione. Dopo alcune richieste di modifica e di integrazione si è capito che la sola possibilità concessa sarebbe stata quella della subordinazione al corso obbligatorio, l’unico in grado di allineare l’Università al rispetto degli indicatori del ranking, l’unico in grado di mantenere senza critica le strutture. E siccome le nostre 24 ore sarebbero state evidentemente eccessive da proporre a chi ha avuto già l’obbligo formativo delle prime 24 ore del T4L, il suggerimento che ne emergeva era quello di “spacchettarci”, frazionarci, diventando, infine, una serie franta di workshop.
Volendo interpretare gli eventi: subordinazione, parcellizzazione e, infine, sussunzione. Il rischio che tale compromesso portasse la nostra proposta a processi di identificazione con la struttura unificante ci ha portato democraticamente a scegliere di abbandonare la via, dopo un anno di lavoro.
Filippo: Una mossa coraggiosa: sottrarsi alla cooptazione è difficile, quando si tratta di buttare alle ortiche il proprio lavoro. Lo si vede in molti settori, a partire dal terzo, e sempre più spesso nelle scuole. Che futuro vedete per l’Università italiana?
Alessandra: Mi hanno sempre colpito le parole di Clark Kerr, che ricoprì cariche prestigiose in grandi università statunitensi fra gli anni Cinquanta e Sessanta; in The Uses of the University, un libro sulla visione moderna e aziendalistica dell’accademia, scrive: «le università e le industrie vanno rassomigliando le une alle altre ogni giorno di più. Man mano che le università stringono le mani con il mondo industriale, gli insegnanti acquistano sempre più i caratteri degli imprenditori… i due mondi si confondono fisicamente e psicologicamente». Ci piace ricordare che nel 1964 quella protesta destinata a crescere e a diffondersi in America e in Europa sarebbe partita proprio da Berkeley, dove Kerr limitava – anche architettonicamente – le attività politiche dei campus.
Insomma ci piace pensare che i “pacchetti formativi” si possano bucare e che ci sia ancora lo spazio della dissidenza e dell’evasione dalla simmetrizzazione – in primis psichica – docente-imprenditore.
