La provincia, se agganciata dallo sguardo dei grandi centri città, è fin troppo facile da essenzializzare. Confine bigotto, chiuso in un grigiore che investe piani diversi e profondi: quella della periferia statica e silente è una storia comoda, che si tramanda bene soprattutto in un territorio come quello veneto.
Capita però che in provincia nascano spontaneamente delle iniziative che, con impegno e cooperazione, si sviluppano e raggiungono tante persone. Su un terreno inatteso, ma mai arido, crescono discorsi e pratiche autonomi, che parlano di una specificità rispetto alla politica da grande città. Si tratta di forme di partecipazione che nascono in provincia in quanto tale, da esigenze che, nel loro decentramento, premono con più forza. Forza e rabbia.
Manifesto arrabbiato
Manifesto arrabbiato è il nome del collettivo di Montebelluna che abbiamo incontrato. Da quasi un anno si occupa di dare vita a pratiche transfemministe in un contesto provinciale. Il collettivo risponde ad una necessità fondamentale: costruire uno spazio in cui poter discutere di temi importanti, quali la violenza di genere e l’educazione sesso-affettiva, e agire concretamente con un occhio sempre rivolto alla comunità.
In questo senso, il primo luogo di azione è stata la scuola, crocevia di ragazze e ragazzi con vere esigenze e vulnerabilità, da intercettare con un dialogo alla pari.

Le scuole
Il 7 aprile 2025 è stata fatta partire una petizione, in cui veniva richiesto “l’inserimento immediato di un programma strutturato con interventi sull’educazione alla sessualità, all’affettività ed emotività in tutte le scuole medie e superiori del circondario”, che al momento ha raccolto più di 30.000 firme. La petizione si è dimostrata preziosissima non solo perchè ha avuto grande risonanza, dimostrando quanto ci sia bisogno di portare certe tematiche all’interno del contesto scolastico, ma anche perchè ha avvicinato persone che si pensavano sole nella propria idea di mondo, convinte di dover necessariamente spostarsi verso le grandi città per poter partecipare a presidi, presentazioni, assemblee.
Un inizio che ha portato subito ad altri risultati, come la richiesta di collaborazione da parte del festival Combinazioni, molto partecipato dalle giovani e dai giovani montebellunesi. L’idea partiva dal bisogno di parlare di violenza di genere in modo meno didascalico e più spontaneo, distante da un’impostazione dall’alto. L’informalità del collettivo ha consentito di avere delle conversazioni in cui studenti e studentesse non si sentissero giudicati o in posizione di inferiorità.
Le difficoltà, però, non mancano: non tutte le scuole sono aperte a questo tipo di discorso e, anzi, molte sostengono che la politica debba restare fuori dalle mura scolastiche. Il clima politico attuale certo non aiuta: è delle scorse settimane la notizia dell’emendamento della Lega che modifica il disegno di legge presentato dal Ministro Valditara, che prevedeva l’obbligo del consenso della famiglia per la partecipazione, nelle scuole superiori, a qualsiasi attività legata al tema della sessualità. L’emendamento, approvato dalla Commissione Cultura della Camera, vieterebbe l’educazione sessuale e affettiva anche nelle scuole secondarie di primo grado, ossia le scuole medie; in un Paese, l’Italia, in cui secondo le stime dell’osservatorio di NUDM, i femminicidi nel solo 2025 sono stati 70, mentre sono 62 quelli tentati.
Da qui l’importanza di collettivi come Manifesto Arrabbiato, che provano a colmare un vuoto che la politica continua a nutrire giorno dopo giorno, costituendo un piccolo ma solido ponte tra la comunità e le associazioni locali che si occupano di questi temi quotidianamente.
La piazza
Ma l’esigenza di trattare il tema della violenza di genere travalica le nuove generazioni: il primo passo che ha portato alla nascita del collettivo è stato il flash mob spontaneo del 25/11/2023, in occasione della giornata contro la violenza di genere e in concomitanza con il femminicidio di Giulia Cecchettin. In una zona in cui erano poche le iniziative, la comunità di Montebelluna ha deciso di ritrovarsi e fare un minuto di rumore, per gridare la propria rabbia; e alta è stata l’attenzione anche per altri femminicidi avvenuti in seguito, tra cui quello di Sara Campanella e Ilaria Sula, a dimostrazione del fatto che questi eventi non hanno suscitato solo sdegno emotivo, ma la necessità di ritrovarsi e di organizzarsi insieme.

Obbiettivi
In questo senso, uno dei punti di forza di questo collettivo è l’estrema concretezza degli obiettivi che si pone. Una delle domande a cui ruota attorno è: come rendere accessibile il transfemminismo? Come aiutare le diverse persone di Montebelluna a comprendere che le pratiche transfemministe riguardano tutti e tutte? Non si può pensare di calare dall’alto teorie, definizioni, pratiche che siano scollate dal territorio, come non si può immaginare di organizzare un Pride o un corteo del 25 novembre dal nulla, in un contesto in cui il sottobosco urbano appare lontano da certe riflessioni. E’, anzi, fondamentale costruire un percorso, in cui progetti e servizi realmente accessibili permettano di accorciare la distanza tra termini astratti e vita concreta, e per farlo serve organizzare eventi collaterali, che formino la coscienza delle e dei cittadini e li rendano consapevoli delle discriminazioni a cui donne e persone queer si interfacciano quotidianamente.
Un piccolo passo, per esempio, è stato quello di creare un Punto Rosa al Palio di Montebelluna, che si svolge ogni anno nel mese di settembre. Quello del Punto Rosa è una pratica che in spazi sociali di diverse città si sta già consolidando, e che vuole rispondere a un bisogno reale, ossia quello di dare aiuto e supporto a chi è vittima di molestie o discriminazioni in un contesto di socialità, quale appunto può essere quello del Palio. Può sembrare un’azione piccola, ma l’eco che ha per le persone che attraversano uno spazio è grande: immaginiamo una ragazza che, alla fine di un evento, debba andare verso il parcheggio dell’auto e che non se la senta di fare da sola il tragitto, al Punto Rosa potrebbe chiedere di essere accompagnata da qualcuna. Non si tratta di una banalità: per chi è donna, o socializzata donna, il momento del rientro alla macchina o alla dimora può essere motivo di tensione. Altre buone pratiche messe in campo sono: rendere pubblici i contatti dei CAV (Centri Anti Violenza), diffondere la lista dei Gentilissimi e delle Gentilissime, ossia delle figure sanitarie (ginecologhe/ostetriche) con cui si è avuta una buona esperienza e di cui ci si fida, ma anche segnalare quali farmacie danno la pillola del giorno dopo senza ostruzionismo.
Il senso dell’attivismo nelle realtà piccole è proprio questo: cercare di rendere la vita delle persone meno isolata e più coraggiosa, grazie alla comunità che si ha attorno. Una comunità che, per esempio, può immaginare, a Volpago del Montello, di istituire i Cerchi per le Donne, un’attività dedicata alle mamme migranti che hanno figli piccoli, e che diventa un momento di socializzazione per donne che, per cultura o per razzismo diffuso, rischiano di restare isolate al contesto casalingo; o che decide di organizzare, in contatto con esperienze già in corso, un gruppo di autocoscienza maschile.
Quello che emerge è un progetto che ha una base politica solida e che, grazie a questa solidità, accetta di mettere da parte l’irruenza del “volere tutto subito” e di procedere per piccoli passi: fare attivismo in provincia significa anche scendere a compromessi; significa riconoscere che non tutte le persone partono dallo stesso punto, che alcune hanno avuto la possibilità di studiare in altre città e di accedere a certi discorsi, mentre altre invece da Montebelluna magari non si sono spostate mai, per scelta o necessità, ma hanno comunque sviluppato un interesse o sentono una vicinanza a certi temi.
Fare le cose bene
L’obiettivo è arrivare a fare le cose bene, a prendere per mano una comunità, che non necessariamente per ignoranza, ma perchè inserita entro una certa mentalità, può non rendersi conto di dinamiche oppressive e violente. Che la lotta transfemminista sia una lotta per tutte e tutti è scontato per noi, ma non è detto che lo sia per altre.
Fare le cose bene, inoltre, significa avere cura dello stesso collettivo: a Montebelluna, Manifesto Arrabbiato è l’unica realtà transfemminista e questo pone ognuna/o di fronte alla necessità di trattarla con impegno e premura. “Il centro deve rimanere vuoto” ci spiegano; ognuna/o porta la propria esperienza, le proprie idee, la propria radicalità, ma senza prevaricare sulle altre componenti del collettivo. Non c’è una struttura gerarchica, ma si cerca di organizzarsi orizzontalmente in gruppi di lavoro, secondo un modello “olocratico”, ricordandosi che la partecipazione è volontaria, e deve rispettare i tempi di vita di ognuna.
Ritorniamo a Padova con un’immagine diversa di Montebelluna, più complessa, più potente. Abbiamo trovato delle compagne in gamba. Manifesto Arrabbiato è un progetto che vuole cambiare la narrazione attorno ai contesti provinciali, intesi spesso come luoghi di scarto e di bigottismo, riportando pratiche pensate come esclusive dei grandi centri culturali in luoghi marginali. Il femminismo di provincia ci pone davanti alla necessità di decentrare il nostro sguardo e di porre l’attenzione su pratiche di resistenza nuove, radicali e radicate in un territorio a cui si può immaginare di fare ritorno.
