di Livia Pinzoni e Tommaso Vidal per CoRDA
Il caso Padova: laboratorio di repressione
È di pochi giorni fa la notizia che, per la prima volta dopo anni, la governance dell’Università di Padova ha dato mandato per lo sgombero di uno spazio occupato da studentesse e studenti appena 24 ore prima. Si tratta dello studentato Meneghetti, chiuso da oltre dieci anni per motivi di sicurezza (anche se poi a ben vedere i problemi di agibilità riguardavano solo una parte dello stabile) e mai ristrutturato. E per motivi di sicurezza è stato anche giustificato lo sgombero, nascondendo il sistematico asservimento alla linea ministeriale dietro la “salvaguardia degli stessi occupanti abusivi”.
Sì, perchè il sospetto ci viene che dietro queste operazioni ci siano precise direttive ministeriali, come suggerisce il ringraziamento pubblico della ministra Bernini alle forze dell’ordine per il tempestivo ripristino della legalità a Padova. Sembra proprio che la rettrice dell’ateneo patavino abbia deciso di prendere alla lettera la circolare di Mancini, segretario generale del MUR, nella quale invitava rettori e rettrici proprio a ripristinare l’ordine nelle università, a porre fine a tutte queste occupazioni per garantire il diritto allo studio.
Il caso padovano non è un’eccezione. È un sintomo. Mostra in piccolo le trasformazioni profonde che stanno investendo l’università pubblica, l’idea stessa di formazione e gli interessi del Governo in questa ristrutturazione. Per capirlo, prendiamo proprio Padova come caso esemplare. Negli ultimi sei mesi la ministra Bernini ha visitato l’Ateneo patavino ben quattro volte, quasi di nascosto, peraltro. A maggio è stata al complesso Vallisneri, a visitare un nuovissimo laboratorio all’avanguardia di biomedicina molecolare; ad ottobre al conservatorio Cesare Pollini per l’evento nazionale promosso dal MUR e dedicato all‘alta formazione artistica, musicale e coreutica; e poi la vetrina del nuovo studentato “Camplus Padova Turazza” (privato e di lusso, naturalmente). Immancabile infine la passerella a fianco della rettrice per accogliere una studentessa e un ricercatore palestinese (delle borse per students and scholars at risk ne abbiamo già parlato qui).
Tutte visite mai annunciate, solo con la governance, evitando ad ogni costo contraddittori e contestazioni. Luoghi e modalità riflettono le linee guida di questo governo per l’università: incontri a porte chiuse con i vertici, laboratori all’avanguardia in edifici che però cadono a pezzi, residenze private di lusso in città che stanno vivendo una crisi abitativa pesantissima, il conservatorio, simbolo di una produzione artistica che, svuotata del suo valore, serve a questo Governo solo per “rafforzare il dialogo tra arte, università e impresa”. Ecco il cuore del programma politico che il ministero, con la complicità della quasi totalità di rettori e rettrici, sta realizzando: valorizzare la macchina produttiva silenziando i lavoratori, concentrarsi sull’apparenza e sull’efficienza dimenticando il contenuto, premiare l’eccellenza per eliminare le alternative.
E infine veniamo alla passerella per la Palestina, che consente a ministra e rettrice di costruire una narrativa di chi “è sempre stato dalla parte giusta”. Poco importa se a questa storia non crede nessuno, ciò che conta è, ancora una volta, l’apparenza. Dietro le quinte, infatti, UNIPD continua a intrattenere rapporti solidi e proficui con università e aziende israeliane. C’è un memorandum d’intesa con il Sapir Academic College, università che dall’ottobre 2023 al febbraio 2024 ha funzionato come base logistica dell’IDF. C’è un progetto Horizon da 5 milioni di euro con Q.M. Technologies, azienda israeliana che ha collaborato alla creazione del primo quantum centre, definito un elemento chiave nello sviluppo e nella logistica militare dello stato sionista (e ce sono anche molti altri, per approfondire qui). E non dimentichiamo che l’Università di Padova continua a stipulare accordi con aziende italiane attivamente coinvolte nel genocidio, come Leonardo ed Eni, colossi che con i loro finanziamenti privati stanno occupando spazi sempre più ampi all’interno delle università italiane soffocate dal taglio dei fondi pubblici.
La nuova macchina universitaria: flessibile, precaria, produttiva
In fondo la mano che apre le porte delle università alle aziende belliche è la stessa che soffoca l’università inasprendo la fase di definanziamento strutturale che la ricerca e la formazione (e in generale il welfare pubblico) stanno vivendo ormai da decenni. Certo, per avere un’università pronta e arruolata nella produzione – bellica ma non solo – servono alcuni interventi, anzi una riforma pressoché strutturale che fornisca agli investitori un quadro normativo sicuro e affidabile.
Lo scorso anno era stato il turno della forza lavoro precaria della ricerca post-dottorale: una selva di figure che sarebbe generoso definire para-contrattuali, ma che avrebbero dovuto assolvere allo scopo di fornire la necessaria flessibilità ed economicità alle università, sempre più assimilate a un datore di lavoro privato. Non è infatti un caso che le relazioni di accompagnamento si scagliassero contro i problemi della contrattazione tra sindacati e ARAN che avevano ‘bloccato’ i contratti di ricerca introdotti dal governo Draghi nel 2022 (ma utilizzabili solo dal gennaio di quest’anno). Una riforma che in ogni caso le piazze in lotta del personale precario e la stessa Europa avevano rigettato e bloccato, ma che con un gioco di prestigio il governo è riuscito a far passare, inserendo a forza l’emendamento Occhiuto-Cattaneo in un decreto urgente legato allo stanziamento dei fondi PNRR. Così le università, o meglio le governance universitarie, hanno finalmente avuto le figure lavorative flessibili e precarie di cui avevano bisogno: gli incarichi post-doc e gli incarichi di ricerca. I primi pensati per tamponare la carenza strutturale di personale strutturato impegnato, oltre che in ricerca, anche nella didattica; i secondi per sostituire gli assegni, veri immortali dell’università post-Gelmini; entrambi iper-precari e privi di qualsiasi percorso chiaro di inserimento e stabilizzazione (ma è decisamente questo il loro senso).
Sapevamo che non sarebbe finita con la riforma (più o meno passata) del cosiddetto pre-ruolo. Già nell’inverno dello scorso anno circolavano voci di una riforma generale della governance universitaria, a cui stava lavorando a porte rigorosamente chiuse una commissione ministeriale. Come la ministra e le sue comparsate, anche il MUR si muove in sordina, riformando l’università pezzo per pezzo. Ora tocca al reclutamento del personale di ricerca, oggetto del DDL 1518, e all’ANVUR, l’agenzia indipendente (più o meno) incaricata della valutazione qualitativa della ricerca, sui cui pende l’atto di governo n. 304. Si tratta di due interventi che, per quanto separati, sono in realtà profondamente connessi, sia dal punto di vista istituzionale, sia da quello ideologico e politico. Se con la riforma del reclutamento (che prevede l’abolizione del meccanismo dell’Abilitazione Scientifica Nazionale) si cerca di responsabilizzare le università nelle proprie assunzioni, accelerando la loro trasformazione pratica in aziende e datori di lavoro, con la riforma dell’ANVUR si vuole imbrigliare e porre sotto il diretto controllo ministeriale l’organismo che esprime le linee guida per la valutazione della ricerca. Se finora l’ANVUR, un’istituzione problematica sin dalla sua origine, era stata almeno formalmente indipendente, ora il ministero potrà influenzare direttamente e in maniera sostanzialmente unilaterale le nomine dei suoi organi direttivi, le linee guida con cui verrà valutata la ricerca e, soprattutto, sguinzagliarla a comando laddove necessario. Per non parlare infine delle indiscrezioni secondo cui il governo sta pensando di inserire almeno una nomina ministeriale nei CdA delle università e di estendere a otto anni il mandato dei rettori, sempre più dei CEO delle aziende-università.
Dal dissenso alla produzione: la nuova funzione dell’università
Letta così sembrerebbe quasi una riforma con cui il potere politico stringe la mano attorno alle università, preparando gli strumenti per controllare e reprimere il dissenso. Ma di che dissenso e di che disciplinamento stiamo parlando? Di certo non in primo luogo di quello politico e antigovernativo. Al netto della grande attivazione per la Palestina (già in una fase di sostanziale riflusso), le università non sono più dei grandi laboratori del dissenso pubblico, per quanto ancora così vengano talvolta percepite e immaginate. La pressione combinata di carenza strutturale di fondi e di precariato sistemico dell’università post-Gelmini ha pesantemente depoliticizzato le generazioni più giovani di personale ricercatore, anche in ambiti tradizionalmente più impegnati come quelli umanistici. Mettendo assieme i frammenti di questa riforma e guardando non tanto al dettato normativo ma alle relazioni di indirizzo politico che accompagnano le proposte, è però possibile cogliere in filigrana il piano d’azione del governo.
Ciò che deve essere disciplinato è infatti il lavoro svolto all’interno delle università e in particolare il lavoro di ricerca. Se (citiamo dalla riforma ANVUR) un “sistema universitario ad alta intensità scientifica e qualitativa” deve supplire alla “mancanza di risorse naturali strategiche” e a “un aggravamento delle tendenze demografiche negative”, allora non ci si può permettere una forza lavoro indisciplinata e non allineata alle direttive di riconversione imposte dall’economia di guerra. Se il capitalismo bellico e tecnologico deve essere la linfa vitale dell’università priva di finanziamento pubblico, allora si deve aspettare di trovare una forza lavoro assimilata a quella privata. Così, il governo insiste su concetti e lessici legati alla produttività, alla flessibilità, all’efficienza e all’impatto socio-economico (con una chiara strizzata d’occhio alla parte economica del binomio) sul tessuto produttivo.
Insomma, sballottate e riformate, la forza lavoro e la ricerca si scoprono parte del medesimo sistema produttivo che sfrutta dentro l’università il personale tecnico e amministrativo, il personale esternalizzato di biblioteche, musei, portinerie e pulizie, e fuori dalle università tutto il resto della forza lavoro. Con tutta la volgarità del potere, il governo ha reso evidente ciò che già sarebbe stato chiaro se decenni di frammentazione e depoliticizzazione non avessero martoriato la ricerca: l’università è un luogo di lavoro in cui si riproduce il sistema e si produce per esso. Ricercatrici e ricercatori iniziano a rendersi conto che loro malgrado, nonostante una certa narrazione romantica della ricerca, sono chiamate a produrre merci immateriali, che i privati che sempre più terranno in piedi il sistema accademico richiedono e utilizzano per il proprio tornaconto e i propri profitti.
Nel piano divide et impera del governo, che vuole disciplinare e arruolare nella produzione pezzo per pezzo il mondo accademico, partendo dalle sue componenti più fragili, il personale dell’università si scopre quindi parte della medesima forza lavoro. I ruoli diversi che copriamo non ci devono allora distrarre e non possiamo sperare che la salvezza arrivi dalla stessa Europa che ha varato un colossale piano di riarmo e incoraggiato i progetti di ricerca a uso militare (il cosiddetto dual use) nei nuovi fondi Horizon. La risposta dovrà partire dai nostri stessi luoghi di lavoro, dalle piazze e dalle lotte. Il personale dell’università ha bisogno ora più che mai di presentarsi come classe unita, accomunata dal definanziamento e dall’assimilazione dell’università pubblica a un datore di lavoro privato. Avrà bisogno di parlare con lavoratori e lavoratrici impiegate nella formazione primaria e secondaria, pure sotto un brutale attacco, con quelle che tengono in piedi un boccheggiante sistema sanitario nazionale, con tutte le categorie sfruttate e piegate ora alla riconversione bellica di un’economia in crisi.
