di Cecilia Beretta
É meglio essere felici tutti allo stesso modo o tutti diversamente infelici ?
Il film Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’oro quest’anno a Venezia, esce al cinema nel momento più indicato, il Natale, per metterci di fronte alle infinite combinazioni a cui le famiglie infelici possono dare vita, in questo periodo con estrema inventiva.
Tre episodi: il primo, Father, è ambientato in un paesaggio innevato degli Stati Uniti all’interno del quale si muovono due fratelli che non si vogliono tanto bene, un ingenuo Adam Driver e una acidissima Mayim Bialik, e il loro solo apparentemente indigente, trasandato e inaffidabile padre, Tom Waits.
Il secondo, Mother, nel quale assistiamo all’incontro annuale a base di tè e pasticcini tra la gelida scrittrice impersonata da Charlotte Rampling e le due figlie, una improbabile e intimidita funzionaria statale (Cate Blanchett) e l’eterna adolescente dai capelli rosa Vicky Krieps e infine Sister e Brother, dove avviene il ricongiungimento, in una Parigi dal sapore newyorkese, di due gemelli che visiteranno per l’ultima volta l’appartamento in cui sono cresciuti dopo la morte improvvisa dei propri amati genitori.
In tutti e tre gli episodi tornano ossessivamente gli stessi elementi, come un ritornello o una filastrocca. In tutte e tre le parti viene recitato il modo di dire intraducibile “and Bob is your uncle”, una sorta di via di mezzo tra “detto fatto”, “e stai a cavallo” che trova origine nella nomina da parte del primo ministro britannico Robert Cecil del nipote Arthur Balfour come Capo Segretario per l’Irlanda, ma si riaffacciano anche gli orologi Rolex, rotti in un incidente aereo, falsi per finta e falsi per davvero, le automobili, vecchie, nuove, ibride, scassate e soprattutto gli skaters, simbolo di libertà, anarchia, leggerezza, una comunità priva delle nevrosi familiari che attraversa la città fermando il tempo.
In tutti e tre gli episodi qualcosa si inceppa nel percorso. Durante Father un cartello giallo ci avverte subito che stiamo imboccando la “WRONG WAY”, quasi a ricordarci che così non può funzionare e che dovremmo subito fare dietrofront e sottrarci, ma nessun dietrofront è possibile; a Dublino Cate Blanchett si ritrova con la macchina in panne e in Francia una deviazione rallenta il cammino dei due figli che non hanno più genitori dai quali fare ritorno.

Negli intermezzi tra gli episodi alcuni lustrini impazziti si inseguono sullo schermo danzando sulla elegante colonna sonora composta da Jarmusch e la cantautrice Anika che riprende più volte gli stessi pezzi, meravigliosa la scelta di These Days di Nico, quasi a ricordarci che per quanto le infelicità si distinguano le une dalle altre, la melodia di fondo è sempre la stessa.
I protagonisti, concessione parziale anche all’onnipresente Vaccarello di Saint Laurent che ha prodotto il film, indossano tutti colori che si richiamano a vicenda, come in una sorta di DNA visibile. Tom Waits e i due figli in color vinaccia, Charlotte Rampling e le sue ragazze in rosso e i due gemelli con il chiodo in pelle nera. Qualcosa di famiglia resta anche quando la famiglia sembra non esistere più se non nelle vecchie fotografie un po’ ingiallite sul caminetto.
Le consuetudini nonostante tutto vanno rispettate e i protagonisti che non hanno nulla da festeggiare si chiedono in continuazione se sia lecito brindare con dei bicchieri d’acqua, con il tè o con delle tazzine di caffè, quasi incapaci di capire cosa augurarsi l’uno con l’altro. Forse i brindisi analcolici portano sfortuna, però sembra del tutto accettabile ingannare i propri figli, tenerli glacialmente a distanza affinché “non smuovano le acque”, umiliare i propri fratelli e sorelle.
Se il primo episodio rappresenta un rapporto impossibile in cui l’archetipo di padre viene rovesciato nel suo opposto, nel secondo incontriamo tre donne diversamente fragili e incapaci di mostrare amore, nascoste da un vaso di fiori che invece di provocare allegria si fa barriera e imbarazzo, in cui due sorelle, pecora e dragone nell’oroscopo cinese, ci mettono davanti all’incapacità di condividere qualcosa pur essendo sangue dello stesso sangue. Nemmeno l’odio per una madre che rifiuta di esserlo, se non per versare il tè.
“Shall I be mother?” chiede ad un certo punto infatti la Rampling, modo di dire inglesissimo per chiedere se si può servire il tè. Al che la figlia minore le risponde “Dovrai pur iniziare prima o poi” tra i sorrisi di circostanza delle altre due.

Qual è la chiave per sfuggire a tutto questo sembra chiedersi Jarmusch mentre si diverte a giocare con i dolori altrui, con riprese dall’alto e primissimi piani?
Forse la Francia, forse crescere in una famiglia che ha radici in molti luoghi, forse essere genitori che rischiano e vivono pericolosamente la vita e i sentimenti. Avremo sempre Parigi, come ricorda Bogart in Casablanca, una Parigi del 2025 in cui una vita, anzi due, possono essere chiuse dietro la saracinesca metallica di un deposito e una vecchia novecentesca portinaia spezza la nostalgia dei due ragazzi per ricordare loro che il tempo del ricordo ha una fine e quella fine è il futuro. I due fratelli che sono appena rimasti orfani sono tristi, ma non infelici. E sono due cose molto distinte.

Il film si conclude su una musicassetta con un cuore disegnato a pennarello, una canzone che racconta di sogni abbandonati ma che ci comunica il contrario, cioè che forse una via d’uscita c’è ed è stare seduti in macchina con chi amiamo ad ascoltare una canzone che non smette di parlarci.
Se Mother e Father sono spacciati e non c’è in vita spazio per uno spiraglio di luce in questo ruolo, i fratelli si possono salvare. Con l’aiuto di un po’ di microdosing e affetto possono sfuggire alla deriva. Ma i figli in tutto ciò?
Se gli altri ruoli per scelta o per destino possono non appartenerci, essere figli è l’unico ruolo al quale non si scampa ed è l’unico che Jarmusch lascia platealmente fuori dall’inquadratura. Se siamo su questa terra é perché siamo figli di qualcuno, nostro malgrado o con grande gioia e, pur nella trasformazione, lo restiamo per tutta la vita.
Il fiume non può scorrere al contrario, ci hanno raccontato, però ad un certo punto accade. I ruoli si scambiano e anche chi non ha mai voluto diventare genitore lo diventa dei propri o affitta il tempo di qualcuno perché lo faccia al posto suo.
In questo periodo festivo Jim Jarmusch ci porta dove non vorremmo essere ma siamo costretti in qualche modo a tornare. Come lustrini impazziti, particole di luce legate da sangue, ricordi e senso di colpa ma anche da un indefinibile senso di, se non amore, appartenenza, un tono di colore che sta bene a tutta la famiglia, delle vecchie fotografie di un’infanzia che si é immaginata felice.
Che cosa resta dunque quando la famiglia esplode e i suoi frammenti si spargono per il mondo?
Parole taglienti, modi di dire, lancette che scorrono sincrone, ma anche il caos, l’indefinibile sorriso agli angoli della bocca in attesa di un Uber, un abbraccio fugace sul vialetto di casa, la pace data da un lago ghiacciato, l’abbraccio sul pavimento di una casa sfitta, e anche se Bob is not your uncle, è fatta.
