di Filippo Grendene
Il governo Meloni ha esplicitamente impostato una strategia istituzionale intesa a contrastare l’egemonia culturale della sinistra. (Che nell’Italia del 2020 regnasse ancora un’egemonia culturale di sinistra è tutto da dimostrare: ne basta lo spauracchio).
Nelle intenzioni non è solo una questione di nomine e di posti da occupare, ma ci sarebbe una dettagliata base ideologico-teorica: si attacca la sinistra radical-chic proponendo una cultura genuinamente nazionale, che non indugi in sterili intellettualismi ma parli alla gente normale; niente schwa né asterischi, basta con l’ideologia gender nelle sue declinazioni; torniamo a una scuola che guardi al paese: liceo del made in Italy, tecnici professionali; centralità del 4 novembre e del 10 febbraio; finiamola con gli astratti dibattiti fra i residenti delle ZTL. La strategia del governo – che in realtà è quella di Fratelli d’Italia – si basa su un assunto: in un mondo in cui la polemica è diventata il nocciolo della comunicazione politica, la cultura torna ad avere una centralità non in sé ma a un secondo grado: sulla polemica che può generare.
Se non si tratta solo di posti da occupare, però, si tratta anche di questo: perché si possa cambiare è necessario anche avere gli uomini giusti nei posti giusti. O le donne.
Negli scorsi due mesi alla Fenice si è verificato uno di questi avvicendamenti, con la nomina di Beatrice Venezi alla carica di Direttore musicale. Le modalità della nomina hanno portato prima l’orchestra, quindi l’assoluta maggioranza dei lavoratori del teatro a varie forme di protesta, quindi allo sciopero, infine a una manifestazione lunedì 10 novembre. Ripercorriamo quel che è successo.
Cosa è successo?
Al teatro La Fenice lavorano circa 300 persone assunte, più complementi in occasione degli spettacoli. Esistono quattro gruppi di dipendenti: l’orchestra, il coro, le maestranze tecniche, gli amministrativi. Oltre a questi, c’è la dirigenza, all’interno della quale il direttore musicale gode di una importanza fondamentale, dovendo lavorare con orchestra e coro.
Il mondo del teatro è fatto di regole e di prassi, poco conosciute fuori dall’ambiente ma facilmente comprensibili. Prassi vuole che il direttore musicale di un teatro debba, prima dell’assunzione, aver lavorato con l’orchestra. Roberto Cordella, nella RSU del Teatro, ci spiega: «Prassi prevede che il direttore conosca bene l’orchestra, che ci abbia lavorato; che si chieda alle prime parti dell’orchestra per capire che se ne pensa. Infatti, se non c’è un buon parere sul direttore musicale, l’intera esecuzione diventa un problema. Il direttore musicale coadiuva il sovrintendente nella scelta dei cantanti, dei brani; ha un ruolo apicale. In più quando suona con l’orchestra dovrebbe essere anche, in una certa misura, un’insegnante».
Dopo vari rumors usciti nel corso dell’estate, il 22 settembre viene annunciata la nomina di Beatrice Venezi senza alcun confronto con i lavoratori della Fenice. Viene convocata un’assemblea di coro e orchestra, poi allargata a tutti i lavoratori, che richiede rispetto del proprio ruolo. Succede qualcosa che, probabilmente, né chi ha spinto per questa nomina – ufficialmente il soprintendente, Colabianchi; dietro di lui però si può vedere nettamente altri, più noti, volti – né chi l’ha subita aveva immaginato: si inizia a discutere del fatto a livello nazionale, poi internazionale; i lavoratori non indietreggiano, ma assumono posizioni sempre più compatte; si arriva allo sciopero del 17, con la manifestazione suonata in campo Sant’Angelo, e la manifestazione del 10 novembre; il pubblico sostiene compatto i lavoratori del Teatro.
Il parere della RSU
Chiediamo qualche ulteriore informazione a Roberto Cordella rispetto al punto di vista dei lavoratori. «Noi non abbiamo mai voluto affrontare la questione sul livello politico. È un punto importante: le critiche non sono state fatte alla persona in sé, ma al metodo. Quando sono uscite le voci sulla Venezi io, che sono macchinista, ho chiesto ai colleghi coristi, che ne sanno. Hanno detto che questa persona non ha un curriculum incredibile, che è giovane, ma soprattutto – che è quel che importa non è stata rispettata la prassi che vige in qualsiasi orchestra. Non è una regola scritta ma una prassi, che ha le sue evidenti ragioni. I colleghi musicisti dicono che non possono giudicarla direttamente, non avendo mai suonato con loro, e che dunque non vogliono prendere la questione da questo punto di vista: il punto cruciale resta è il metodo.
Chiediamo conto dei passaggi che sono stati fatti con chi siede nella fondazione. «Il soprintendente prima ha promesso un confronto, poi l’ha nominata per quattro anni. Ci siamo sentiti presi in giro. Questo ha creato un senso di sfiducia verso lo stesso soprintendente, che prima non c’era.
Quando poi c’è stato l’incontro con Brugnaro, è stata proposta una soluzione dai sindacati: revocate la nomina, poi facciamo un percorso di un anno e ne riparliamo. Non c’è stata alcuna revoca, non hanno accettato la nostra soluzione. Poi da parte del soprintendente, dopo una riunione in cui si è scusato, c’è stato solo un grande silenzio. Tutto ciò non ha fatto che ingrandire la questione».
I lavoratori, la paga, la disposizione allo sciopero
Un altro elemento importante, in questa vicenda, riguarda l’unità che i lavoratori, subito dopo la lettera diffusa da orchestra e coro, hanno trovato. Non è scontato, i mestieri coinvolti, per quanta perizia comportino, sono molto diversi fra loro, così come i riconoscimenti e l’esposizione pubblica. Come si diceva, il teatro è un luogo di lavoro complesso, che coinvolge centinaia di figure altamente specializzate. Chiediamo a Roberto un parere sull’unità raggiunta.
«La RSU della Fenice è stata in questi mesi molto compatta, ma su questo, parlando di letture, di opinioni, ti devo dare la mia opinione personale. Prima di diventare fondazioni, i teatri erano sotto il Ministero della cultura; ed erano pubblici. I soldi, bene o male, arrivavano. Poi sono state create le fondazioni, sperando che con l’ingresso dei privati arrivassero soldi… In realtà non è stato così: solo la Scala riesce a far girare qualcosa.
Prima i teatri avevano disponibilità economica, ora no.
Inoltre, il CCNL è stato rinnovato economicamente solo lo scorso anno: dopo 20 anni. Il potere d’acquisto reale è diminuito del 30%. Le persone che prima avevano una certa busta paga hanno visto la busta paga rimanere uguale. Questo ha portato molti lavoratori a concepirsi diversamente, a pensare alla propria situazione come comune. Diciamolo chiaro: la disponibilità alla mobilitazione spesso non è una questione di diritti teorici e di libertà teorica; molti si siedono sugli allori, finché non ti toccano il portafoglio.
Ecco qui il punto: il CCNL è stato rinnovato con aumenti del 4%, che non sono niente rispetto alla perdita.
Inoltre c’è la questione delle professionalità: la busta paga era giusta in relazione alla professionalità; anche noi, come tecnici, dobbiamo fare un concorso, sei mesi di prova… Professionalità alte. La busta paga di adesso è un problema vero, infatti ci sono problemi anche a trovare persone che vengano a lavorare. La gente è un po’ più consapevole che ci sono dei diritti da tenere.
Così arriviamo ad oggi. Anche per le paghe basse c’è più attenzione e più attivismo. Quando ti mettono con le spalle al muro, poi dopo reagisci.
E soprattutto c’è questa unità. Un’unità che abbiamo visto l’ultima volta solo nel 1996, quando c’è stato l’incendio. Naturalmente nel lavoro quotidiano i reparti stanno un po’ per i fatti loro, un po’ di campanilismo c’è… Però quella volta, davanti alle fiamme, c’è stata unità; e non l’ho più visto fino ad ora».
Oltre ai lavoratori, il pubblico: Sconcerto grosso
Nella specificità di questa vicenda gioca una parte anche il ruolo del pubblico. La solidarietà di molti habitué con i lavoratori del teatro non è stata passiva, ma si è data forma attiva con la costituzione di un gruppo informale, Sconcerto grosso, che ha seguito tutti i passi della vicenda fornendo quando possibile il proprio sostegno, in termini di parola e di presenza. Abbiamo uno dei fondatori, nostra vecchia conoscenza, Giorgio Peloso Zantaforni, che ci ha spiegato cos’hanno deciso di fare, subito allargando lo sguardo dalla vicenda della Fenice.
«Nasce come gruppo autogestito, non riceviamo finanziamenti, abbiamo ricevuto un discreto riscontro mediatico nelle ultime settimane. Abbiamo espresso un concetto molto semplice: auspichiamo una maggiore libertà della cultura di autodeterminarsi. In questo caso della Fenice, me non è solo della Fenice. Non siamo un contraltare della Fenice o dell’Orchestra; abbiamo come ruolo quello di riprenderci uno spazio di cultura che una certa destra vuole conquistare con una sorta di neocolonialismo culturale».
Il Codice dello spettacolo
Giorgio ci spiega come, a loro parere, quello che sta succedendo abbia diverse ragioni; ma una, in particolare, travalica le dimensioni del fatto stesso, e riguarda il Codice dello spettacolo per il quale il governo si è firmato la delega. Circolano delle bozze, nelle quali due elementi risaltano, l’uno ideologico, l’altro politico. «Dicono di incentivare la produzione lirica musicale e coreutica nazionale. Inserire nei programmi annuali opere di composizioni nazionali. Non so se ci rendiamo conto che la maggior parte delle opere rappresentate è già di origine italiana, per ragioni storiche. Che senso ha tutto questo? Ha senso nel momento in cui si vuole descrivere con una pennellata fatta di revisionismo culturale, di sciovinismo, una certa azione politica». La seconda è l’eterna imprenditorialità, ormai inserita in qualsiasi meandro del settore pubblico italiano; a teatro, però, ha delle ricadute immediate ed evidenti: si dovrà badare a staccare biglietti, mettere in cartellone opere che vanno, adeguarsi ai gusti. Al di là della discutibilità di un criterio del genere, è necessario collocarlo nel contesto Veneto: abbiamo l’Arena e la Fenice, e i grandi numeri del pubblico sono necessariamente quelli del turismo di massa. Sono anni che per la lirica in Arena sono previsti biglietti turistici per mezzo spettacolo, per fruitori che richiedono soprattutto un’esperienza “instagrammabile”.
Le ragioni dei piani alti
Per tornare all’argomento, chiediamo a Giorgio le ragioni dei piani alti. Ancora una volta, perché la Venezi?
«Perché non avevano di meglio. Così come mi mettono Giulio Base in ambito cinematografico, così fanno anche con l’opera lirica e la musica colta (loro la chiamano musica classica, non hanno nemmeno la raffinatezza culturale per usare le parole giuste – non basta, bisogna dire a Giuli, mettersi un papillon).
Perché? vogliono occupare tutte le caselle della cultura, ma non hanno di meglio da proporre. Ma torniamo alla questione del rifiuto da parte dei lavoratori. Oltre alle prassi e alle regole, c’è un’altra questione, di buon senso – visto che si riempiono la bocca di questo termine. Il buon senso ci dice che chi dirigerà un’orchestra – la quale è un animale complessissimo – deve avere la possibilità di essere provato, discusso, annusato. Si fa questa analogia: pensate se avessimo degli operai che si scelgono il proprio direttore di fabbrica… Ma questo non è possibile, perché quella dell’orchestrale è la figura di un professionista che non ha un rapporto passivo, ma un rapporto attivo con chi dirige! Perché funzioni quest’arte, serve una certa armonia d’intenti.
Ad ogni modo, non hanno capito una cosa: per fare cultura non si può occupare le caselle, bisogna studiare. La risposta a questa prepotenza istituzionale senza precedenti deve essere una rivoluzione culturale – è così che si risponde. È necessario fornire risposte del genere, ferme e ampie, a una cultura d’accatto, volgare, dozzinale. Possiamo fare bene se riusciamo a mettere assieme tutte quelle realtà culturali che sono latenti. Non solo il teatro, non solo Venezia. Dobbiamo fare un ragionamento culturale ampio per risemantizzare questa rivoluzione e portarla a un livello superiore».
Salutando Giorgio, pensando alle parole di Roberto, ci troviamo a riflettere su come sia tornato facile passare dal particolare al generale, da una paga che non tiene il passo con l’inflazione alla critica delle prepotenze istituzionali, da 180 abbonati che non rinnovano l’abbonamento alla necessità di una cultura diversa. Ringraziamo i lavoratori della Fenice e gli spettatori per questi salti, che non sono più impossibili da qualche tempo a questa parte.
