di Martina Greco
Scrivere una recensione de Il monastero di Zachar Prilepin nel dicembre del 2025 è un compito assai arduo. Prilepin è attualmente uno dei più convinti sostenitori della guerra in Ucraina, alla quale ha anche preso parte attiva sia prestando servizio militare che facendo propaganda politica e culturale. Conoscendo la sua fascinazione per la politica muscolare dei vari autocrati russi – Putin compreso –, ho cominciato questo libro con la ferma convinzione di avere di fronte un pamphlet giustificazionista del terrore sovietico, magari piatto, semplicistico e ideologizzato: lo avrei letto velocemente e ne avrei estrapolato le debolezze e il prevedibile messaggio politico, che sarebbe stato una variazione sul tema del gulag come “male necessario al benessere e alla modernizzazione del paese”, un’argomentazione cara all’odierno discorso ufficiale russo. Eppure, si è rivelato tutto molto più complicato di così. Ma procediamo con ordine.
Pubblicato nel 2014, Il monastero (Obitel’) narra le avventure di Artëm Gorjainov, un criminale detenuto alla fine degli anni ’20 nel campo di lavoro forzato delle isole Solovki, nell’estremo nord-ovest della Russia. Il romanzo si compone di due parti centrali, corredate da una serie di microsezioni: una prefazione dell’autore, una postfazione, gli stralci del diario fittizio dell’amante di Gorjainov, Galina Kučerenko, e un epilogo. Nell’edizione italiana, edita da Voland e tradotta da Nicoletta Marcialis, è stato inserito in appendice anche un saggio della traduttrice.
La trama è costituita da una sequenza di eventi e descrizioni che, da ultimo, servono a tracciare un quadro ampio e complesso del microuniverso del lager. Così il lettore segue il protagonista durante le sue numerose peregrinazioni tra i vari luoghi che costellano e compongono questo universo: le baracche delle compagnie di detenuti, il lazzaretto, l’isola di Bol’šaja Muksol’ma, l’isola delle Volpi e la cella di isolamento posizionata sulla cima della Sekirnaja gora, la montagna Sekirnaja o Sekirka, in italiano tradotta come “La Scure”. Luogo torvo e feroce, la Scure ospita le manifestazioni più efferate della violenza arbitraria che dilania la vita nel campo, sul cui orrore l’autore non sorvola affatto:
Nel vano della porta comparvero un soldato dell’Armata Rossa e un čekista con la giacca di pelle. Il čekista aveva un sorriso dolce e rassicurante da ruffiano. Nelle mani reggeva una grande campanella, continuava a farla tintinnare, e nessuno osava turbare quel suono con un grido o una parola. Il soldato prese per la collottola il primo detenuto che trovò accanto alla porta e lo tirò fuori. La porta si richiuse. La campanella si allontanò. Rimasero tutti in ascolto, come se quello fosse un segno, la promessa di qualcosa di misterioso. Ciascuno capiva che, finché la campanella suonava, non sarebbe successo nulla. La campanella tacque – e subito si udì uno sparo (p. 542).
In questo inferno, il ruolo di Gorjainov è quello di fungere da salvacondotto per garantire l’accesso del lettore all’isola-prigione ricostruita da Prilepin e mostrargli la varietà dei suoi abitanti, la durezza delle sue condizioni e le aporie del suo assetto sociale. Per questo motivo, il personaggio principale è forse il meno interessante: rude e apolitico, fortunato ma apatico, scaltro ma non geniale, empatico con i deboli ma ammaliato dai forti, Artëm Gorjainov è una mosca che ci conduce negli anfratti del primo gulag della storia sovietica – una mosca che, in coerenza col gusto prilepiniano, ricalca abbastanza fedelmente lo stereotipo del russo duro dal cuore tenero. Attorno a lui si muove una lunga sequenza di personaggi intriganti e ben costruiti, ognuno dei quali rappresenta una diversa tessera del composito puzzle antropologico delle Solovki: il poeta disilluso e pragmatico Afanas’ev, l’ex bianco Vasilij Petrovič, l’ecclesiastico Ioann, i cospiratori Mezernickij e Burcev, la čekista Galina e il direttore del lager Fëdor Ivanovič Ejchmanis (quest’ultimo realmente esistito). Per mezzo dei loro lunghi dialoghi (in alcuni casi, soprattutto quando a parlare è Ejchmanis, più che dialoghi si tratta di monologhi) si delineano le varie interpretazioni storico-filosofiche del fenomeno delle repressioni sovietiche, che Prilepin cerca di indagare tramite il ricorso a una narrazione corale che dia spazio a punti di vista differenti. A tal proposito, è possibile isolare tre prospettive dominanti: quella antibolscevica, sostenuta prevalentemente dai vecchi combattenti della guardia bianca, quella bolscevica, propugnata dai quadri dirigenziali, e quella religioso-escatologica dei rappresentanti del clero ortodosso. Così, mentre per Vasilij Petrovič non può esservi giustificazione alla brutalità sistemica del lager perché “Qui la gente mu-o-re! Ogni giorno c’è qualcuno che muore! Questa è la realtà delle Solovki” (p. 347), Ejchmanis insiste sul ruolo rieducativo del campo e sugli aspetti virtuosi della sua organizzazione interna, dove a tutti è permesso di riscattarsi:
“Chi dirige le ricerche scientifiche? […] L’intellighenzia borghese e gli ex controrivoluzionari. Chi recita a teatro? Ancora loro. Chi organizza le attività nel club, chi organizza il lavoro educativo nei circoli, chi tiene le lezioni? […] Questo non è un campo di lavoro forzato, è un laboratorio!” (p. 288).
Sui due schieramenti politici si erge la lettura cristiano-ortodossa di padre Ioann, che intima il protagonista ad accogliere la sofferenza in quanto strumento di redenzione spirituale non solo per se stesso, ma per l’intera nazione. Nella visione di Ioann, la Russia, sebbene temporaneamente soggiogata dai bolscevichi, nasconde ancora nel proprio ventre l’essenza del paese santo che, in coerenza con il concetto di “Mosca, Terza Roma”, costituisce l’ultimo avamposto della cristianità:
“Si deve assolutamente difendere la Santa Rus’, poiché la Rus’ è ancora qui, è sotto i nostri piedi, e le nostre piccole premure le riscaldano il cuore. […] Non protestate, sopportate fino in fondo: la rassegnata sopportazione delle afflizioni ci conduce tra le braccia del signore della vita, il suo amore sarà incommensurabilmente più puro e più luminoso di tutti i beni terreni, così rapidi a maturare, così caduchi e sciocchi” (p. 49).
Con l’incedere della narrazione, lo spirito di denuncia e di giustizia che muove i discorsi di Vasilij Petrovič e dei più convinti antibolscevichi sarà ridicolizzato dalle azioni avventate e dall’involuzione morale di chi se ne fa portavoce. A prevalere saranno dunque le ultime due interpretazioni, evidentemente più vicine al pensiero di Prilepin.
L’ambientazione temporale e spaziale è profondamente significativa. La scelta di collocare le vicende nel periodo precedente al grande terrore staliniano concede all’autore la possibilità di riflettere sulla politica delle repressioni senza doversi confrontare con la loro più compiuta e atroce realizzazione. L’arcipelago delle Solovki ha invece il vantaggio di rappresentare un luogo dalla doppia valenza simbolica: da un lato è lo scenario in cui ha sede il primo esempio di quella che diventerà l’estesa rete dei gulag, dall’altro lato costituisce un importante punto di riferimento per il cristianesimo russo. Costruito dai monaci nella prima metà del 1400, diede rifugio al futuro santo Filippo II e ospitò la ribellione monacale alle riforme del rito russo-ortodosso volute dalla chiesa di Nikon nel XVII secolo. Prilepin si serve della storia delle Solovki per convertirle nel cronotopo figurato della “russità”, uno spazio in cui si concentrano e si esasperano le contraddizioni di un popolo assuefatto alla violenza, condannato alla sofferenza terrena, ma destinato a una salvezza superiore. In questo senso, non sarebbe del tutto scorretto affermare che l’indagine prilepiniana sul sistema repressivo sovietico perde, in ultima istanza, il proprio aspetto politico e si trasforma in una lunga ponderazione sul destino della Russia e dei russi, ma anche, più in generale, sulla natura dell’uomo.
Più che ricordare la letteratura concentrazionaria di Solženicyn e Šalamov, Il monastero tenta di inserirsi nel solco tracciato dalla prosa dostoevskiana, prosciugando però gli intricati dilemmi spirituali sollevati dai personaggi di Dostoevskij per fare spazio a un’argomentazione tanto scialba quanto pericolosa, che per l’insistenza con cui viene proposta finisce per diventare preponderante: nessuno è veramente innocente e tutto ciò che possiamo fare è soffrire e redimerci. La violenza viene letta come un aspetto imprescindibile dell’animo umano e il lager è soltanto un luogo dove l’isolamento e le condizioni estreme mostrano con particolare evidenza l’esattezza del noto motto hobbesiano secondo cui “homo homini lupus”.
Nonostante la banalità di certi passaggi filosofici, l’operazione sarebbe di per sé interessante e il romanzo rimarrebbe godibile se nel lettore attento non si infiltrasse un dubbio spinoso: riducendo un fenomeno importante come il gulag a un semplice pretesto per rimuginare sugli aspetti oscuri dell’uomo non si corre il rischio di depoliticizzarlo e disancorarlo dalle responsabilità storiche dei suoi artefici? Visto che sono passati più di dieci anni e il mondo (soprattutto quello russo) è cambiato di parecchio, ci concediamo la sfrontatezza dei posteri ed emaniamo l’ardua sentenza: sì, il rischio si corre e Prilepin ne è probabilmente più che consapevole.
