di Cecilia Beretta
Chi ha veramente il fucile puntato al collo? Il sequestratore o il milionario?
Gus Van Sant si lancia nella sua ultima sfida al suo paese d’origine tornando a girare nella sua città natale, Louisville, Kentucky per parlare di provincia, disperazione e rapporti umani con il suo umorismo sornione e dark al contempo e ci regala uno spassoso e terrificante film Fuori Concorso all’82 esimo Festival del Cinema di Venezia.
La mattina dell’8 febbraio del ’77 sembra un giorno come tutti gli altri a Indianapolis. Traffico, la radio che va, un uomo che guida una macchina scassata si avvia ad un appuntamento con una società di mutui, la Meridian Mortgage Company. Purtroppo il grande capo è andato a svernare in Florida. Peccato, perché il protagonista del film The Dead Man’s wire, aveva in serbo per lui un fucile a canne mozze nascosto sotto il braccio con il quale era pronto a ricattarlo. Dovrà ripiegare sul figlio.

Tony Kiritsis, interpretato da un Bill Skarsgård che si sforza molto di sembrare un perdente ma senza riuscirci fino in fondo, aveva puntato tutto sull’acquisto di un terreno edificabile che nessun investitore aveva acquistato e si era convinto, forse a ragione forse no, che la società di mutui avesse deliberatamente spaventato i potenziali acquirenti mandandolo in rovina. Ora gli stanno con il fiato sul collo per la restituzione del denaro che non possiede e quindi Tony decide di cambiare le carte in tavola e escogitare un meccanismo assurdo ma efficacissimo per costringere il potente milionario Richard O. Hall, interpretato da Al Pacino, a porgergli le sue scuse. E cinque milioni di dollari.
Rapisce quindi il figlio legandogli un filo di ferro legato al grilletto di un fucile a canne mozze che tiene tra le mani come un guinzaglio: Richard non può che sottomettersi trovandosi per la prima volta in vita sua dall’altra parte della barricata. Il marchingegno minuziosamente escogitato, infatti, implica che la polizia non possa intervenire pena la morte dell’innocente, che forse non lo è poi molto.
La storia di cronaca, realmente avvenuta, non poteva che affascinare un regista come Gus Van Sant che ha fatto dell’attenzione ai margini, alle deformazioni umanissime e mostruose della provincia americana, ricordiamo l’ottimo Elephant, liberamente ispirato al massacro con arma da fuoco della Colombine, un vero e proprio manifesto di poetica (e politica).
Tutto il fascino è raccolto in quell’immagine che è valsa il premio Pulitzer al suo fotografo, John H. Blair: un ingenuo e maniacale dannato della terra che rivendica il suo angolo di sogno americano, i suoi cinque minuti di celebrità televisiva, la possibilità di conversare con il suo mito, un conduttore radiofonico nero che elegge a suo unico interlocutore, di cui Van Sant si diverte a mostrare la casa e la moglie perfettamente borghesi.

Il regista ci conduce per mano fino a questo fotogramma, accompagnando la nostra immersione negli anni ’70 con black music, costumi studiatissimi, una grana delle immagini che ci trasporta direttamente in uno sceneggiato televisivo d’epoca, con tanto di poliziotti con i baffi un po’ imbranati che attendono l’arrivo dei più preparati agenti federali.
Gus Van Sant trova molto simpatico il suo protagonista ma non risparmia un po’ di compassione per il compassato Richard che prova a impietosirci e un po’ di riesce con il racconto di un padre milionario ma completamente anaffettivo, e quasi ci suscita un moto di stima mentre esce a testa alta nella conferenza stampa a cui il suo aguzzino lo costringe a partecipare, nonostante sia conscio che il padre, unico vero villain del racconto, non ha intenzione di muovere un dito per accelerare la sua liberazione.

Un’altra grande protagonista è la stampa, che come in un rinnovato Asso nella manica di Billy Wilder, accorre sul luogo del delitto con panini e caffè caldo a godere dello spettacolo in attesa di sfornare articoli e speciali televisivi sempre più terribili e esaltanti: una giovane giornalista nera vede nel raccontare la vicenda la sua personale forma di riscatto e non esita ad adulare il fratello del sequestratore per darlo in pasto alla telecamera nella spasmodica ricerca della Notizia.
Gus Van Sant ha affermato che mentre girava la pellicola verso la fine del 2024 si è reso conto della sempre maggiore sovrapposizione tra le due situazioni storiche, società sempre più atomizzate in cui le grandi corporate dettano legge e la rabbia dilaga. Che Luigi Mangione sia un Tony Kiritsis che ce l’ha fatta?
Il tono del film tuttavia, con una scelta autoriale forte, non è quello del dramma ma della commedia buffa. Nonostante la tensione sia altissima la sala scoppia spesso e volentieri in una liberatoria risata, dimostrando forse la tesi che l’unica forma di riscatto che possiamo fare nostra è il riso che l’ironia sia una delle più alte dimostrazioni di superiorità dell’uomo su ciò che gli capita. Quanto al malessere sperimentato durante la visione, è minuziosamente calcolato, come ha affermato il regista durante il lancio a Venezia: “Spero che il film non causi troppa angoscia, sebbene riconosca che stiamo vivendo tempi molto difficili, e forse un certo disagio è inevitabile”.
Questa pellicola fuori concorso a Venezia sembra dialogare immaginariamente con Bugonia, in concorso nel medesimo festival, il film in cui due emarginati campagnoli riescono a mettere, temporaneamente, in scacco e sequestrare la potente CEO d’azienda interpretata da Emma Stone.
Come finisce un film quasi carnevalesco sul mondo all’incontrario, non in senso vannacciano? In cui i ricchi hanno paura, la polizia è inerme e i matti dettano le condizioni? Il sottile filo argenteo del ricatto viene reciso e in quell’istante la carrozza diventa una zucca e tutto torna al suo posto. O quasi.
Tony verrà arrestato ma giudicato non colpevole, nel giubilo dei numerosi fan e ammiratori che avevano accettato la sua versione dei fatti e ne avevano fatto una vittima prima e un eroe poi. Verrà rinchiuso in una struttura psichiatrica per dieci anni in quanto incapace di intendere e di volere, ma non accetterà mai la diagnosi di infermità mentale che ha interrotto la sua carriera di star mediatica e sfortunato businessman.

Nonostante tutto però Tony porta a compimento un parziale riscatto: il crollo d’immagine della Meridian Mortage che condurrà, insieme alla traumatica esperienza del sequestro, Richard Hall all’alcolismo.
Il film finisce con una clip registrata all’epoca durante la conferenza stampa che supera in assurdità la finzione e ci strappa un sorriso di compassione o affetto per questo grande perdente che ha creduto di poter scardinare il sistema di potere che l’aveva condotto in miseria ed è finito internato.
Forse ci ricorda anche che bisogna essere folli per pensare di distruggere il sistema da soli e che nessun rovesciamento se perseguito individualmente è realmente possibile. Ma anche che non bisogna mai smettere di inseguire i propri sogni. Anche se comprendono un fucile a canne mozze.
