Di Elia Sambi
A ridosso delle elezioni regionali del 2025, la Lega appare intrappolata in una delle più gravi crisi che il partito si sia trovato ad attraversare dagli anni ‘90.
Le cause scatenanti del conflitto interno sono il frutto dell’ormai nemmeno tanto velato scontro tra le sue due anime, una più liberal-moderata e una ultraconservatrice, reazionaria e nazionalista. L’analisi di questa tensione risulta più semplice se circoscritta alle tre figure cardine del movimento leghista in questo momento: Matteo Salvini, Roberto Vannacci e Luca Zaia.
La figura di Salvini è quella che appare politicamente più traballante. Durante la sua segreteria il partito ha vissuto un breve apogeo, seguito da un durissimo tracollo, segnato da un profondo e generalizzato calo di consensi sia alle elezioni politiche del 2022 che alle elezioni europee del 2024, nonché dalla sudditanza nei confronti dell’ingombrante alleato Fratelli d’Italia. Risulta difficile comprendere quanta dell’insoddisfazione generale da parte dell’elettorato nord-italiano rispecchi la percezione di un tradimento delle aspirazioni autonomiste, centrali nel programma dell’ormai decaduta Lega Nord. D’altro canto, proprio nel periodo di massimo splendore della Lega per Salvini Premier, quelle stesse rivendicazioni nordiste erano state accantonate, almeno nella comunicazione politica ufficiale, in funzione della svolta nazionalista del partito. Ciò che andrebbe forse sottolineato è invece la progressiva usura della credibilità di Matteo Salvini, prodotta dall’inanellamento di una lunga serie di azzardi e di fallimenti che lo fanno apparire sempre più evidentemente come un personaggio politicamente speso. Inoltre, per un elettore leghista, spostare il proprio consenso verso Fratelli d’Italia non rappresenterebbe in alcun modo un qualche tipo di ritorno a un discorso politico incentrato sull’autonomia.
È però proprio a FdI che Salvini ha ceduto la nomina del futuro candidato alle elezioni regionali lombarde previste per il 2028, a fronte delle pressioni provenienti da un partito che può ormai rivendicare un consenso superiore al 30% nella storica regione-roccaforte leghista. Questa capitolazione nei confronti dell’alleato potrebbe mettere in discussione il ruolo di Salvini come segretario di partito, dal momento che la sua nuova strategia di cercare di aggirare da destra Giorgia Meloni, capitalizzando sull’eventuale delusione dell’elettorato ultraconservatore nei confronti della svolta atlantista ed europeista della Premier, non sembra stare riscuotendo particolare consenso.
Parte di questa strategia è stato infatti il reclutamento tra le fila della Lega del generale Roberto Vannacci, che alle elezioni europee del 2024 aveva raccolto più di 500.000 consensi elettorali, consolidandosi così come il secondo candidato più votato dopo Giorgia Meloni, e raccogliendo un quarto di tutte le preferenze leghiste. Il generale assurgerà anche al ruolo di vicesegretario del partito dal maggio 2025, mossa che ha scatenato non pochi dubbi nell’establishment leghista. Vannacci è infatti una figura politica esplosiva e caratterizzata dalla totale incapacità di velare i suoi riferimenti culturali postfascisti di qualsiasi possibilità di negazioni plausibili, e ha visto l’iniziale entusiasmo nei suoi confronti smorzarsi duramente con i risultati delle elezioni regionali in Toscana. Qui la Lega, la cui campagna elettorale era personalmente in capo al vicesegretario, ha visto un tracollo di consensi che l’hanno fatta precipitare al 4,3% (a fronte del 21% nel 2020), mentre gli alleati meloniani sono rimasti attestati su un salutare 26%. A preoccupare, inoltre, è la fondazione da parte del generale del movimento “Il mondo al contrario”, dal titolo del suo best seller pubblicato nel 2023, la cui funzione dovrebbe essere quella di un circolo culturale con l’obiettivo di diffondere le tesi presentate nell’omonimo volume e le cui sedi italiane sono ormai 170. Lo stesso Salvini, a ottobre 2025, si è espresso in merito ricordando al generale che questi gruppi «non possono diventare un soggetto politico alternativo alla Lega», un’affermazione che ricorda velatamente il caso Tosi, espulso dal partito nel 2015 a causa della sua fondazione “Ricostruiamo il paese”. Allo stesso tempo, il Presidente della regione Veneto Luca Zaia nel settembre 2025 si era riferito al generale come a qualcuno che «non si è fatto la gavetta come è toccato a tutti noi, a partire da Matteo Salvini» e che sarebbe stato bene accetto all’interno della Lega se avesse «fatto il leghista», senza perseguire politiche, valori e battaglie che non fossero in linea con il partito, ricordando come non ci fosse bisogno di «battute e provocazioni».
Per quanto la figura del generale Vannacci sembri riscuotere maggior consenso nei settori giovanili del partito, non sono poi mancate delle vere e proprie prese di distanza, da parte dell’establishment leghista, dalle sue più recenti affermazioni revisioniste della storia del Ventennio fascista. Mentre Matteo Salvini ne ha preso le distanze più alla larga, dichiarando che il Fascismo «è stato archiviato e sconfitto dalla storia», ad essere più duri sono stati proprio Luca Zaia e il candidato alla presidenza regionale Alberto Stefani, con quest’ultimo impegnato a smarcare decisamente le dichiarazioni del generale dai sentimenti dell’elettorato, affermando che «la Lega non è Vannacci».
È quindi sulla figura di Luca Zaia, altro peso massimo all’interno del partito, che è infine doveroso soffermarsi brevemente. Il Presidente uscente è infatti giunto al capolinea del suo terzo e ultimo mandato, raccogliendo su di sé un consenso elevatissimo che ne ha fatto un vero e proprio punto di riferimento in Veneto come capogruppo di una corrente più moderata del partito. Nei suoi 15 anni come Presidente di regione, Zaia si è infatti coltivato un’immagine basata su un modello di democristiana rispettabilità politica e moderazione proprie di un’estetica adiacente a una sorta di liberalismo in salsa autonomista più che all’estremo conservatorismo di altre componenti partitiche. Tendenzialmente conciliante, raramente utilizza toni particolarmente accesi o polemici, cosa che lo fa apparire distante dalla violenta retorica salviniana (o vannacciana) e che allo stesso tempo lo rende atipico anche nei confronti dell’aggressivo e sboccato populismo bossiano che ha caratterizzato gli anni fondativi della Lega Nord.
Per quanto tenda a non esprimere le sue opinioni in funzione oppositiva nei confronti dei compagni di partito, le sue dichiarazioni in materia di diritti civili – come nel caso del suicidio di Cloe Bianco, donna transgender che Zaia definì «una donna a tutti gli effetti» – e il suo più volte ribadito antirazzismo lo distanziano dalle espressioni più estreme di esponenti di partito come Vannacci e Salvini, che invece tuonano contro la propaganda gender, contro l’islamizzazione e a favore della remigrazione.
Per quanto sia complesso riuscire ad affermare quanta di questa sua retorica si rispecchi in maniera consapevole nelle scelte dell’elettorato veneto, è chiaro dai risultati elettorali che quella di Zaia si sia più volte riconfermata come una strategia vincente.
Ciò che però è cambiato, rispetto all’elezione regionale del 2020, è che per la prima volta al Presidente uscente è stato impedito di presentare la sua lista personale nelle circoscrizioni elettorali. La Lista Zaia aveva infatti ottenuto il 44% dei voti alle scorse regionali, e pur avendo dato prova di un ampio consenso personalistico tra l’elettorato veneto, aveva anche ridimensionato le possibilità di elezione di candidati provenienti dalle liste elettorali alleate nella coalizione di centro-destra.
La decisione di imporre un veto sulla sua possibilità di presentare la Lista Zaia è il frutto di un’accanita discussione tra i partiti della coalizione di centro-destra nella quale, avendo lasciato alla Lega la possibilità di esprimere la candidatura di Alberto Stefani, si è deciso di non tollerare il personalismo zaiano. Inoltre, l’impossibilità di presentare la Lista Zaia è probabilmente dovuta anche alla volontà di consolidare il sostegno leghista in Veneto dopo il deludente risultato in Toscana, senza rischiare di disperderlo su una lista personale. La reazione del presidente uscente è però sfociata in quella che vuole essere una dimostrazione muscolare del suo peso politico all’interno del partito, ovvero nella sua candidatura, annunciata il 15 ottobre 2025, come capolista in tutte le circoscrizioni elettorali, coronata dall’affermazione: «se sono un problema, cercherò di diventare un problema reale».
Altro dettaglio importante è infine legato al fatto che in Veneto, grazie alla possibilità del voto disgiunto, sarà per esempio possibile per un elettore votare il candidato del centro-sinistra Manildo e allo stesso tempo esprimere una preferenza nei confronti di Zaia nel ruolo di consigliere regionale. La candidatura di Zaia come capolista in tutte le circoscrizioni rappresenta quindi un vero e proprio gesto di sfida nei confronti delle altre componenti della coalizione, ma lo è allo stesso modo nei confronti del partito, all’interno del quale Zaia è determinato a dimostrare la sua ingombranza, finendo anche per eclissare la nomina del candidato Presidente entrante.
D’altro canto, lo slogan lanciato sul palco di quello stesso 15 ottobre, giorno della presentazione ufficiale del giovane candidato leghista Alberto Stefani, è proprio «dopo Zaia, scrivi Zaia», e non «dopo Zaia, scrivi Stefani».
