di Valentina Lazzara e Agnese Pieri
Il 27 maggio Rima Hassan, europarlamentare franco-palestinese eletta con la France Insoumise e oggi a bordo della Freedom Flotilla salpata dalla Sicilia per rompere l’assedio di Gaza, ha tenuto a Palazzo Maldura un incontro sul conflitto israelo-palestinese (che si può recuperare per intero qui) organizzato dal Cau – Collettivo autorganizzato universitario e da Potere al Popolo Padova. Tra le questioni affrontate, soprattutto due aspetti sono stati sottolineati da Hassan: il ruolo giocato dai paesi dell’Unione Europea e l’importanza delle mobilitazioni per la Palestina, dentro e fuori dalle Università. Ne riassumiamo i passaggi centrali:
«Noi facciamo con i palestinesi quello che voi francesi fate con gli arabi nelle Banlieue»
Rima Hassan è figlia della Nakba: nata nel campo profughi siriano di Neirab da una famiglia originaria del villaggio al-Birwa, ora assorbito dall’attuale Israele, ha raggiunto la Francia a dieci anni come apolide, dove ha ottenuto la cittadinanza nel 2010. Pur essendo cambiato il contesto socio-politico, la logica che nel corso della prima guerra arabo-israeliana del 1948 ha sostenuto l’esodo forzato di circa 700.000 arabi palestinesi dai territori occupati da Israele è la stessa che oggi sostiene quello che sta succedendo a Gaza: una logica genocidaria e di pulizia etnica, che ha lo scopo di liberare la Palestina dagli stessi palestinesi.
Il cambiamento del paesaggio politico, con l’avvento della destra e dell’estrema destra, gioca a favore di Israele. I suoi obiettivi sono chiari (anche agli stessi storici e analisti israeliani), mentre quelli dei paesi dell’Unione Europea rimangono più difficili da capire senza tener conto della cornice ideologica in cui si inseriscono le scelte dei partiti che sono al potere. L’abbandono di Gaza a sé stessa, contemporaneamente al sostegno all’Ucraina nella guerra russo-ucraina, fa precipitare l’UE in un paradosso morale e politico, le cui contraddizioni con la retorica dell’Europa pioniera di libertà hanno acquistato un peso non più sostenibile per la maggioranza delle persone. È evidente il tradimento da parte delle democrazie liberali del rispetto internazionale dei diritti umani, che rende sempre meno credibile il racconto dell’Europa alleata di Israele, “avamposto occidentale in Medio Oriente” (così si esprimeva Theodor Herzl, il fondatore dell’ideologia sionista), in nome di un sistema di valori condiviso. Gli stessi alleati faticano a capire la direzione presa da Israele: Hamas non è stato sconfitto, anzi; gli ostaggi sono stati liberati solo in parte e rischiano di morire sotto le bombe, così come tutti i palestinesi; e poi, dove dovrebbero essere spostati due milioni di gazawi?
Se delle affinità tra Israele e l’Europa oggi ci sono, queste dipendono dall’ideologia che indirizza le politiche del governo Netanyahu. A conferma del retroterra di matrice colonialista e islamofobo comune all’Israele di Netanyahu e a una parte del Parlamento europeo, Rima Hassan ha ricordato come il Primo ministro israeliano, di fronte ad alcuni giornalisti francesi, abbia dichiarato provocatoriamente che in Israele stanno facendo con i palestinesi quello che in Francia fanno con i neri e con gli arabi nelle Banlieue. Il sostegno incondizionato a Israele deve quindi essere letto anche nell’ottica del recente cambiamento della composizione del Parlamento europeo, dove la terza forza politica più numerosa, i Patrioti per l’Europa del nazionalista Viktor Orbán, è seguita dal gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, guidata dal partito tedesco di estrema destra Alternative für Deutschland.
Free Palestine from German guilt
Lo scollamento tra le politiche governative degli Stati europei e l’opinione pubblica si osserva in particolare proprio in Germania, tra i paesi occidentali storicamente più impegnati nel sostegno di Israele anche a causa della sua responsabilità nell’Olocausto. In occasione del 60º anniversario delle relazioni diplomatiche tra Germania e Israele, la Bertelsmann Foundation ha pubblicato i risultati di un sondaggio sulla percezione di Israele da parte della popolazione tedesca, che dimostrano come il 60% degli intervistati abbia maturato un’opinione negativa sull’attuale governo Netanyahu. Nonostante si chieda la fine della guerra, la Germania continua a inviare armi e ha espresso una condanna nei confronti di Israele per la prima volta soltanto qualche giorno fa.
Una panoramica delle questioni che sono implicate nel legame tra il complesso di colpa della Germania nei confronti degli ebrei e il supporto allo Stato di Israele si trova in questo articolo di Lorenzo Monfregola, che scrive:
[…] nelle manifestazioni pro-Palestina in Germania emergono espressioni eterogenee, che includono movimenti di sinistra, anticoloniali, queer, spontanei, pacifisti, gruppi religiosi musulmani e di altre fedi, associazioni per i diritti umani, altro. Tutti gruppi che hanno finora subito una certa reductio all’islamismo radicale da parte delle autorità e di ampi strati della percezione pubblico-mediatica tedesca, che non sono state quindi capaci di cogliere e interpretare diverse urgenze espresse nelle proteste, come gli appelli per un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza. […] In questo meccanismo si può vedere un processo di umiliazione dei gruppi di sinistra, soprattutto quelli che ritengono di poter attraversare o affiancare temporaneamente le espressioni di lotta islamiste come una fase dell’anticolonialismo: dalle autorità tedesche emerge il messaggio che la loro impostazione sia in verità illusoria, minoritaria e subordinata.
Il passo sintetizza il ruolo cardine giocato dall’ideologia dei partiti maggioritari in Europa all’interno dello scenario che si è aperto, a ottobre 2024, con la ripresa del conflitto. I paesi europei continuano a contribuire al massacro della popolazione palestinese bollando come antisemite le voci di protesta che si sono levate nel corso dell’ultimo anno e mezzo contro il governo sionista di Netanyahu, a dispetto dei rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch e delle accuse da parte delle Nazioni Unite allo Stato di Israele di aver compiuto atti di genocidio nella Striscia di Gaza.
La pluralità delle istanze e delle lotte legate alle mobilitazioni per la Palestina – accomunate da valori e da pratiche antirazziste, anticolonialiste ed ecologiste – sono, come sottolineato da Monfregola, oscurate dall’accusa di antisemitismo con cui le forze politiche nazionali ed europee cercano di attaccare chi solidarizza con i palestinesi e di limitare il dissenso sempre più diffuso di fronte al sostegno dei governi alla destra di Netanyahu. La stessa Rima Hassan, membro della delegazione dell’Europarlamento per i rapporti con la Palestina, è stata accusata di «apologia del terrorismo» e Israele le ha vietato l’ingresso a Tel Aviv: insieme all’irlandese Lynn Boylan, anche lei appartenente al gruppo Left e presidente della delegazione, l’eurodeputata è stata costretta a rientrare a Bruxelles a causa delle sue iniziative a favore del popolo palestinese (come, ad esempio, l’invito a boicottare le aziende che hanno rapporti con Israele, di cui l’app No Thanks fornisce un elenco in continuo aggiornamento).
Deux États «n’est pas une solution, mais un discours»
Dal 1948 la Palestina è stata smembrata e ricucita sulla base di decisioni calate dall’alto, senza tenere conto dei palestinesi e della loro capacità di autodeterminazione. La possibilità risolutiva rappresentata dalla creazione di due Stati oggi non è più proponibile, perché inverosimile risulta l’idea di uno stato insieme ebreo e democratico: il territorio palestinese è talmente frammentato e punteggiato di insediamenti israeliani che la creazione di due Stati richiederebbe un enorme spostamento di persone. Non si vuole, dice Rima Hassan, la Nakba per gli israeliani, ma un percorso di decolonizzazione e di lotta al sionismo a cui prendano parte lo stato di Israele stesso e i paesi occidentali: «Bisogna riconoscere il regime di apartheid e smantellarlo, così che i palestinesi possano circolare liberamente come gli israeliani dal Giordano al mare godendo realmente degli stessi diritti». Come riferimento utile, l’eurodeputata cita il libro (e insieme film) di Eric Hazan e Eyal Sivan, Un État commun entre le Jourdain et la mer, di cui traduciamo un breve estratto dalle pagine introduttive:
La tesi che noi difendiamo […] è che la divisione della Palestina in due stati non è una soluzione, ma un discorso. Un discorso di guerra, avvolto da una retorica di pace, che permette di giustificare i fatti accaduti e quelli che accadranno. Questo discorso, completamente scollegato dalla realtà, fa comodo a molti, tranne – notevole eccezione – agli stessi palestinesi, perché ha il vantaggio di far accettare il mantenimento dello status quo (o almeno di quello che è definito lo status quo, e che in realtà è la prosecuzione quotidiana della colonizzazione israeliana e delle pratiche discriminatorie contro i non-ebrei in tutta l’area controllata civilmente o militarmente dal governo israeliano). […] Il discorso dei due Stati, così comodo, non può portare e non porterà mai a una soluzione reale, perché – e questo è il secondo punto della tesi che difendiamo – la divisione della Palestina semplicemente non è possibile. Noi proponiamo di abbandonare questo discorso e di sostituire l’idea della spartizione con l’idea di uno Stato comune condiviso tra ebrei israeliani e arabi palestinesi che si estenda su tutta l’area compresa tra il mare e il Giordano, che lo si chiami Palestina, Eretz Israel o Terra Santa. Sosteniamo che la condivisione, lungi dal rappresentare un’utopia, è l’unica soluzione realistica, raggiungibile e fattibile, perché corrisponde alla realtà attuale del Paese.
Laboratorio Palestina
Anche se può apparire geograficamente lontano, quello che accade in Palestina riguarda tutti noi. Le parole di Rima sono solide ed evocative: la Palestina è un vero e proprio laboratorio, che ha permesso a Israele di implementare il settore dell’industria degli armamenti sulla pelle della popolazione autoctona e di arricchirsi esportandoli a Paesi esteri, tra cui la stessa Europa. Non è una novità che droni israeliani vengano utilizzati nel mar Mediterraneo per respingere le persone che tentano di attraversarlo; ne parla molto bene anche Anthony Loewenstein, autore del libro “Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo”, che in una recente intervista su Altraeconomia, afferma:
Nel 2015 c’è stato un gran numero di sbarchi verso le coste dell’Unione europea dal Nord Africa. Per far sì che non si ripetesse un tale fenomeno, la “Fortezza Europa” ha impegnato droni israeliani. Quello che hanno evitato di dire è che quegli strumenti, non armati, erano gli stessi testati nei dieci anni precedenti in Palestina, per monitorare i palestinesi. Quindi, a monte della tecnologia che osserva le barche nel Mediterraneo, scegliendo se soccorrerle o lasciarle affondare, c’è di nuovo (anche) Israele. Così come in parte della tecnologia usata nella sorveglianza della frontiera tra Messico e Stati Uniti c’è l’equipaggiamento israeliano acquistato dagli Stati Uniti di Barack Obama, poi utilizzato anche da Donald Trump e infine da Joe Biden.
Vi è, insomma, un continuum ideologico innegabile tra Europa e Israele: la posta in gioco è la possibilità di concepire un mondo diverso, che sfugga alle logiche del capitalismo e del colonialismo.
Riferendosi alle mobilitazioni delle università europee, Rima le ha definite “il cuore della resistenza”, come d’altronde lo sono state in passato durante la lotta contro l’apartheid e contro la guerra in Vietnam. Gli studenti e le studentesse di tutto il mondo nell’ultimo anno e mezzo hanno dimostrato di sapere da che parte stare, denunciando gli accordi e la connivenza delle università verso Israele, e prendendo parte a una mobilitazione sinergica, che straripa dai confini nazionali, diventando potenzialmente indomabile. Di fronte a questa potenza, i governi reagiscono con la repressione, dimostrando ancora una volta quanto sia debole e vacua la loro idea di giustizia e di mondo.
Oggi Rima fa parte dell’equipaggio della Freedom Flotilla e assieme ad altre attiviste, tra cui Greta Thunberg, è salpata dalla Sicilia con la Madleen per raggiungere le coste di Gaza, sfidando il blocco di Israele e il suo piano genocidario, agendo dove i governi occidentali hanno fallito. La missione fa parte di un movimento globale per la giustizia climatica e sociale e già un mese fa aveva subito un attacco da parte di un drone israeliano al largo delle acque di Malta. Tutt’ora l’equipaggio subisce minacce da parte di Israele e nella notte di martedì 3 giugno è stata segnalata la presenza di un nuovo drone, appartenente alla guardia costiera greca, e per questo risulta fondamentale sostenere la missione, dandole visibilità e chiedendo conto ai governi per la salvaguardia delle persone a bordo.
Immagine in evidenza: Camille Balzinger / Rue89 Strasbourg / cc
