Un film statunitense del 2019 racconta l’indagine e la vicenda giudiziaria portata avanti dall’avvocato Rob Bilott contro l’azienda chimica DuPont, che realizzava prodotti con uso di PFAS (tra cui il Teflon delle celebri pentole antiaderenti) e disperdeva gli scarti di produzione nell’ambiente. In questo articolo mettiamo in luce una serie di parallelismi tra la storia vera narrata nel film e la vicenda ancora in corso della MitEni e dell’inquinamento da PFAS in Veneto.
di Leonardo Mezzalira
C’è tutto un filone di film americani, tratti da storie vere, che racconta di lotte contro grandi industrie che mettono a rischio la salute dei lavoratori e della popolazione. In Silkwood diretto da Mike Nichols (1983) una sindacalista interpretata da Meryl Streep cerca di denunciare il rischio di contaminazione da radiazioni nell’azienda dell’Oklahoma in cui lavora. A Civil Action del 1998 vede John Travolta, avvocato, gettarsi in un caso di inquinamento da tricloroetilene in Massachusetts che metterà a repentaglio la sua carriera, mentre in Erin Brockovich (Steven Soderbergh, 2000) la testardaggine di Julia Roberts porta a una grande vittoria contro la Pacific Gas and Electric Company che aveva inquinato per decenni una cittadina californiana tramite sversamenti di cromo esavalente.
Di fronte ai nomi dei composti chimici coprotagonisti di queste storie, sarebbe bello se sulla testa degli spettatori si disegnasse il classico punto di domanda. Ma, almeno in Veneto, questi termini suonano sinistramente familiari. Il tri- e il tetracloroetilene sono stati al centro di numerosi casi di contaminazione in varie zone del Veneto almeno a partire dagli anni ’80; qualcuno di noi se ne ricorda dall’estate 2009, quando un’azienda di Marostica si è resa responsabile dell’inquinamento di un vasto acquifero tra Schiavon, Sandrigo e Bressanvido. Quanto al cromo esavalente, non è difficile ricordare il caso della Tricom Galvanica di Tezze sul Brenta cominciato negli anni Settanta, con la bonifica iniziata nel 2002 e ancora non terminata: uno dei peggiori casi di inquinamento mai registrati in Europa.
All’elenco dei film sul tema si è aggiunto nel 2019 Dark Waters di Todd Haynes, che si concentra invece sulla vicenda giudiziaria relativa alla contaminazione da PFOA, un tipo di PFAS, causata da uno stabilimento dell’industria chimica DuPont nella Virginia occidentale. E di PFAS, in Veneto, siamo purtroppo esperti. Ma il collegamento tra questo film e la nostra regione non è dovuto solo alla somiglianza tra i due casi di inquinamento: tra l’industria americana e la nostra MitEni c’erano dei legami ben precisi, e anche tra le vicende giudiziarie c’è un collegamento diretto. Per questo vale forse la pena ripercorrere la storia raccontata dal film (che poi è la stessa trattata nel documentario The Devil We Know di Stephanie Soechtig del 2018) e vedere perché ci riguarda da vicino.

Mark Ruffalo è Rob Bilott, l’avvocato protagonista di Dark Waters.
All’inizio di Dark Waters siamo a Parkersburg, West Virginia, nel 1975. È notte. Un gruppo di adolescenti parcheggia vicino a un lago: vogliono fare il bagno nudi sotto le stelle, ma vengono cacciati in fretta e furia da alcuni operai che stanno scaricando qualcosa nell’acqua. Perché tutta questa preoccupazione? Solo perché è in corso qualcosa di illecito, o magari anche perché in quel lago, ormai, è meglio che nessuno vada a nuotare? In effetti uno dei ragazzi si accorge di un topo morto vicino alla spiaggia.
Saltiamo al 1998. L’avvocato Rob Bilott (Mark Ruffalo), di mezza età, lavora a Cincinnati (Ohio) in uno studio legale specializzato nel difendere grandi industrie chimiche. Tramite la nonna, che vive a Parkersburg, viene però contattato da Wilbur Tennant, un allevatore che da anni vede le sue vacche morire di strane patologie. Dopo aver segnalato la cosa ed essersi scontrato con un muro istituzionale, Tennant ha deciso di fare causa alla DuPont, la grande industria chimica proprietaria di una discarica a monte del suo terreno.
Rob non dovrebbe occuparsi del caso: è specializzato in processi di segno contrario, e in più il suo studio ha ottimi rapporti con la DuPont. Però c’è di mezzo sua nonna, c’è di mezzo il paese dove è cresciuto. C’è in atto un chiaro tentativo di insabbiamento, perché nel resoconto di un primo sopralluogo dell’EPA (l’ISPRA americana) è scritto che le vacche sono morte per l’incuria di Tennant, mentre è evidente che l’allevatore tiene alla sua azienda e ai suoi animali. E poi forse Rob, come per altri motivi Karen Silkwood e Erin Brockovich, all’inizio del film non è una persona molto felice. Il caso DuPont gli dà, per così dire, un nuovo scopo nella vita.
Dopo qualche indagine, Rob si imbatte nella sigla PFOA. Ma nel 1999 non è disponibile nessuna informazione sull’argomento, e quando Rob fa una domanda in merito all’avvocato della DuPont questo reagisce in modo aggressivo. Allora Rob insiste, con mezzi legali, perché la DuPont gli mandi la documentazione sul sito incriminato. L’azienda lo sommerge di scatoloni pieni di documenti, nella speranza che la mole lo scoraggi. Nonostante ciò Rob si mette pazientemente a spulciare le carte, e poco per volta scopre tutto.
Scopre che i composti tipo PFOA/PFOS sono stati inventati durante il Manhattan Project, sono stati prodotti per un po’ dall’azienda 3M e poi da questa abbandonati senza una ragione apparente, mentre vengono ancora prodotti dalla DuPont che ci ricava ben un miliardo di dollari all’anno. Si trovano nel Teflon usato per le pentole antiaderenti, ma anche in numerosi altri materiali di uso industriale, medico e nell’abbigliamento. Scopre che la DuPont, grazie ad esperimenti su animali e a studi condotti sui propri lavoratori a loro insaputa, è a conoscenza della pericolosità del materiale per la salute umana già dagli anni Sessanta, ma per tutto questo tempo ha tenuto la cosa segreta, senza comunicarla all’EPA che quindi non ha mai regolamentato il suo smaltimento. E scopre che la discarica a monte dell’azienda di Tennant è piena di residui di lavorazione degli PFOA, che progressivamente finiscono nel terreno e nelle acque. L’elevata concentrazione della sostanza è responsabile non solo della morte delle vacche di Tennant, ma anche di un’elevatissima incidenza di tumori tra i lavoratori dello stabilimento e della nascita, in paese, di diversi bambini deformi.

Rob Giblett in mezzo alle carte da cui è stato sommerso dalla DuPont.
A Parkersburg, nel frattempo, Tennant viene criticato perché ha denunciato il principale datore di lavoro della zona. D’altronde, come abbiamo visto all’inizio del film in una carrellata accompagnata dalle note di Country Roads, in paese il nome DuPont è ovunque: sul centro ricreativo, sui cestini della differenziata, sui cartelli stradali. Tutto è sponsorizzato dall’azienda, che in questo modo si è comprata la fiducia della popolazione. Rob prosegue testardamente con le ricerche, ma si scontra con l’ostruzionismo anche violento della DuPont, con la chiusura dei lavoratori che non collaborano per paura, e con il collasso della propria vita personale: proprio come nel caso di Silkwood e Brockovich, la sua ossessione per il caso lo distanzia dalla propria famiglia e dai propri soci.
Dopo un primo patteggiamento insoddisfacente, tuttavia, Rob coinvolge l’EPA, emergono nuove testimonianze e intorno al 2003 il caso diventa di dominio pubblico. Come nel film di Soderbergh, si passa per un’epica class action che coinvolge centinaia di persone. Ci si avvia così verso un lieto fine filmico, oscurato naturalmente dalla consapevolezza del fatto che il maxi risarcimento a cui viene condannata la DuPont non potrà mai compensare i tumori, le morti, le malformazioni e le sofferenze subite dalla popolazione e dai lavoratori che l’azienda ha consapevolmente esposto alla sostanza per decenni.

Pubblicità della pentola al Teflon in una scena del film.
Dark Waters si colloca in gran parte nello schema del genere impegnato di cui abbiamo parlato, e questo – insieme ai momenti eroici verso la fine del film – ne fa un film un po’ insolito per un regista dallo stile personale come Todd Haynes. Guardando la cosa da un altro lato, però, ci si accorge che con questo lavoro Haynes prosegue l’indagine sulla famiglia americana, sul contesto domestico e sul controverso rapporto con la modernità e le sue innovazioni già rintracciabile in Safe, in Far from Heaven e nella miniserie Mildred Pierce. Tra i punti più alti, da questo punto di vista, il momento in cui lo sguardo indugia sulle pubblicità delle padelle al Teflon degli anni Sessanta, con casalinghe felici e slogan del tipo “Happy Pan! It will keep the sparkle in her smile!” e “Your chores just got easier”, mentre in parallelo Rob racconta di lavoratori ospedalizzati a seguito di inquietanti esperimenti della DuPont.
Con una fotografia dalla patinatura vintage, colori grigi, un ritmo spesso sinistramente calmo e un protagonista che all’inizio è un po’ un antieroe, Haynes è riuscito a fare un Erin Brockovich più sombre, con qualche scena disturbante ma sempre al di qua dell’horror vero e proprio. Quello che fa rabbrividire, piuttosto, è l’attualità della vicenda, sancita anche dalla presenza in scena di alcuni dei veri protagonisti: Bucky Bailey, nato con una deformazione facciale a causa degli PFOA; Darlene e Joe Kiger, tra gli iniziatori della class action; il fratello di Wilbur Tennant; lo stesso Rob Bilott, che compare in un cameo insieme alla moglie.
Il film risulta particolarmente impressionante per chi vive nella nostra regione, soprattutto se si pensa che lo stesso Rob Bilott è stato fondamentale per svelare la portata del caso italiano, di dimensioni ben maggiori rispetto al caso DuPont per quantità di contaminanti sversati nel tempo. Invitato per la prima volta nel 2017 dai movimenti No Pfas coordinati tra gli altri da Alberto Peruffo, nel tempo Bilott ha aiutato a portare a Vicenza le prove della pericolosità degli PFAS, nonché a dimostrare che la MitEni era in contatto con la DuPont e conosceva la pericolosità delle sostanze che stava lavorando. Tutti passaggi fondamentali, insieme ad altri, per la vicenda che ha portato alla chiusura dell’azienda nel 2018 e al processo tuttora in corso a Venezia.

Rob Bilott a Vicenza (da pfas.land)
