Un ragionamento a partire da After the Hunt di Luca Guadagnino
di Cecilia Beretta
Quando anche l’ultima strega è stata bruciata sul rogo e i suoi ideali sacrificati all’altare di ciò che è corretto, senza essere giusto, cosa rimane?
Forse qualcosa di peggio.
Nella caccia alle streghe esistono molte figure oltre alle streghe e al grande inquisitore. Molte figure grigie che con distacco osservano i fuochi di cui ancora non percepiscono il calore.
La locuzione caccia alle streghe, cito Wikipedia, viene utilizzata come metafora per indicare la ricerca sistematica finalizzata alla cattura e/o messa al bando di persone che vengono percepite come nemici pericolosi sulla base di semplici sospetti e preconcetti o tabù.
Il lungometraggio del prolifico Guadagnino ci mostra una caccia alle streghe in cui non è mai chiaro chi sia la preda e chi il predatore. Muovendosi sul filo del rasoio il suo regista rischia di affettarsi più volte. Tuttavia, se non a qualche ragionamento, a qualche buona domanda, ci conduce, proprio grazie alla sua inattualità. Sempre che si riesca ad allontanare il fastidio per l’approssimazione filosofica delle tesi messe in bocca ai suoi protagonisti.
Julia Roberts è una rampante professoressa di filosofia a Yale in attesa della cattedra. Ad un ricevimento nella sua lussuosa casa, con tanto di signora filippina a governare la cucina, scopriamo che anche Hank, un altro professore bianco, più giovane di lei e suo intimo amico interpretato da Andrew Garfield, è teso verso lo stesso obiettivo. Il terzo vertice del triangolo è Maggie, dottoranda lesbica nera che quella stessa sera tornerà a casa con il professore e il giorno seguente deciderà di denunciarlo per molestie sessuali.

Guadagnino struttura un thriller un po’ ellittico in cui si dimostra in grado di mobilitare molte questioni anche se non a dominarle tutte. Il lungometraggio ci lascia con molti interrogativi che vorremmo provare a mettere in relazione con l’Europa, con noi e con la nostra Italia in cui il tragico incremento del numero di femminicidi non impedisce di vietare l’educazione sessuale nelle scuole.
Ci sono molti nuclei tematici. La differenza giusto/corretto, giusto come massima universale, corretto come azione in accordo con la morale vigente, l’idea di confine, sempre labile e sempre terreno di contesa, il luogo in cui lo squilibrio di potere non può che condurre ad una forma più o meno sottile di violenza. Ma anche l’esplosione della distinzione tra classe, razza e genere in un contesto edulcorato che non è riuscito a rendere inoffensiva e a svuotare di senso, nonostante i numerosi tentativi, l’appartenenza a queste categorie.
Che cos’è il confine, cosa vuol dire oltrepassare il limite? La professoressa Alma (Roberts) quando Maggie in lacrime si rifugia sul suo pianerottolo per raccontarle l’accaduto vuole capire realmente cosa è successo, insiste con le domande non riuscendo a fare propria la differente concezione di molestia che finalmente si è affermata, vuole sentire dalla sua bocca la parola “stupro” che non verrà mai pronunciata nel corso di tutto il film. Tutto si gioca intorno al concetto di limite e di percezione: il professore, potenziale mentore, ha superato un limite, ha forzato Maggie facendosi forza della sua posizione ma soprattutto del suo essere uomo. Qualunque cosa sia successa, lei non voleva che accadesse. Questo è sufficiente.
Non conta il contenuto, la durata, l’intenzione della sua azione ma il fatto che nonostante le proteste di Maggie lui abbia fatto qualcosa che era contrario alla volontà di lei. Questo concetto di una banalità sconcertante non è ancora stato recepito nel nostro paese e forse anche negli USA è applicabile a ben poche soggettività. Ricordiamo a tutti che il maggior interprete della cultura anti woke negli Stati Uniti, Charlie Kirk, affermava che, se sua figlia di dieci anni avesse subito uno stupro e fosse rimasta incinta, non sarebbe ricorso all’aborto: l’avrebbe costretta a portare a termine la gravidanza e a crescere il bambino.

Ma non serve andare oltreoceano per rendercene conto: nella sentenza del 6 luglio 2023 il Tribunale di Roma ha assolto un operatore scolastico accusato di violenza sessuale aggravata per aver toccato, per pochi secondi, i glutei di una studentessa che si trovava a salire le scale dell’istituto scolastico.
[…] la repentinità dell’azione, senza alcun’insistenza nel toccamento, da considerarsi quasi uno sfioramento, il luogo e il tempo della condotta, in pieno giorno in locale aperto al pubblico e in presenza di altre persone, e le stesse modalità dell’azione poi conclusasi con il sollevamento della ragazza non consentono di configurare l’intento libidinoso o di concupiscenza generalmente richiesto dalla norma penale […]”.
Il Tribunale ha evidenziato come tale delitto non possa sussistere sotto il profilo soggettivo perché il contesto in cui si è svolta l’azione, la brevità del contatto, la condotta tenuta dall’imputato successivamente al fatto, non consentono di ritenere provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la consapevolezza di compiere un “atto sessuale” e la “volontarietà della violazione della libertà sessuale”.
Così come ricordiamo la lettera delle attrici e registe francesi anti Me Too, tra cui Catherine Deneuve, che conteneva passi come:
«Lasciamo agli uomini la libertà di importunare le donne, indispensabile alla libertà sessuale», «Lo stupro è un crimine. Ma tentare di sedurre qualcuno, anche in maniera insistente o maldestra, non è un reato, né la galanteria è un’aggressione maschilista»,
Accusando il movimento Me Too di assecondare gli interessi dei «nemici della libertà sessuale, degli estremisti religiosi, dei peggiori reazionari e di quelli che credono che le donne siano esseri umani a parte, bambini con il volto adulto, che pretendono di essere protette».
Siamo abbastanza mature, continuavano, «per ammettere che la pulsione sessuale è per sua natura offensiva e selvaggia, ma siamo anche sufficientemente accorte per non confondere il corteggiamento maldestro con l’aggressione sessuale». Il collettivo francese sosteneva di credere nella libertà di dire no a una proposta sessuale, ma era certo che occorresse sapere rispondere a questa libertà di importunare in un modo diverso dal chiuderci nel ruolo della preda.
Torna anche qui il concetto di preda, e le firmatarie non sembrano rendersi conto che le soggettività predate sono sempre le stesse, così come i cacciatori.
Il secondo mandato di Trump ha avuto il merito di farci uscire violentemente da queste forse solo apparenti contraddizioni. Oggi non ha più senso interrogarsi su chi sia il nostro nemico, se il patriarcato che permette che un professore possa instaurare un rapporto ai limiti del consono con le studentesse, forte del suo ruolo, la giornalista che sfrutta l’occasione perfetta, la molestia sessuale da parte di un professore bianco nei confronti di una ragazza nera per tentare di vincere il Pulitzer o l’amico di famiglia che ha avuto una storia con la, allora minorenne, Alma.
Guadagnino gioca a buttarci in faccia tutte le contraddizioni degli Stati Uniti, le studentesse nere che si percepiscono come minoranza anche se vengono da facoltose famiglie che finanziano la Ivy League, le donne bianche che hanno subito molestie che non hanno la grammatica per descrivere come tali, il professore etero cis che viene dalla working class e viene (temporaneamente) distrutto per un approccio sessuale nei confronti di una dottoranda cresciuta tra gli agi, i mariti frustrati inseriti ad hoc per spiegarci che probabilmente Humbert Humbert e Lolita non hanno propriamente avuto una storia d’amore.
Il mondo dipinto da After the Hunt è un mondo gelido, apolitico se non per qualche striscione di protesta esibito sul finale, nel quale il concetto di sorellanza non esiste e in cui, nonostante si sproloqui di etica a non finire, non esiste una via d’uscita al binarismo preda-predatore, sesso-violenza. Tutte si tradiscono in questa cinica caccia alle streghe che si configura come “una indagine volta non tanto alla ricerca della verità o alla soluzione del problema, quanto piuttosto alla individuazione di possibili colpevoli cui addossare la responsabilità di fatti e/o eventi indagati”.
Ad un certo punto la sofferente e furiosa professoressa, che ha perso tutto il suo potere per una storiaccia di farmaci senza prescrizione, ha una discussione con la sua discepola, con la quale ha un rapporto molto ambiguo. Il confronto si configura più come uno scontro monodirezionale. Ad un certo punto la ragazza, figlia del suo tempo, vuole interrompere la conversazione perché non è a suo agio, she feels uncomfortable. Alma a quel punto controbatte che il mondo non esiste per farci sentire a nostro agio, che forse una realtà che mai ci questiona, scevra di conflitti, non è possibile e forse nemmeno auspicabile.
Nonostante ciò, la sprezzante Alma anni più tardi diventerà preside proprio di quella facoltà che la voleva estromettere, vendendo la sua storia, sfruttando il suo passato di vittima per rovesciarlo in una posizione di potere.
Il più grave difetto di Guadagnino consiste nella decisione di lasciare completamente fuori dall’inquadratura il mondo fuori dal Campus. Il mondo in cui non si discute di Panopticon e Foucault, non si partecipa a conferenze dal titolo “Il futuro del jihadismo è donna” e in cui le persone nere vengono ammazzate dalla polizia, i migranti cercati nelle loro case, esistono gruppi di trentaduemila persone in cui vengono caricate foto osè delle proprie mogli e i problemi hanno un ordine di grandezza completamente diverso rispetto al plagio di una tesi.

Il regista inquadra una minuscola porzione di mondo in cui le contraddizioni esplodono e tenta di farci credere che l’America, il mondo, funzionino come Yale, arrivando decisamente fuori tempo massimo.
Ora che molti dei dipartimenti DEI (Diversity Equity Inclusion) sono stati chiusi, il presidente degli Stati Uniti d’America può incolpare le categorie protette di un incidente aereo e sono stati celebrati funerali di stato per il podcaster che più di tutti aveva cercato di distruggere il pensiero woke forse ci interessa poco sapere chi vincerà la battaglia nel dipartimento di filosofia di Yale. La guerra culturale è stata persa.
Solo ora ci siamo resi conto della fragilità delle nostre conquiste ottenute svendendo la nostra differenza al mercato, ipotecando la nostra singolarità per un po’ di visibilità e scandalizzandoci o entusiasmandoci per qualche logo aziendale che si tinge di color arcobaleno nel mese del pride, per l’installazione di panchine rosse contro la violenza sulle donne o per qualche sirenetta nera.
Forse solo ora che la nostra bolla è esplosa ci siamo resi conto che nessuna di queste battaglie può essere vinta da sola, che nessuna conquista è valida una volta per sempre e che solo intersecandoci, come alcune piazze delle ultime settimane hanno dimostrato, possiamo tentare di creare un mondo migliore. Prima nella realtà che nella sua rappresentazione.
