di Tiziano Segalina
Nel corso del 2026, la diga del Vajont è tornata al centro del discorso politico. Il motivo è la proposta, avanzata nel dicembre 2025 dalla società friulana Welly Red, di ricominciare a sfruttare, grazie alla costruzione di una nuova centrale, l’acqua che, convogliata dal bacino C attraverso una galleria di sorpasso, cade nel torrente a valle della diga. Come è noto, il 9 ottobre 1963 un’enorme frana si staccò dal monte Toc e scivolò nel lago artificiale di raccolta: le due onde generate dalla caduta della montagna spazzarono via, una, a valle, il paese di Longarone, l’altra, a monte, i villaggi di Spesse e San Martino, uccidendo, complessivamente, 1.917 persone. Lì dove c’era il grande bacino se ne formarono di più piccoli: il maggiore di questi è proprio il C.
Il comune di Longarone e la provincia di Belluno, che inizialmente avevano garantito la loro opposizione al nuovo progetto, si sono tirati indietro: lo scorso mercoledì 30 settembre l’associazione “Vajont, il futuro della memoria” è stata costretta a presentare da sola ricorso contro l’esclusione del piano dalla valutazione di impatto ambientale. Una posizione giocoforza debole sul piano politico, che rischia di lasciare vita facile agli interessi economici di Welly Red.
Queste spaccature nel fronte contrario trovano più e diverse ragioni di essere. Si legano a questioni etico-morali: ci si è chiesti, per esempio, se l’opposizione al progetto abbia motivazioni concrete o se muova soltanto – sempre ammesso che sia poco – dalla volontà di non dimenticare il disastro del ’63. Ma hanno anche legami con il presente-presente: Antonio Carrara, sindaco del comune di Erto e Casso, diretto interessato (la centrale idroelettrica si verrebbe a trovare nel territorio sotto la sua giurisdizione) e favorevole al progetto, ha detto al Gazzettino che «l’alternativa a quella centralina, oggi come oggi, passa per lo stretto di Hormuz». C’è una buona dose di esagerazione nelle sue parole: i ricavi – molto alti, quando si parla di energia idroelettrica – andrebbero principalmente alla Welly Red, mentre i comuni della zona riceverebbero una piccola fetta del canone – molto basso, quando si parla di energia idroelettrica – che la società sarebbe tenuta a versare alla regione Friuli Venezia Giulia per la concessione.
Chi è Tina Merlin?
È difficile parlare della diga del Vajont senza fare riferimento a Tina Merlin. Anche se per molti, il suo nome si lega a quello di Marco Paolini: nel corso della sua famosa «orazione civile», trasmessa in diretta il 9 ottobre 1997 su Rai 2 in occasione del 34esimo anniversario del disastro, l’attore mostra al pubblico una copia di Sulla pelle viva, indicandolo come il libro che gli ha permesso di scoprire la verità sul caso Vajont. Merlin, partigiana comunista durante la Seconda Guerra Mondiale e poi corrispondente dell’«Unità» dal 1951 al 1967, aveva raccontato, già dal 1959, i pericoli rappresentati dalla costruzione di una diga sul torrente Vajont e i soprusi compiuti dalla società idroelettrica SADE, che ha poi realizzato la diga e l’ha messa in funzione. La testimonianza di Merlin ha anticipato di anni l’esito del processo: al netto di pene fin troppo leggere, la SADE sarà riconosciuta nel 1971 responsabile in via definitiva.

Il libro-inchiesta segue con cura maniacale la vicenda, dal momento in cui la SADE arriva a Erto ed espropria le terre dei contadini fino a quando tutto si conclude. Avanza, corale, come un film di Francesco Rosi. Ci sono i cattivi: il geologo Giorgio Dal Piaz, l’uomo dalla «fluente barba bianca», che quando diventerà cattedratico «non avrà nessuna remora ad offrire ai monopoli privati, dietro parcella, il tempo e la scienza che dovrebbe usare per lo stato da cui è pagato»; Carlo Semenza, l’ingegnere, che «sogna e costruisce bacini e dighe ovunque il monopolio abbia messo le mani sulle acque» (pp. 42-43); e lei, la «diga più alta del mondo», il sogno che a Semenza – lo dice in una lettera del 1948 – faceva «tremare le vene e i polsi». Ci sono i comprimari: Alberico Biadane e Pietro Caloi, direttore del servizio costruzioni idrauliche e specialista geosismico della SADE. I giusti: Leopold Müller ed Edoardo Semenza (figlio di Carlo), i geologi che fin da subito hanno messo in dubbio la versione della SADE, e l’onorevole comunista Giorgio Bettiol, che sarà sempre presente a sostegno della comunità ertana. Sullo sfondo, ci sono i tanti altri (Francesco Penta e la commissione di collaudo, il presidente della Provincia di Belluno Da Borso, il ministro Zaccagnini, e così via), per un attimo in scena e poi subito inghiottiti dall’avanzare frenetico del racconto.
La vicenda editoriale di Sulla pelle viva, in realtà, è accidentata: scritto a ridosso della tragedia, rimane senza editore per vent’anni e viene pubblicato soltanto nel 1983, per una piccola casa editrice di Milano, La Pietra. Quando esce, il processo è già bello che finito e la responsabilità giuridica della SADE accertata. «Perché prendere in mano un libro sul Vajont? […] Possibile che si dovesse ancora scriverne?»: è la domanda che Giampaolo Pansa, nella presentazione alla seconda edizione del libro (1993), ammette di essersi fatto quando il dattiloscritto, diversi anni prima, aveva bussato alla sua porta.
Le risposte che, nelle due prefazioni, danno a questa domanda Pansa nel 1993 e Paolini nel 1997 si somigliano, nella misura in cui tutte e due mettono l’accento sugli effetti che il libro ebbe su di loro: Paolini parla di «pugno nello stomaco che ti toglie il fiato, che ti lascia dentro una rabbia e un senso d’ingiustizia subito intollerabile, ingiusta»; Pansa di «pagine come sassate contro lo specchio dove noi dei grandi giornali rimiriamo soltanto la nostra immagine». Per entrambi, Sulla pelle viva arriva in un momento – gli anni Ottanta – in cui l’Italia ha dimenticato e «non ha più tempo e voglia di guardarsi alle spalle»; ed è quindi importante perché costringe a fare i conti con il rimosso storico e le responsabilità della retorica giornalistica dell’epoca.
Un motivo in più per leggere Sulla pelle viva
Quello che Pansa e Paolini lasciano soltanto intendere tra le righe è che Sulla pelle viva (oggi acquistabile nell’edizione curata dalla piccola Cierre di Verona, da cui si sta citando) è un libro scritto dannatamente bene: perché brucia del fuoco che hanno spesso le inchieste nate in urgenza di verità; ma anche perché, redatto in una fase in cui la distanza tra lingua italiana scritta e parlata si sta accorciando, si fa forte dei migliori pregi dello stile giornalistico.
Le frasi brevi, per esempio. Aprendo il libro, si trovano ovunque sequenze come:
«Delusione, disorientamento, rassegnazione aggrediscono gli ertani. La comunità si divide. La manovra della SADE è riuscita.» (p. 55)
«Il presidente della Provincia di Belluno [Alessandro Da Borso] capisce subito quel che bisogna capire. Che la situazione è tragica, peggio di quel che Bettiol aveva denunciato in consiglio. […] Ha sempre dimostrato buon senso politico. È un democratico convinto e non accetta imposizioni dal suo partito. La lettera gli mette le ali ai piedi.» (p. 114)
«In 15 giorni si sono registrate altre “nove piccole scosse”. Biadene le cancella dal rapporto.» (p. 121)
L’effetto è anche di maggiore impatto se il taglio è più ampio:
«Dal Piaz è ormai in pensione, ma pietisce prebende trovandosi, supplica, «nella penosa necessità d’integrare l’assai magra pensione con proventi professionali». È quindi docile ai voleri di ogni padrone che lo paghi. Se Dal Piaz non ce la fa più, poco male. Semenza gli manda copia di ciò che dovrà sottoscrivere con lettera esplicita: «A guadagno di tempo sarebbe meglio che Ella ci consegnasse la relazione già estesa da Lei firmata». Quello che conta è infatti la firma del «luminare» per convincere il ministero. Dal Piaz firma.» (p. 57)
Fioccano le domande, spesso retoriche:
«E intanto la gente cosa sapeva? […] C’era stata qualche delibera?» (p. 42)
«Ma dove trovare i soldi? La giunta arranca nel buio più completo» (p. 44)
Ancora più efficaci quando agiscono da indiretto libero, lì dove il ritmo narrativo si fa più serrato. La logica fredda dei «tecnici» appare più assurda, se osservata con i loro occhi:
«Se la montagna deve cadere perché aspettare che cada da sola quando meno ci si aspetta? Facciamola scivolare artificialmente, un pezzo alla volta. Quando sarà tutta nel bacino, questo potrà ritornare alla funzione per cui è stato ideato. Il lago diventerà molto più alto, si dovranno espropriare e sommergere altre terre e altre case, scacciare altra gente, ma l’impianto potrà ritornare a funzionare. La proposta viene scartata. I tecnici si dibattono nella confusione e nell’incertezza. Salvare il bacino? Salvare la diga? È un dilemma. Non passa loro neanche per la mente che la valle è abitata, a destra, a sinistra, a est, a ovest. Hanno in testa solo l’impianto, la sua salvezza, la sua futura produzione.» (p. 104)
E poi le relative sganciate dalla reggente e spesso separate da punti fermi, uno dei fiori all’occhiello della sintassi di Merlin. Quasi sempre pronunciate con fare sardonico:
«Salvo, naturalmente, ratifica consiliare. Che avviene il 23 gennaio 1949» (p. 43);
«Di questa visita Sensidori deve presentare relazione al Consiglio superiore dei Lavori Pubblici. Ma del Vajont, tra paesaggi, pranzi e cene, si ricorda poco. Pe essere più sicuro la chiede alla SADE, che gliela manda.» (p. 89);
«Lo stato maggiore del monopolio elettrico confida le proprie speranze e i propri desideri ai membri della Commissione di collaudo. Che avallano.» (p. 119)
La scrittura di Merlin, rigorosa e ironica secondo il caso, passa come un rullo compressore sulla vicenda, e sulla vita dei responsabili in modo particolare: «Il 31 [ottobre 1961] muore Carlo Semenza. Ciò che avverrà ora non lo riguarda più.» (p. 120). Il lettore si rende conto man mano di trovarsi su un lungo piano inclinato: la storia deve arrivare al suo ciglio di precipizio. E nonostante questo non si cede mai alla tentazione di avanzare a tentoni, sull’onda dell’emozione o senza supporto bibliografico: su 160 pagine di libro, 44 sono di note. Si è così continuamente combattuti, nel corso della lettura, tra la volontà di approfondire e spulciare tra relazioni e scambi di lettere dei responsabili, e quella, più angosciante, di arrivare al punto in cui tutto è destinato a concludersi. Proprio lì, però, la narrazione si interrompe, senza spazio per i dettagli:
«Sono le 22.39. Un lampo accecante, un pauroso boato. II Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile centinaia di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un’altra ondata impazzisce violenta da un lato all’altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di San Martino e Spesse. La storia del «grande Vajont», durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime.» (p. 145)
Da un’altra prospettiva

L’introduzione di Merlin al libro si apre con una citazione da Brecht:
«Vi sono due lingue in alto e in basso
e due misure per misurare,
e chi ha viso umano
più non si riconosce.
Ma chi è in basso, in basso è costretto,
perché chi è in alto, in alto rimanga.»
L’invito a uno sguardo verticale, che tenga insieme, in alto, i «potenti» e, in basso, «la storia di popolo», è chiaro da subito. Per tutto il libro, Merlin ribadisce i rapporti di forza: chi è in alto sa, ma fa finta di non sapere; chi è sotto teme, ma è invitato a non farsi troppe domande. La voce della protesta arriva così sempre da lontano, da sotto, con solo «l’Unità» a fare da cassa di risonanza. Questa contrapposizione, però, entra, già nell’introduzione, in frizione con un’altra: tra Longarone, in valle, ed Erto, che, da «quassù» (p. 22), la valle la domina. Lontana e isolata, Erto gode della vista ideale per capire cosa sta succedendo davvero:
«Gli abitanti di Erto, tenuti alla larga dalla SADE, raccontano quel che vedono. Hanno captato la notizia della costruenda galleria di sorpasso, hanno fatto pronostici e calcoli: se quando cade la montagna cede la diga, addio Longarone; se la diga resiste l’acqua spazzerà via Erto e le sue frazioni.» (p. 108)
È una prospettiva diversa anche da quella a cui le fotografie storiche del disastro del Vajont ci hanno abituato. Non, quindi, le immagini della piana dilavata, che tutti abbiamo visto e ci mostrano dove l’onda è caduta; ma quelle – oggi un po’ più difficili da trovare – che ci fanno vedere in che modo il monte è cambiato dietro la diga. Vista dalle case di Erto, la frana appare immensa: si vede la nicchia di distacco del Toc e la gigantesca M individuata già nel 1959, dove la montagna si è spaccata in due. Solo da qui si riesce davvero a capire quanta dell’acqua che occupava il bacino è tracimata in un’istante.
